Maurizio de Giovanni.

Per mano mia.
Il Natale del commissario Ricciardi.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Le mani assassine si muovono nella penombra, tranquille.
Non hanno memoria del sangue sparso.
Mescolano la colla nel pentolino, sul fuoco, per evitare che si formino grumi. Una mantiene il manico, l'altra gira il cucchiaio di legno, piano, in senso orario; dietro il passaggio la colla si richiude subito, come un mare denso.
Ora le mani assassine controllano la struttura in legno, verificano le giunture, ne saggiano la resistenza. Si accorgono che un angolo non  ben inchiodato, prendono un martello e ribattono precise, attente.
Tornano al pentolino, inclinandolo leggermente senza allontanarlo dalla fiamma. Toccano il sughero, lo soppesano, valutano le dimensioni dei pezzi, la curvatura delle cortecce. Sanno che la preparazione del materiale e la qualit delle componenti sono la cosa pi importante, e che non possono sbagliare.
Le stesse mani che hanno squarciato la carne con un unico gesto netto vanno alle statuine, messe in fila sul tavolo; a una a una le contano, le dispongono secondo un ordine di rigorosa importanza: prima gli elementi architettonici, colonne, templi in rovina, capanne e case; pi avanti gli oggetti, banchi di macelleria e di pesce, carrozze, carretti di frutta e salumi, sedie, mobili. Poi gli animali, pecore di diverse dimensioni per dare l'idea della distanza, cavalli, mucche, galline, galli e pulcini. E anche cammelli, elefanti, struzzi in un incongruo serraglio, nei confini di racconti e tradizioni e non di continenti e nazioni.
Adesso le mani assassine dispongono gli esseri umani, con cura e attenzione. Pastori, bottegai, serve e schiavi, anziani che giocano a carte e vecchie pettegole, nell'atto di scambiarsi segreti. I maschi da una parte, le femmine dall'altra.
Le mani assassine percorrono i confini dei volti e degli arti, cercando scheggiature e fessure da riparare, individuando nella semioscurit le parti bisognose di ritocchi di colore o di terracotta. Talvolta si sfiorano tra loro, le mani assassine; come per sottolineare un pensiero, si grattano leggermente il dorso. Se non amore, hanno rispetto per s stesse, le mani assassine.
Cos come hanno aperto vene e dissanguato, cos come hanno sfigurato e sterminato, le mani assassine dispongono sul tavolo con concentrazione le statuine che mancano. I Magi, con i colori ricchi delle vesti, le carnagioni esotiche, le corone d'oro. Le loro cavalcature, bardate con drappi rossi, le due gobbe sul dorso e i finimenti in cuoio. Oro, incenso e mirra.
Come riscuotendosi da un sogno, le mani assassine battono leggermente e corrono di nuovo al pentolino, mescolando velocemente; poi tornano alla scatola piena di paglia, ormai quasi vuota. Tirano fuori un bue accovacciato, con gli occhi tristi, e un asino delle stesse dimensioni, le lunghe orecchie pelose dipinte con cura maniacale. I due animali vanno sul tavolo, davanti al resto dell'esercito, come due capitani in attesa dello stato maggiore.
Le mani assassine, che non hanno tremato nel mettere fine alla vita nel gorgoglio di un ultimo, sanguinoso respiro, adesso tradiscono emozione. Come a ritardare un momento solenne volano a rimescolare nel pentolino, poi vanno a un altro ripiano per accarezzare brevemente i tessuti e la carta colorata. Spianano le pieghe, rivolgono verso il basso gli angoli dei fogli azzuffi e gialli che diventeranno cielo e stelle. Hanno alzato e abbassato il coltello senza piet, penetrando cuori e polmoni, spegnendo sogni e pensieri, ma ora non sanno risolversi ad affondare un'ultima volta tra la paglia della cassa di legno.
Alla fine, le mani assassine, con tutta la delicatezza di cui sono capaci, senza pensare alle vite tagliate, tirano fuori una Madre dal manto azzurro e dal viso dolcissimo. La reggono entrambe, le mani assassine, anche se il peso della figura  lieve come una piuma. La dispongono prima di tutte, al centro del tavolo, lontana da ogni pericolo. Davanti a lei, in corrispondenza di dove cadrebbe il suo sguardo se fosse vero, un Neonato dagli occhi tristi gi aperti sul mondo, una corona sulla testa che manda raggi luminosi, le guance rosate e un drappo a coprirgli il bacino.
In ultimo, le mani assassine traggono un uomo inginocchiato, in pugno un bastone dal manico curvo, la lunga barba striata di grigio, il mantello bruno. Una delle mani, dopo averlo deposto al fianco della donna, lo accarezza piano; gli percorre il petto col pollice, come a saggiarne la consistenza. Dopotutto, dunque, forse una vaga memoria del sangue  rimasta, nelle mani assassine.
Fuori, all'improvviso, una zampogna muggisce e una ciaramella emette un lungo, doloroso lamento.
Le mani assassine si aggrappano al tavolo, e sbiancano per la stretta.
Nell'acuta memoria del sangue.

1.


Il brigadiere Raffaele Maione, camminando nel freddo, si chiese per l'ennesima volta chi potesse aver voglia di uccidere qualcuno quando mancava una settimana al Natale.
Non che si dovesse aver mai voglia di uccidere qualcuno, intendiamoci: l'omicidio  una follia, la cosa pi terribile che possa fare un essere umano. Ma, pensava Maione, diventava ancora pi terribile ora che i bambini non dormivano per l'attesa, ora che ci si salutava e ci si sorrideva per strada, ora che si pensava a cosa preparare per il pranzo della vigilia. Ora che i negozi erano addobbati a festa, ora che le chiese facevano a gara a chi esponeva il pi bel presepe, ora che ogni incontro cominciava e finiva con gli auguri. Chi poteva aver voglia di uccidere, in momenti cos?
Eppure, qualcuno c'era. E quindi eccomi qui, si disse il brigadiere, mentre arranco a piedi verso Mergellina, in questo vento gelido che mi penetra perfino nelle ossa, a rischio di farmi Natale a letto con un febbrone da cavallo.
Alle sue spalle le guardie Camarda e Cesarano, le facce affondate dietro i baveri dei cappotti, i berretti calati fin sulle orecchie rosse; nemmeno si prendevano in giro l'un l'altro come facevano di solito, evidentemente anche per le loro teste passavano gli stessi pensieri. Squadra mobile, si disse Maione. Mobile sui piedi, mobile con gli scarponi. Due automobili in dotazione alla questura, una perennemente in riparazione e l'altra per la rappresentanza del signor questore. E noi a farci nuovi calli, correndo avanti e indietro per la citt.

Qualche passo davanti a s, vedeva i capelli del commissario Ricciardi agitati dal vento. Come sempre senza cappello: come accidenti facesse a non prendersi qualche malanno, Dio solo lo sapeva.
Sopra l'orecchio destro distingueva una ferita violacea, un'area rasata e un paio di punti di sutura. Maione ricord l'incidente in cui il superiore era rimasto coinvolto il giorno dei morti, quasi due mesi prima, e con un brivido ripens al miracolo che c'era voluto perch ne uscisse vivo. La donna che guidava la macchina finita fuori strada era rimasta uccisa sul colpo, un salto di quindici metri, e lui solo quel graffio.
Camminando dietro il commissario nei vicoli di Chiaia, Maione ricord l'uomo al risveglio, in ospedale; il brigadiere era seduto vicino al letto, determinato a vegliare tutta la notte, quando Ricciardi aveva aperto gli occhi all'improvviso.
Lo sguardo vigile, perfettamente cosciente: quegli inquietanti occhi verdi, trasparenti, in cui era impossibile leggere pensieri o stati d'animo, si erano fissati su di lui. Poi, con voce bassa e preoccupata: mi vedi? Mi vedi, Maione? Riesci a vedermi? E certo che vi vedo, commissa', aveva risposto. Sto qua, vicino a voi, come faccio a non vedervi?
Il commissario aveva sospirato, poi si era accomodato di nuovo sul cuscino e si era assopito.
Se lo era ritrovato in questura sette giorni dopo, con una benda fissata alla meglio sulla ferita. Figurarsi se poteva starsene a letto per il mese che aveva detto il dottore. E ora gli camminava davanti, diretto a Mergellina, da dove quella mattina era arrivata la chiamata. Maione si chiedeva che cosa passasse per quella testa.

Ricciardi pensava ai morti.
Pensava che Natale o non Natale, festa o non festa, fratellanza o non fratellanza, qualcuno moriva sempre, e che a lui toccava di vedere sangue e devastazione.
Quando la macchina era saltata nel vuoto, aveva creduto di morire, e una parte della sua anima lo aveva quasi sperato: una conclusione della sofferenza oscura che lo perseguitava da sempre. E lui stesso sarebbe diventato un'immagine sbiadita su un costone di roccia, condannato a ripetere un muto pensiero al vento, senza essere percepito da nessuno; a meno che qualche altro disgraziato gravato dalla stessa condanna si fosse trovato a guardare il mare da Posillipo.
E invece eccomi qui, riflett. Di nuovo sulla breccia, come se nulla fosse accaduto. Come se non fossi morto un altro po', come ogni volta che scopro quanto nera pu essere un'anima. Come se fossi ancora vivo.

Mergellina stava evolvendo: da borgo di pescatori, defilato rispetto al centro della citt, si proponeva adesso come quartiere elegante. Nuovi palazzi, qualche bottega, balie e governanti, portieri in livrea, senza perdere l'aria e i profumi del vecchio, con l'odore di cavolo stantio e di pesce, con le donne sedute vicino alla spiaggia imbacuccate negli scialli neri a rammendare i buchi aperti dal mare nelle reti.
Al solito, appena intravide da lontano la pattuglia, un gruppo di scugnizzi si fece incontro urlando. Erano insieme le vedette e il coro di ogni evento, pronti ad accorrere per fare festa o per lamentarsi, e per trarre da qualsiasi situazione il piccolo vantaggio di un'elemosina o di un boccone; scalzi, laceri e con la pelle scura e dura, le bocche sdentate aperte in un perenne, afono urlo. Ricciardi li scans senza un gesto, Maione e le due guardie cercarono di allontanarli come insetti molesti, ma furono utili per trovare, senza dover ricordare l'indirizzo, il luogo dove era accaduto il fatto per cui erano stati chiamati. Era una palazzina di recente costruzione, un po' nascosta; una piccola folla di curiosi stazionava davanti al portone, coprendo alla vista l'ingresso. C'era uno strano silenzio; il vento che veniva dal mare era freddo e tagliente, ma nessuno sembrava aver voglia di muoversi dal proprio punto di osservazione.
Quando furono vicini, dal gruppo si stacc un uomo rosso in faccia, con una livrea mal abbottonata e in testa un cappello sghembo. Si accost a Maione e lo prese per il braccio.
- Brigadie', finalmente siete arrivati. Un bagno di sangue, un bagno di sangue! Non avete idea! Non capisco, non capiamo chi pu essere stato. Signori, erano, gran signori! E proprio mo', che sta arrivando Natale, io non capisco, non capisco...
Investito dal puzzo di vino rancido che veniva dalla bocca dell'uomo e infastidito dal suo tono di voce, Maione lo allontan con una manata.
- Calma, calma. Non mi state facendo capire niente. Fatevi indietro, pigliate fiato e ditemi chi siete e di che cosa state parlando.
L'uomo rimase interdetto, arretr e respir profondamente.
- Avete ragione, brigadie', scusatemi. E' che questa cosa mi ha sconvolto. Mi chiamo Ferro, Beniamino Ferro a servirvi, sono il custode del palazzo.
La gente aveva spostato l'attenzione dall'ingresso dello stabile alla conversazione tra Maione e il portiere; Ricciardi si avvicin ai due:
- Sono il commissario Ricciardi della squadra mobile, e questo  il brigadiere Maione. Ditemi che cosa  successo.
Ferro sbatt le palpebre, reso inquieto dallo sguardo di Ricciardi e dal tono basso della voce. Si fece guardingo e sussurr:
- Io non lo so che cosa  successo, commissa'. Cio, lo so, ho visto e... Madonna mia, quanto sangue... ma non so come  successo, ecco. Insomma, io non c'entro niente, sia chiaro. Sono salito sopra, quando mi ha chiamato lo zampognaro, e sono andato a vedere, ma da fuori alla porta, lo so che non si deve toccare niente.
Ricciardi aspett paziente, poi disse:
- Che cosa avete visto da fuori alla porta? Che cosa non si deve toccare?
- Io lo so, perch una volta lavoravo in un cantiere sopra al Vomero e un compagno mio  caduto da un balcone, e ci hanno detto di non toccare niente fino a quando arrivava... arrivavate voi, insomma. I morti, commissa'. I morti a terra non si devono toccare.
Le parole dell'uomo caddero nel silenzio come una pietra in un pozzo. Le persone in prima fila, attorno a loro, fecero un passo indietro. Una donna port la mano alla bocca e spalanc gli occhi.
- I morti, avete detto? Quali morti?
Adesso Ferro sembrava aver perso tutta la voglia di parlare. Fissava Ricciardi a occhi sbarrati, biascicando silenziosamente quelle ultime parole, i morti, i morti, come se solo adesso ne avesse compreso il senso.
- Morti. Sono morti. La signora, e pure il capitano. Sono morti.
Ripet la frase pi volte, a bassa voce, guardandosi attorno. Gli occhi riflettevano l'assoluto terrore, lo smarrimento che l'uomo stava provando; i curiosi distolsero lo sguardo. Dal mare vicino venne il suono di un'onda che si infrangeva sugli scogli.
Ricciardi non aveva tolto le mani dalle tasche del soprabito. Il vento gli agitava i capelli sulla fronte, le palpebre non battevano quasi. Cercava di capire quanto dell'atteggiamento del custode fosse reale, e quanto coprisse un'eventuale menzogna .
- Perch dite che questa signora e questo capitano sarebbero morti? Li avete visti? Dove stanno?
Ferro sembr riscuotersi:
- Scusate, commissa'...  che non me ne ero ancora reso conto. Ho visto... ho visto la signora, dalla porta che  aperta. Non sono entrato, ho chiamato il capitano, l'ho chiamato pi volte ma non rispondeva. Ho pensato... ho pensato che se non mi rispondeva, allora voleva dire che era morto pure lui.
- E siete sicuro che  in casa? Non pu essere uscito?
- No, no...  in casa. Lo vedo sempre uscire, il pomeriggio, per andare al porto. Ma a quest'ora  sempre in casa.
Maione intervenne:
- Prima avete detto che vi  venuto a chiamare lo zampognaro. Che significa?
- Erano saliti i due zampognari a suonare la novena, per il terzo giorno; sono scesi subito, uno non parlava e non parla ancora, sta l, lo vedete, seduto su quella sedia, bianco che pare morto pure lui. L'altro, il pi anziano, mi  venuto a chiamare e mi ha detto: portie', salite ch  successo un guaio. Io tutto mi credevo, tranne di trovare... quello che ho trovato.
Ricciardi annu, assorto. Poi disse:
- Va bene, allora. Andiamo a vedere. Ferro, voi accompagnate me e il brigadiere; Cesarano, tu mettiti vicino ai due zampognari e non ti muovere, li sentiamo dopo. E tu, Camarda, ti metti al portone, non voglio vedere nessuno entrare nel palazzo, nemmeno chi ci abita, finch non te lo dico io. Andiamo.

2.

Ferro guid Ricciardi e Maione all'interno della palazzina. L'androne era ampio e pulito, riscaldato a sufficienza e ben illuminato: si capiva che lo stabile aveva qualche pretesa, come molti nel quartiere che stava crescendo ai piedi della collina. Ricciardi si rivolse all'uomo:
- Quanta gente ci abita, in questo palazzo?
- Ci stanno tre famiglie, commissa'. I Garofalo, quelli... insomma, dove vi sto portando io, i Marra, una coppia senza figli che a quest'ora non ci stanno perch lavorano, e il ragioniere Finelli all'ultimo piano che  vedovo, con cinque bambini che quando lui  alla banca dove lavora stanno dalla nonna qua vicino.
Maione sbuffava portando sulle scale i propri centoventi chili:
- Insomma a quest'ora nel palazzo non c' nessuno tranne questi Garofalo,  cos? E loro figli non ne tengono?
- Una bambina, brigadie', si chiama Benedetta e sta a scuola con la zia che  suora. Se la viene a prendere la mattina. Per fortuna: se no, pure lei...
Si ferm sull'ultimo gradino, prima del pianerottolo del secondo piano, senza girare l'angolo, gli occhi fissi sul finestrone che dava sul cortile.
- Scusatemi, non ce la faccio. Non ce la faccio, a vedere un'altra volta tutto quel sangue.
Ricciardi e Maione lo oltrepassarono. Nella penombra si distinguevano due porte, una chiusa e l'altra semiaperta dalla quale veniva una luce bianca. Si intravedeva una porzione di parete, un rivestimento a fiori, la met di una specchiera, una mensola con un vaso, una fotografia incorniciata. Si accostarono, poi Maione, secondo una prassi consolidata, si ferm e si gir verso le scale. Il primo approccio con la scena del crimine era appannaggio esclusivo del commissario.
Ricciardi fece un passo, aprendo uno spiraglio ulteriore sull'ingresso dell'appartamento. La luce veniva dall'interno, il sole freddo del pomeriggio di dicembre entrava dalle finestre delle altre stanze. Dapprima non vide niente, poi si rese conto che quelli che aveva scambiato per fiori decorativi del parato erano in realt schizzi di sangue. Si affacci, facendo attenzione a dove metteva i piedi; a terra, una larga macchia scura, al centro della quale c'era il capo di una donna il cui corpo era steso dietro la porta.
Il commissario cap immediatamente che tutto il sangue che vedeva, che aveva terrorizzato il custode e che imbrattava tappeto e parato, era schizzato dalla gola della donna, sgozzata da un colpo inferto da una lama molto affilata. Osservava l'espressione del volto, gli occhi semichiusi, la bocca spalancata. Nella macchia di sangue l'impronta della punta di uno scarpone: qualcuno era entrato ma non aveva proseguito, probabilmente lo zampognaro o lo stesso custode.
Fece un passo avanti, curandosi di non calpestare la chiazza di sangue, e socchiuse la porta. Si guard attorno: dall'ingresso, ampio ed elegantemente arredato, si vedeva un salone con due poltrone e un tavolino. Osserv di nuovo il cadavere, seguendone lo sguardo spento.
Nell'angolo opposto, a due metri dalla morta, in piedi nell'ultima luce del giorno, la stessa donna gli rivolgeva un sorriso, tenendo gli occhi bassi come ad accoglierlo in casa propria col piacere di un'ospite perfetta. Mormorava: Cappello e guanti? La mano lievemente protesa in avanti, per raccogliere gli indumenti del visitatore e introdurlo adeguatamente, con grazia e piacere. Cappello e guanti?
Sotto il sorriso, dalla ferita aperta nella gola, squarciata da un orecchio all'altro, il sangue veniva pompato a piccole onde nere, cadendo incessante sulla veste fiorata e imbrattandole orrendamente il petto. Cappello e guanti? ripeteva. Ricciardi sospir.
Scorse alcune gocce nere lontano dal cadavere, sul pavimento, e non corrispondevano alla direzione degli schizzi che erano arrivati alla parete. Qualcuno si era allontanato, probabilmente senza curarsi del fatto che dall'arma usata per sgozzare la donna gocciolasse ancora il sangue di lei. Ricciardi si mise a seguire le tracce, percorrendo il salone e ritrovandosi nella stanza da letto.
Lo spettacolo che gli apparve era impressionante. Il letto era intriso di sangue, un quantitativo spaventoso: le lenzuola erano diventate nere, il liquido era colato sullo scendiletto, la testiera in legno chiaro imbrattata. Ai piedi due lunghi segni: l'assassino aveva ripulito la lama prima di lasciare la scena.
Al centro del letto e della larga macchia del proprio sangue, il cadavere di un uomo; mostrava un inizio di calvizie e due lunghi baffi brizzolati. Poteva avere circa quarant'anni. La bocca spalancata a cercare un ultimo respiro, le mani strette a pugno lungo i fianchi. Ricciardi comprese, dalla quantit di sangue e dall'assenza di ferite visibili, che l'uomo era stato ricoperto morente e che aveva continuato a sanguinare a lungo.
Seduto a fianco, il commissario intravide l'immagine dell'uomo sul letto che perdeva sangue da innumerevoli ferite. Gli venne alla memoria un quadro di san Sebastiano che decorava una sala del liceo dove aveva studiato; ricordava che ogni volta, durante le noiose prediche alle quali era costretto ad assistere, contava le frecce che trafiggevano il corpo del martire, ventitre per l'esattezza. A occhio e croce, l'uomo sul letto aveva vinto la gara col martire cristiano.
Ripeteva: Io non devo niente, proprio niente. A muso duro, le sopracciglia aggrondate, i denti stretti, lo sguardo furioso: Io non devo niente, proprio niente.
Ricciardi sostenne lo sguardo del morto, poi volse le spalle a tutto quel sangue e torn all'ingresso per fare entrare Maione.

Come sempre, per non correre il rischio di spostare inavvertitamente qualche elemento importante, rinviarono un sopralluogo approfondito all'arrivo del medico legale; lasciato un nervoso Cesarano alla porta dell'appartamento, il commissario e il brigadiere scesero per interrogare custode e zampognari. Avevano provato a farli salire, ma non c'era stato verso: nessuno era disposto a ritrovarsi davanti alla scena.
Ferro fumava con difficolt, per la mano tremante. Ricciardi gli disse:
- Allora, avevate ragione:  morto anche l'uomo. Come si chiamavano, le vittime?
- Garofalo, si chiamavano, commissa'. Il capitano Emanuele Garofalo, e la signora di nome faceva Costanza. Il cognome da signorina non lo so.
- Capitano, avete detto: era un militare?
- S... no, non proprio. Lavorava al porto, una di queste milizie, queste cose nuove del fascio. Non era proprio un capitano, me l'avr detto cento volte ma io non capivo mai, che so, centurione mi pare; alla fine si era rassegnato e mi aveva detto: Beniami', fai una cosa, chiamami capitano che  il grado corrispondente dell'esercito e non ne parliamo pi.
Maione comment:
- Effettivamente l'amico nostro, qua, non ha tutti i torti, commissa'. Ogni trimestre ne creano una nuova, di milizia, e non si capisce niente. Comunque se lavorava al porto dev'essere la portuaria, quella che ha competenza sul traffico di merci e sulla pesca.
- Proprio cos, brigadie', pure sulla pesca, - intervenne Ferro, - tant' vero che spesso venivano pescatori per fare regali, ma lui rifiutava sempre; diceva che se lo volevano tenere buono con una spasella di pesce, ma che lui non si faceva corrompere in nessun modo. Era un uomo tutto d'un pezzo, una persona onesta. E mo' guardate che fine ha fatto.
Ricciardi torn sull'argomento principale:
- Voi non vi siete mosso da qui, per tutta la mattinata? - No, commissa'. Cio, sono andato un momento alla trattoria, l di fronte, ma per una mezz'ora, non di pi, e sempre tenendo d'occhio il portone. Quello fa freddo e tira vento, lo sentite, no? Uno a un certo punto tiene pure il diritto di riscaldarsi un po'.
Maione ricord con un brivido l'alito fetido di vino a buon mercato dell'uomo.
- Una mezz'ora, eh? E sempre tenendo d'occhio il portone. Nel tempo che ci siete stato, non avete visto entrare nessuno?
- No, certamente, brigadie'. L'ultimo a uscire  stato il ragioniere Finelli, poi  tornato il capitano, che esce un'altra volta nel pomeriggio, e non ci sono stati altri movimenti. Io sto attento, sapete: nemmeno una mosca pu entrare, senza che me ne accorgo.
Maione scosse il capo:
- A parte due zampognari, completi di strumenti, che non avete nominato. Invisibili come due bei mosconi, direi. Quando sono entrati non li avete visti?
Ferro apr e chiuse la bocca due volte. Poi ammise:
- No, brigadie', non li ho visti. Mi sono sfuggiti. Devono essere passati proprio mentre stavo prendendo i soldi dalla tasca, e ho distolto lo sguardo.
Maione e Ricciardi si scambiarono un'occhiata: prima ancora dell'alito alcolico, si vedeva dal naso rosso e dagli occhi venati di sangue che al buon Ferro piaceva bere, freddo o non freddo. Chiunque, conoscendo le abitudini del custode, avrebbe potuto aspettare il momento propizio per entrare.
- Va bene. E allora parliamoci con questi due zampognari. Vediamo che cosa ci raccontano.

3.

Gli zampognari erano evidentemente padre e figlio; la somiglianza era indiscutibile: gli stessi occhi, i lineamenti, il modo di muoversi.
Ferro li aveva fatti accomodare nel locale in cui abitava, al pianterreno, dietro la guardiola, nell'androne del palazzo; la stanza era in gran parte occupata da una tavola in legno sulla quale era in corso la costruzione di un presepe. Il custode si scus per l'ingombro:
- Abbiate pazienza, commissa'; non ho ancora avuto il tempo di finirlo, lo voglio mettere all'ingresso del palazzo per Natale. Cio, lo volevo mettere, ma mo' non so se  il caso. Certo, ai bambini del ragioniere Finelli gli sarebbe piaciuto assai, glielo avevo pure promesso, ci rimarranno male. Ma con due morti, e morti in questo modo terribile, forse  meglio di no, vi pare, brigadie'?
Maione si strinse nelle spalle. Ricciardi si concentr sui due uomini che se ne stavano in disparte, come se volessero essere assorbiti dall'ombra. Il figlio, seduto su una sedia, era pallido e tremava; accanto a lui il padre, il viso cotto dal sole, gli teneva una mano sulla spalla. Dai due promanava un odore acre.
Indossavano gli abiti caratteristici: cappelli a punta, giacche di pecora, stivali con legacci incrociati lungo le gambe. Il ragazzo teneva in braccio la zampogna, un sacco di pelle dal quale spuntavano tre canne di diversa lunghezza, mentre l'uomo aveva riposto a terra la sua ciaramella, una specie di doppia tromba. La calma del padre faceva da contrappunto all'aria terrorizzata del figlio, come se avessero voluto suonare insieme anche le emozioni.
Ricciardi si rivolse all'uomo in piedi:
- Allora, come vi chiamate? E da dove venite?
Sorprendentemente rispose il ragazzo, la voce tremante ma convinta:
- Ci chiamiamo Lupo, commissa'. Io sono Tullio, e mio padre si chiama Arnaldo. Veniamo da Baronissi, vicino ad Avellino, facciamo la novena. Questo ... era il terzo giorno, il venerd prima della vigilia di Natale.
- Raccontami quello che  successo. A che ora siete arrivati?
- L'orario che suoniamo per le case cambia, le signore hanno il comodo loro e ci dicono di venire la mattina, il pomeriggio o la sera. Noi facciamo un giro, teniamo quattro case, per non sono vicine e dobbiamo correre. La signora Garofalo... povera signora, mamma mia... ci aveva chiesto di venire all'ora di pranzo, cos c'era il marito. La bambina si metteva un poco paura; i bambini sono strani, certi quando suoniamo battono le mani e si mettono a cantare appresso a noi, altri hanno paura, si mettono le mani sulle orecchie e scappano.
Ricciardi annu, ricordava il fastidio che gli davano da bambino il suono fortissimo della ciaramella e il rombo sordo della cornamusa.
- E quindi la bambina non c'era,  cos?
- No, la signora per questo ci aveva detto di venire all'una. E pure perch tornava il marito da lavoro, e ci voleva sentire pure lui.
Maione ascoltava, attento. Domand:
- E quando siete arrivati, il portone era aperto? C'era qualcuno, che vi ha visti entrare?
I due si scambiarono un rapido sguardo, poi rivolsero un'occhiata interrogativa al portiere. Maione chiar:
- Lo sappiamo gi che il custode era... impegnato, non vi preoccupate di metterlo in difficolt. Rispondete, per favore. E dite la verit.
Rispose il padre, con una voce bassa e profonda che rimbomb nella stanza:
- Non c'era nessuno. Nessuno ci ha visti. Siamo saliti fino al piano. Io ho bussato, ho chiesto permesso e nessuno rispondeva. La porta si  socchiusa, mio figlio si  affacciato. E poi siamo scesi a chiamare il portiere. Questo  tutto.
- E non avete visto nessuno salire o scendere? Non avete sentito rumori nell'appartamento, o fuori?
- Niente. Non abbiamo sentito niente e non abbiamo visto nessuno.
Il tono era stato conclusivo, deciso. Al di l delle parole, l'uomo aveva detto: noi non c'entriamo niente, siamo qui per lavoro. Ricciardi annu:
- Capisco. E quindi  stato vostro figlio a vedere il cadavere della signora,  cos?
Il ragazzo si pass una mano sugli occhi:
- S, commissa', io. E non me la scorder mai pi, quella povera donna in tutto quel sangue.
Il padre gli strinse la spalla e disse:
- Lo dovete capire, lui sangue non ne aveva mai visto prima, solo quello degli agnelli a Pasqua. E pure quello gli fa impressione.
Maione lo guard fisso:
- E voi, invece? A voi non vi fa impressione, il sangue della gente?
Il mare risuon nel vento, non lontano.
- Io ho fatto la guerra, brigadie'. La guerra al fronte. E da bambino, dalle parti mie ci stavano ancora i briganti. No, brigadie', il sangue della gente non mi fa impressione. Da un sacco di tempo, non mi fa impressione.
Un'altra ondata del mare sembr il tuono di un cannone lontano. Ricciardi pens che a lui il sangue faceva ancora impressione, nonostante ne vedesse tanto.
- Lasciate le generalit alla guardia, compreso l'indirizzo del posto dove dormite a Napoli, e quello di Baronissi. Non vi muovete dalla citt fino a quando non vi diremo noi che lo potete fare, tenetevi a disposizione, insomma. Per ora, potete andare.

Quando si ritrovarono da soli, Maione disse a Ricciardi:
- Commissa', avete fatto bene a lasciarli andare;  vero che nessuno li ha visti entrare, nessun altro oltre loro ha visto i cadaveri, la porta era aperta e non forzata e quindi la signora ha fatto entrare lei chi l'ha ammazzata. Ma se fossero stati loro, avrebbero ucciso i Garofalo e poi, senza prendere niente, sarebbero andati all'osteria a chiamare il portiere, invece di scappare? E il segno dello scarpone nel sangue dimostra che quando il ragazzo si  affacciato, la donna era gi morta.
- Nemmeno io credo siano stati loro, e comunque sappiamo nomi e indirizzi, li troviamo quando vogliamo. Lo sai, non mi piace sbattere la gente in cella quando non  strettamente necessario. Aspettiamo di capire un po' di pi su quello che  successo. Il dottore e il fotografo sono arrivati?
- Ancora no, commissa'. Li ho fatti chiamare dalla questura prima di partire per venire qua, saranno qui a momenti. E al solito ho chiesto del dottor Modo, tassativamente.
Ricciardi assent:
- Hai fatto bene, mi fido solo di lui, gli altri fanno sempre qualche pasticcio. Fai entrare un momento quel Ferro, il custode. Gli voglio chiedere una cosa.

Il portiere aveva assunto una maggiore sicurezza, sembr a Ricciardi; la giubba era stata abbottonata meglio, il cappello era diritto e l'uomo si era anche pettinato.
- Commissa', eccomi a voi. Ho mandato i curiosi a casa, con l'aiuto della vostra guardia; sono pescatori, qua raramente succede qualcosa, chiss che si credevano di vedere.
- Volevo chiedervi della bambina, la figlia dei Garofalo. Quanti anni ha, e quali sono gli orari della scuola?
- Dunque, commissa', la bambina si chiama Benedetta come vi ho detto gi, ha otto o nove anni e va a scuola dalle monache, alla Riviera di Chiaia, non lontano ma nemmeno cos vicino da poterci andare da sola. La viene a prendere la zia, suor Veronica, che  la sorella della madre e che insegna proprio alle bambine di quell'et.
Ricciardi voleva soffermarsi su questo:
- E a che ora  venuta a prenderla, stamattina, la zia?
- Come sempre, presto, verso le otto. Io ero qua, l'ho salutata,  una suora simpatica, ha preso la bambina e se n' andata. Quella, suor Veronica, tiene una voce... particolare, penetrante. Parla sempre. A quella povera creatura la rintrona, secondo me.
- Tutto regolare, insomma. Alle otto erano ancora vivi, e all'una, quando sono arrivati gli zampognari, erano morti. Ma voi il capitano l'avete visto uscire per andare al lavoro?
Ferro evit lo sguardo di Ricciardi.
- Non me lo ricordo, commissa'. Un paio di volte mi sar allontanato, uno deve pure andare in bagno, poi ho annaffiato le piante nel cortile di dietro, sono andato a fare un po' di spesa... No, non mi ricordo di averlo visto uscire, e neppure tornare.
Maione scroll le spalle:
- Certo, Ferro, con voi uno sta sicuro che nulla sfugge, eh?
- Che volete, brigadie', io sono solo, senza una moglie che mi assiste o dei figli che mi dnno una mano.
Maione guard Ricciardi e allarg le braccia:
- E vabbe', commissa'. Per sapere qualcosa di come e quando  successo 'sto fatto, dobbiamo aspettare il dottor Modo.

4.

E il dottor Modo arriv, il viso affondato in una sciarpa e il cappello calcato sulle orecchie per ripararsi dal vento freddo, seguito dal fotografo della polizia e imbufalito come al solito:
- Eccovi qui, lo sapevo, ne ero sicuro. Allora, signori, qua ci dobbiamo mettere d'accordo una volta per tutte, e finirla con queste chiamate nominative. Ma  mai possibile che io devo temere il centralinista dell'ospedale? Quando suona quell'accidente di apparecchio telefonico  sempre per qualche guaio, e ci siete sempre voi dietro!
Maione sogghignava:
- Dotto', e che ci volete fare, la colpa  vostra che siete sempre presente. Voi fatevi qualche giorno di ferie, noi lavoriamo con qualche vostro collega e capiamo finalmente che ci stanno medici pi bravi.
Modo scosse il pugno verso Maione:
- E allora mi devo rassegnare, perch pi bravo di me non ci sta nessuno. E poi, ma avete fatto un patto col diavolo che le cose di sangue devono succedere con un tempo da lupi? O piove a dirotto, come con quel povero bambino due mesi fa, o tira questo vento gelido che fa cadere le orecchie. E ogni volta mi fate attraversare tutta la citt!
Ricciardi non aveva mosso un muscolo del viso:
- Ecco, questa  un'idea. Maione; prendi nota: il prossimo omicidio lo organizziamo nella sala d'aspetto dell'ospedale, cos il nostro dottore qui non prende umidit. La verit  che dovremmo essere pi comprensivi, con le persone coi capelli bianchi.

Il dottore si mise le mani sui fianchi con fare combattivo:
- Senti, Ricciardi, guarda che io sono di quelli che con l'et migliorano: e i capelli bianchi ce li ho da quando avevo meno di quarant'anni. Tu, piuttosto: speravo che la botta in capo ti avesse un po' raddrizzato il senso dell'umorismo, e invece scopro che sei tale e quale a prima. La prossima volta che ti avr sotto i ferri non resister alla tentazione di aprirti la testa per rimettere le cose in ordine.
Ricciardi sbuff:
- Ma se mi hai messo solo qualche punto. Ci vuole ben altro che un parabrezza, a sfondarmi la testa: io sono di paese, lo sai che abbiamo il cranio pi spesso di voi in citt. Piuttosto, vedo che il Natale non ti ha portato buon umore.
- A parte che come sai sono ateo, a me il Natale, a dire la verit, mi ha sempre messo tristezza. Tutte queste famiglie che si riuniscono nella finzione di volersi bene, mentre noi vediamo giorno dopo giorno quanto si odiano; questo scambiarsi sorrisi e auguri, salvo poi dirsi peste e corna alle spalle; questo ostentare ricchezza e benessere, e poi fare la fame pi nera nei giorni seguenti. Che schifo.
Maione rise:
- E mamma mia, dotto', alla faccia dell'ottimismo. Sentite, vi invito a casa mia alla vigilia di Natale: e vediamo se resistete ai broccoli, ai vermicelli con le vongole e al capitone di mia moglie Lucia, con un paio di litri di vino di Gragnano che mi procura un amico che lavora da quelle parti. Scommettiamo che ve lo facciamo piacere, il Natale?
- Grazie, Maio'. Grazie soprattutto perch, a quanto vedo, mi state a sentire: non vi ho detto che abboffarsi cos vi fa male? Malo volete capire che dovete vivere in maniera pi sana?
- Niente da fare, dotto', non si riesce a farvi sorridere, oggi. Il Natale vi mette proprio tristezza.
- Non  il Natale,  la cattiveria degli uomini che mi mette tristezza. Stamattina, prima che mi chiamaste qua al vostro circolo dei morti ammazzati, ho dovuto ricucire un altro paio di teste perch i vostri amici del fascio si stanno levando qualche sfizio, e vanno in giro a manganellare le persone. Che lo chiami anno nono o 1931, non cambia niente: quelli che hanno il potere lo usano mortificando quelli che non ce l'hanno.
Ricciardi guard l'orologio:
- Ecco: stavamo parlando da circa tre minuti e la politica non era ancora entrata nella conversazione. Quasi un primato. Non lo vuoi capire, che con questi discorsi ti troverai con la testa rotta anche tu?
Modo sogghign, con fare astuto:
- Perch la polizia non  in grado di proteggermi, ecco perch. N me n i cittadini onesti. E a questo proposito, vuoi mostrarmi i tuoi nuovi clienti, caro il mio commissario vampiro? La tua voglia di sangue ci ha portati in riva al mare: chi  morto, qualche pescatore? O hai trovato una bella sirena assassina?
- Vieni, vieni, ti porto di sopra e ti presento una bella coppia. Ti annuncio anche che abbiamo una nuova orfanella di otto anni che non sa ancora di esserlo, e quindi c' poco da fare gli spiritosi.

Un po' in disparte, mentre Modo, il fotografo, Maione e le due guardie si esibivano nel solito balletto che si ripete attorno a un cadavere, Ricciardi rifletteva sulle emozioni che gli arrivavano dalla scena del delitto. Lo incuriosiva la frase della donna morta - Cappello e guanti? - pronunciata con affettuosa deferenza; il commissario sentiva un riconoscimento, una schietta simpatia dietro la frase formale. L'uomo nella camera da letto era invece brusco, deciso; il suo: Io non devo niente, proprio niente, riferiva di un debito non riconosciuto. Soldi e simpatia, diffidenza e affetto, contrariet e reverenza. C'era contrasto. L'uomo aveva pensato al denaro, la donna a una cordiale accoglienza nella propria casa.
Il commissario aveva da sempre riconosciuto nella fame e nell'amore, e nei relativi, innumerevoli derivati, le origini di ogni delitto. La fame generava ambizione, invidia, rivalsa; l'amore era il padre della gelosia, dell'odio, della rabbia. I due grandi nemici, alleati fino allo scorrimento del sangue. Stavolta Ricciardi non aveva ancora elementi sufficienti a individuare quale fosse la passione corrotta che aveva fatto da regista alla rappresentazione a cui stava assistendo.
Maione lo chiam, distraendolo dai suoi pensieri:
- Commissa', venite a vedere.
La voce del brigadiere arrivava da un'altra stanza, un salottino di fianco alla camera da letto. Il locale era addobbato per il Natale con festoni e coccarde, e al centro, su una tavola in legno, un grande presepe. Era veramente notevole, completo di tutti gli elementi della tradizione; Ricciardi non era un esperto, ma apprezz un paesaggio definito con accuratezza, animali e uomini ed elementi architettonici disposti in maniera da rispettare le proporzioni e da dare la sensazione di una dimensione maggiore di quella effettiva.
Si rivolse a Maione:
- Bello. Ma che c', di particolare?
Il brigadiere rispose:
- Secondo tradizione, gli zampognari suonano proprio davanti al presepe la novena: nove volte, cio, davanti al Bambinello. Quindi i Lupo, padre e figlio, venivano fatti entrare proprio qua. Ora, non possiamo saperlo con precisione, ma a me pare che non manchi niente. Questi Garofalo stavano bene a soldi, la casa  ricca, i mobili e i soprammobili sono nuovi e belli, ci stanno pure diversi pezzi d'argento ancora al posto loro. N, a parte lo scempio fatto sui corpi, c' niente di rotto o di forzato.
Ricciardi aspettava le notizie:
- Be'? E allora perch mi hai detto di venire qua?
Maione fece un sorriso furbo:
- Ecco qui il perch, commissa'. Vi dovete abbassare, guardate sotto la tovaglia del tavolino del presepe.
Ricciardi osserv che sotto il paesaggio costruito sulla tavola in legno c'era una pesante tovaglia di tela rossa, decorata con stelle ricamate; che drappeggiando arrivava quasi a terra. Si inginocchi vicino a Maione che ne sollev un lembo, e vide dei cocci. Ne prese alcuni e li port alla luce.
Tra gli altri, distinse una mezza faccia barbuta e il manico ricurvo di un bastone, con una piccola mano attaccata. Rivolse lo sguardo al presepe, e prima che formulasse alcuna domanda, Maione gli rispose:
- S, commissa'. Ci stanno tutti sul presepe, tranne san Giuseppe.

5.

Rimasero in ginocchio ai piedi del presepe, Ricciardi con in mano alcuni frammenti della statuina di san Giuseppe, guardandosi perplessi. Il commissario alla fine si rivolse al brigadiere:
- E che significa, questo? Magari  caduta a uno dei Garofalo, si  rotta in maniera accidentale.
Maione si gratt la testa, sollevando il berretto di qualche centimetro.
- Mah, commissa', non lo so. Se a me mi cade qualcosa a casa mia, raccolgo i pezzi e li butto nella spazzatura se non si pu aggiustare. Non li butto sotto un tappeto o la tovaglia, come in questo caso. Mi pare una cosa fatta di proposito, a me.
- E che significato ha? Capisco se l'avessero presa, o rotta per sfregio: l'avrebbero lasciata sul pavimento, in evidenza. Invece hanno provato a nasconderla. Che significa?
Il brigadiere allarg le braccia:
- Non lo so, vi ripeto. Potrebbe essere anche un fatto casuale: passo vicino al presepe e faccio cadere uno dei pastori, sto scappando e non mi fermo a raccogliere i pezzi, tanto con tutto 'sto sangue... una cosa cos, insomma.
Ricciardi riflett ad alta voce:
- Ma questa stanza non  sul passaggio dalla porta alla stanza da letto: ci si deve venire apposta. No, se  stato l'assassino ha voluto dire qualcosa. Ma che cosa?
Si affacci il dottor Modo. Aveva le maniche della camicia arrotolate, i capelli bianchi spettinati e le mani sporche di sangue.
- Eccovi qua, in piena crisi mistica, in ginocchio davanti alla Nativit. Che scena commovente, la conversione di due rudi poliziotti: che farete adesso, ve ne andrete in convento a coltivare gli orticelli?
Ricciardi si alz agilmente, Maione invece con qualche difficolt.
- Bruno, sono contento che apprezzi la spiritualit. Perch non fai come noi e ti scegli una missione? Sono certo che potrai convertire quel centinaio di Maddalene che frequenti settimanalmente.
Modo rise:
- Te le immagini le facce delle signorine, se mi presentassi a un casino con una croce in pugno? Magari lo faccio apposta, per vedere la reazione. Sai che dolore, perdere un uomo come me?
- E una delle principali fonti di reddito, direi. Be', scoperto niente?
Il dottore prese a pulirsi le mani con un fazzoletto.
- Ti dir, l'esame della signora all'ingresso  abbastanza semplice. Qualcuno, usando una lama molto affilata, ha deciso di aprirle un bel sorriso qualche centimetro sotto quello che aveva in dotazione. Un solo colpo, questo qualcuno le stava di fronte, di mano destra. Una forza enorme, un altro po' e le staccava la testa, ha reciso tutto, laringe, sternocleidomastoideo, carotide:  da l che  venuto fuori il sangue, dev'essere stato un bello schizzo.
Maione intervenne:
- Quindi, dotto',  facile che l'assassino si sia macchiato, no?
Modo annu:
- E certo, brigadie'. A meno che non abbia fatto un bel salto all'indietro, un po' di sangue in faccia e sul vestito se lo dev'essere preso. E comunque  morta subito, questione di secondi. Manco il tempo di capirlo, per fortuna. Quello che mi lascia dubbioso  il marito, li la questione  diversa.
- Perch sarebbe diversa? - domand Ricciardi.
- Ti spiego: l'accanimento, in quel caso,  stato bestiale. Il corpo ha una sessantina di coltellate, molte inferte dopo la morte, secondo me almeno la met. Gli assassini dovevano avere motivi gravi di risentimento. Lo hanno preso nel sonno, o quasi, non ci sono segni di lotta. Devo vedere bene con l'autopsia, ma mi sembra che la vittima abbia le unghie in ordine e nessun segno sulle mani. Per poi, e questa  una delle cose curiose, dopo tutta questa violenza lo hanno composto, messo diritto e coperto col lenzuolo. Un rispetto che non hanno avuto nell'ucciderlo.
A Ricciardi non era sfuggito il cambio di numero:
- Scusa, Bruno: quando parlavi della donna hai detto "l'assassino", una persona sola. Per l'uomo, invece, parli al plurale. Come mai?
- Nulla sfugge al vecchio segugio, eh? Hai ragione, ho parlato al plurale. Devo fare l'autopsia, e sapr essere pi preciso. Ma a occhio, a un primo esame, le ferite sul corpo dell'uomo mi sembrano inferte da mani diverse.
Maione spostava gli occhi dal dottore al commissario, perplesso.
- Che volete dire, dotto'? Come, da mani diverse? Modo rispose:
- L'angolazione, anzitutto. Alcuni tagli sono stati dati da destra a sinistra, altri da sinistra a destra. Un destro e un mancino. Poi, la forza: certe coltellate sono profonde, addirittura mi pare che ci siano costole rotte; altre sono superficiali,  entrata appena la punta. Non sono in grado di dire quante armi abbiano usato, ma la mia impressione  che le mani siano almeno due.
Si fece silenzio. Poi Ricciardi disse:
- E per l'orario delle morti, ci sai dire niente?
Modo scosse il capo:
- Sai, l'ambiente  molto riscaldato rispetto all'esterno, sentite che caldo che fa qui dentro? Ci sono alcune stufe che vanno a pieno regime, i coniugi dovevano essere pi freddolosi di me. Questo altera un po' i ritmi del dopo morte, il raffreddamento del corpo, per esempio. Ma in linea di massima, credo di poter ridurre l'intervallo: i nostri amici sono morti tra le sette e l'una, considerando che adesso sono le cinque del pomeriggio.
Maione chiese:
- Dotto', non potete essere un poco pi preciso? Una cosa sono le sette e una cosa  l'una!
Modo scatt, brusco:
- E gi, io mo' tengo la palla di vetro, tipo mago Merlino, abracadabra, dimmi l'ora precisa ch il brigadiere Maione la vuole sapere. Ma che vi credete, che sono un ciarlatano? Io sono uno scienziato, mannaggia alla miseria! Gi  assai, senza l'autopsia, ridurre cos l'intervallo!
- E va bene, dotto', non vi pigliate collera. Basta che siamo sicuri che i signori Garofalo sono morti, no? Questo lo possiamo dire?
Modo finse rassegnazione, alzando le mani:
- Mi arrendo. Li ho ammazzati io, confesso: basta che la finiamo con questa commedia. Altre cose spero di farvele sapere con l'autopsia. Sono arrivati i necrofori, cos me li faccio portare in ospedale, a questi due poveretti, e il fotografo ha detto che ha finito. Scendete con me?
Al portone trovarono Ferro circondato da alcune persone.
- Commissa', sono gli inquilini degli altri appartamenti; li ho trattenuti qua, non sapevo se li potevo far rientrare. Possono?
- S, potete salire. Fermatevi un attimo col brigadiere Maione, qui, che vi far qualche domanda, ma non ci vorr molto tempo -. Si rivolse a Maione, mormorandogli: - Cerca di sapere qualcosa soprattutto di lui, di Garofalo: abitudini, vizi, frequentazioni. I vicini a volte sanno qualcosa in pi anche dei parenti.
Maione assent:
- Certo, commissa', state tranquillo. Ci penso io. Ho pure mandato Cesarano alla scuola della bambina, per avvertire di quello che era successo. Ho pensato che non era il caso che la creatura tornava a casa e trovava quello scempio. Ho fatto bene?
- S, certo. E' meglio che la bambina rimanga l, stanotte. Domattina andremo noi a parlare con la zia e, per quanto possibile, con lei.
Mentre Maione cominciava a interrogare i vicini, Ricciardi accompagn il dottore al portone.

- Sai, Bruno: anche per me il Natale non  che conti molto. Ma chiss perch, vedere una cosa del genere in questi giorni mi mette pi malinconia del solito.
- Capisco, non hai tutti i torti. E' che in questi periodi  pi facile illudersi che la natura umana possa essere migliore di quello che .
Appena usciti in strada, Ricciardi vide un'ombra avvicinarsi lungo il muro e fermarsi a qualche metro da loro. - Ma quello non ...
Il dottore sembr imbarazzato.
- S,  il cane del bambino, quello che  morto a novembre e che portasti da me per l'autopsia, quello avvelenato. Continuava a girare attorno all'ospedale, senza mai avvicinarsi. Qualche scugnizzo gli tirava sassi, lui si allontanava ma poi tornava sempre; chiss, forse aspettava che il suo amichetto tornasse. Alla fine gli ho dato un pezzo di pane, lo ha mangiato quando mi ha visto andar via. Il giorno dopo mi  venuto vicino, si  fatto accarezzare. E allora io... insomma, siamo soli tutti e due, no? Ho pensato che forse ci si poteva pure fare un po' di compagnia. Mi ha seguito fino a casa, senza entrare; si accuccia nel giardinetto del cortile, e l lo trovo la mattina dopo. Mi segue, non mi d fastidio. Non c' niente di male, no?
Ricciardi fece una smorfia:
- No, Bruno. Non c' niente di male.
Guard il cane, che gli restitu lo sguardo coi suoi caldi occhi castani: il mantello bianco chiazzato di marrone, il muso aguzzo, un orecchio alzato e l'altro abbassato. Un cane, come tanti. O forse unico.
- Me lo ricordo. Vicino al bambino, quando lo trovammo. Sono contento che abbia fatto una nuova amicizia. Lo devi ammettere, dottore: avere un amico  meglio, soprattutto a Natale.
Modo rise:
- Fesserie. Andiamo, cane; leviamoci da qui, ch c' vento. Ciao, Ricciardi: vieni in ospedale dopodomani, e ti far sapere i risultati delle autopsie.
E si allontan alla luce dei lampioni ondeggianti nel vento, seguito dal cane al bordo dell'ombra.


6.

E' venuto un ragazzino a dirlo a tutti, da Mergellina. Ha corso scalzo, lungo il mare, nel vento e negli spruzzi, le piante dei piedi dure come il cuoio sulle pietre aguzze in mezzo alla sabbia, saltando sugli scogli.
E' venuto di corsa, a dare la notizia.
Io stavo intagliando il legno, per incollarci sopra le figure del foglio Stella: pure i bambini miei devono avere il presepe. Tutti e quattro vicino a me, per vedere nascere il bue, l'asinello, i re Magi. Qualcuno glielo dipingo io, sul foglio certi pastori non ci stanno: Cicci Bacco, zi' Vicienzo e zi' Pascale, Stefania, il Monacone. E i pescatori,  naturale. I pescatori, li devono vedere nel presepe. Devono pensare che ci stanno pure gli zii, gli amici. Il padre. Tutti ci devono stare, nel presepe. Tutti hanno diritto.
I bambini stavano vicino a me, a guardarmi intagliare; mentre il mare sbatteva vicino alle mura del castello, come un animale che prova a sfondare una porta a testate. Il castello protegge il borgo,  sempre stato cos. Il castello nero, e il borgo nascosto dietro a lui.
E' arrivato il ragazzino, ha chiamato dalla piazzetta. Siamo corsi dalle case, tutti noi che aspettavamo l'ora di uscire con le barche, un'altra notte col mare grosso, un'altra notte per trovare da mangiare, un'altra notte con le donne che aspettano, pregando di sapere se gli uomini ce la fanno a tornare oppure no.
E' venuto il ragazzino, senza fiato, e siamo corsi, e abbiamo chiesto che era successo. E il ragazzino ha bevuto un poco d'acqua, e ha raccontato il sangue. Ha raccontato i colpi del coltello, ha raccontato della polizia e del dottore, ha raccontato quello che ha sentito dire da dietro un muro, parole portate verso di lui dal vento freddo.
Noi abbiamo ascoltato, noi che a quel nome abbiamo tremato, noi che l'abbiamo visto arrivare cento volte, e cento volte abbiamo pensato a quel sangue che alla fine  stato sparso.
Quando il ragazzino ha finito di raccontare, ognuno se n' tornato in casa. Io no. Io sono andato sul molo, dove stanno le barche nostre in attesa che si calmi il mare grosso di stanotte. Sono andato di fronte al mare, ancora col coltello in mano, il coltello con cui stavo intagliando il legno per il presepe, il bue, l'asinello, Cicci Bacco.
Mi sono seduto su una bitta, gli spruzzi in faccia, il vento nelle orecchie.
Mi sono guardato la mano, ancora col coltello. E mi sono messo a ridere, a ridere, a ridere. Fino alle lacrime.

7.

Ricciardi si ritir nella sua stanza. Dall'altra parte della porta socchiusa, la musica d'orchestra che veniva dalla radio, il lamento di un tango che evocava solitudine e gelosia. Pi lontano, il rumore delle stoviglie della cena che tata Rosa lavava nell'acquaio.
And verso la finestra, con in petto la solita pressione, la nota inquietudine. Apr gli occhi, rendendosi conto solo allora di averli tenuti chiusi, e guard. Niente. Le imposte del secondo piano della casa di fronte, al di l dello stretto vicolo che portava a Materdei, erano serrate. Dalle fessure filtrava la luce della cucina di casa Colombo. Ogni tanto si vedeva passare un'ombra: conosceva quei movimenti, erano stati il suo spettacolo per mesi, una replica a sera, l'unica concessione alla normalit per un'anima che sapeva di non avere nulla di normale.
Perch hai chiuso le imposte?, chiese per l'ennesima volta. In piedi, le braccia strette al torace, gli occhi verdi che brillavano nel buio come quelli di un gatto; a cercare una risposta che non trovava.
Enrica gli mancava. Senza averle in pratica mai parlato, se non in un impacciato, goffo interrogatorio la precedente primavera; senza averla mai guardata negli occhi, se non in qualche sfuggente occasione disperata; senza averla mai lasciata un attimo nei pensieri, se non un'unica volta due mesi prima, quando si era fatto schiacciare dalla solitudine.
Gli mancava quella ragazza normale, un po' troppo alta, dalle gonne lunghe fuori moda, dagli occhiali cerchiati in tartaruga, dai gesti metodici e sereni della mano mancina mentre ricamava, la sera, alla luce di un abatjour, solo per i suoi occhi che la guardavano dal buio.
Gli mancava non trovare pi nella serenit dei movimenti di lei, che preparava la cena ai genitori e ai fratelli, che leggeva o rigovernava, che ascoltava la musica o insegnava ai bambini in casa, il ristoro dal sangue, dalla sofferenza che gli arrivava addosso a ogni angolo di strada, dal dolore che suonava la sua orribile canzone solo per lui.
Non si spiegava perch Enrica avesse chiuso anche quello stretto spiraglio che gli consentiva di osservarne la vita, nella consapevolezza di non potervi partecipare altrimenti. Aveva appreso che sapeva dei suoi sguardi da un unico scambio di lettere; ricordava quanto ci aveva messo, le difficolt, le indecisioni. Molto tempo e molta fatica per poche righe formali, nelle quali le chiedeva il permesso di salutarla, anche solo da lontano. E la risposta di lei, calma e serena, con la quale lo informava che avrebbe gradito, e molto, il suo saluto.
Tutto andava verso un avvicinamento, un'amicizia. E poi c'era stato l'incidente, l'ospedale: nessuna visita, nessuna lettera in quei giorni. E, al suo ritorno, le imposte serrate.
Mentre il tango, di l della porta, lasciava il posto a un malinconico valzer, Ricciardi ripens al sangue dei Garofalo sparso per la loro casa vicino al mare; e a quanto potesse essere breve la vita, per buttare via le emozioni. Pens a s stesso, che camminava lungo il confine tra la vita e la morte senza essere partecipe pienamente dell'una o dell'altra, e alla sua esistenza vissuta tra silenzi profondi e rumori assordanti.
Alz lo sguardo, verso le finestre buie del terzo piano del palazzo di Enrica. Da una di esse vide chiaramente, traslucida e ondeggiante come sempre, la sposa impiccata.
Un caso particolare, nell'ambito delle sue visioni. Compariva e scompariva, a periodi, infestando la casa dove aveva messo fine ai suoi giorni; come se l'emozione finale fosse portata da un vento, e poi trascinata di nuovo via nel buio, in attesa del ritorno. La vedeva chiaramente, in quella notte fredda di dicembre, il collo allungato dalla slogatura delle vertebre, gli occhi fuori dalle orbite, la lingua nera penzolante dalla bocca, spalancata alla ricerca d'aria. E la voce roca, graffiante: Maledetta puttana, ti sei preso l'amore mio e la mia vita. Un tradimento, un abbandono, un'incapacit di sopravvivere nella solitudine.
Ricciardi volt le spalle alla finestra chiusa e a quella aperta, alla donna che viveva ma che non si lasciava vedere e a quella che non viveva ma che si mostrava agli occhi della sua anima in tutto il suo dolore. Si avvicin allo scrittoio, si sedette e prese un foglio di carta. Avrebbe scritto, stavolta senza l'ausilio del Moderno segretario galante, senza lettere modello, senza falsariga. Avrebbe scritto, raccontando di s a chi non sapeva.
Cara Enrica,
da quando sono tornato a casa dall'ospedale mi negate la vostra vista. So che avete appreso dell'incidente, Rosa mi ha detto che eravate con lei nei primi, drammatici momenti in cui non sapevate che ero scampato. Sto bene, qualora vi interessasse saperlo: poco pi di un graffio alla testa, qualche capogiro. Ma sto bene.
Non vi biasimo per la finestra chiusa, per il silenzio. Avete ragione: una donna giovane ha speranze, aspirazioni, desideri. Una donna giovane vuole essere corteggiata, portata al cinematografo, a ballare. Una donna giovane vorrebbe un fidanzato da presentare ai genitori, da invitare a pranzo la domenica. Una donna giovane vorrebbe essere amata.
Io vi amo, Enrica. Non abbiate dubbi su questo. Se l'amore  un battito, se l'amore  un'attesa, se l'amore  una sottile sofferenza, io vi amo. E la mia mente e il mio cuore non vi lasciano mai.
Ma l'amore non  un lusso che mi possa concedere. Non sono nato per provare sentimenti, per tentare di essere felice. Io sono condannato.
Io vedo i morti. A ogni angolo di strada, a ogni finestra, io vedo i morti. Li vedo per come sono morti di morte violenta, con i corpi straziati dalle ferite, col sangue che scorre, con le ossa che sporgono dalla carne martoriata. Vedo i suicidi, gli assassinati, i travolti dalle carrozze, gli affogati nel mare. Li vedo, e li sento ripetere ossessivamente l'ultimo ottuso pensiero della loro vita spezzata. Li vedo, finch non si dissolvono nell'aria per trovare una pace che non so se esista, e in che luogo. E ne sento il dolore immenso di abbandonare l'amore, per sempre.
Sono condannato. Porto il mio marchio addosso fin da bambino, e ho ragione di credere che mia madre avesse la stessa terribile malattia, ed  morta pazza.
Vi amo, Enrica. E se l'amore  volere il bene di chi si ama, come posso condannarvi a me stesso? Come posso imporvi di condividere la vita con uno che cammina in mezzo ai morti? Voi che potete non vedere, voi che potete sorridere felice in un luogo in cui io vedo cadaveri urlanti a pochi passi, vorreste essere condannata ad avere vicino un uomo come me?
Vi amo, Enrica. E nulla potrei desiderare di pi al mondo che tenervi tra le braccia, custodire i vostri sogni, baciare il vostro sorriso. Proprio perch vi amo, devo starvi lontano. E credetemi se vi dico che mi brucia di pi condannarmi alla vostra assenza che dover vedere, in questo stesso momento, il fantasma di una donna impiccata che chiama il suo amore perduto.
Sono straziato dalla vostra finestra chiusa; ma sono felice perch essa vi protegge da me.
Vi amo, Enrica. E vi amer sempre, nel chiuso della mia anima.

Un colpo di vento scosse i vetri.
Gli occhi perduti nel vuoto, lentamente Ricciardi prese il foglio che aveva scritto e lo strapp in mille pezzi; poi si alz, apr la finestra e affid i frammenti alla notte gelida.

8.

La mattina del sabato che precedeva il Natale era particolare. Le antiche tradizioni si mischiavano felicemente ai nuovi costumi, e donne con enormi ceste di uova in bilico sulla testa incedevano inseguite da stuoli di bambini vestiti da balilla, che andavano all'adunanza in piazza.
Sui marciapiedi delle strade eleganti proliferavano centinaia di bancarelle che vendevano di tutto, rubando lo spazio al passeggio e quindi ai loro stessi clienti. Vasi cinesi, residuati bellici come binocoli e cannocchiali, scarponi e baionette, pezze e cappelli: e ogni venditore a urlare la bellezza della propria merce, a voce altissima per superare l'ululato del mare.
Maione e Ricciardi andavano incontro al vento gelido, percorrendo via Santa Maria in Portico. Al loro passaggio i mendicanti e i venditori, riconoscendo la divisa del brigadiere, si spostavano, distogliendo lo sguardo e abbassando la voce: era come se un'ala nera passasse in mezzo al mercato.
L'umore dei due non era buono: stavano andando al convento delle Suore Riparatrici del Dolore della Beata Vergine, dov'era la scuola frequentata dalla figlia dei Garofalo; dover guardare in faccia una bambina che aveva perso entrambi i genitori non era certo una bella prospettiva.
Ricciardi chiese, senza rallentare l'andatura:
- Che hai saputo ieri, dai vicini di casa? Qualche notizia interessante, sulla vita dei Garofalo?
- Niente che ci possa mettere sulla strada giusta, commissa'. Pare che lui, Emanuele, fosse un centurione della milizia portuaria, sapete, questa cosa dei fascisti che sta al porto e si occupa del movimento delle merci e del controllo della pesca. Era stato promosso un paio d'anni fa, mi diceva il ragioniere, quel Finelli; pare che la promozione sia stata per meriti speciali, non sapeva bene quali.
Ricciardi annu, camminando.
- Meriti, di questi tempi, significa che ha fatto la spia a qualcuno. E poi?
Maione sbuffava per mantenere l'andatura del superiore continuando a parlare:
- I vicini confermano tutti l'integrit e la seriet della famiglia. Io penso che essendo uno della milizia fascista, loro abbiano avuto paura di parlarne male. Troppi "una bravissima persona", "gente perbene". Tutto troppo perfetto, insomma. Pure il portiere, quel Ferro, troppa deferenza. Mai possibile, commissa', nemmeno un pettegolezzo o una maldicenza?
Ricciardi si strinse nelle spalle, pensando alla delicata accoglienza del cadavere sgozzato della donna: Cappello e guanti?
- Magari  vero, che ne possiamo sapere? E qualcuno li andava a trovare?
- Pochi. La sorella di lei, qualche collega di lui, con quelle curiose divise nuove col fiocchetto sul cappello, fornitori. Ricevevano poco o niente, a sentire i vicini.
- E la donna? Com'era, che carattere aveva?
Maione fece un cenno vago con la mano:
- Ah, di lei dicono meno ancora. Una brava signora, pacata, sempre sorridente, educata. Usciva solo col marito, legatissima alla bambina, una donna di casa. Nessuno ha mai sentito uno strillo, o anche soltanto parlare a voce alta in quell'appartamento.
Ricciardi sbott:
- Insomma, nessuna notizia. Tutto perfetto, tutto bene, nemmeno un intoppo nella vita di questa famiglia. Se non fosse che una bella mattina sotto Natale qualcuno entra, li ammazza a coltellate riempiendo la casa di sangue, rompe il san Giuseppe del presepe e se ne va. Una piccola imperfezione, un'increspatura nell'andazzo della giornata.
Maione comment amaro:
- E non  sempre cos, commissa'? Tutto va bene, finch qualcosa va male. E chi ci va per sotto  questa povera creatura, che resta con solo una zia monaca al mondo. Dovr rimanere in convento, e si far monaca pure lei, magari.
- E magari no, Maione. Che mi dici della zia suora?
- Niente, commissa', pare che sia un tipo abbastanza curioso, a quanto ho capito dalle mezze frasi di Ferro e dei vicini. Una donna piccola ma energica, sempre in movimento, con una voce strana, a trombetta;  la sorella pi grande della moglie di Garofalo, nessun altro fratello, e lui pure non aveva fratelli. Insomma, alla bambina rimane solamente questa zia.

L'ingresso del convento era una porticina che si apriva in un muro grigio altissimo, in un vicolo che andava verso la Villa Nazionale. Incessante si sentiva il rumore delle onde, che sbattevano sui frangiflutti davanti alla spiaggia.
Ricciardi e Maione, dopo essersi qualificati attraverso uno spioncino, furono accolti all'ingresso da una novizia che li condusse in una sala d'aspetto gelida, senza alcun arredo se non un inginocchiatoio piazzato davanti a un quadro della Madonna. Da una finestra si vedeva un grande giardino, con alberi alti scossi dal vento; entrava una luce grigia e fioca.
Passato qualche minuto, in cui Ricciardi guardava fuori e Maione si ispezionava le unghie, la porta si apr ed entr una suora. La donna non parl: arriv al centro della stanza, liquid Maione con uno sguardo superficiale e ferm gli occhi su Ricciardi. Dopo un lungo silenzio, Maione tossicchi imbarazzato e disse:
- Buona giornata, sorella. Io mi chiamo Maione, brigadiere Maione, e il commissario qua  il commissario Ricciardi, della squadra mobile della questura di Napoli. Cerchiamo suor Veronica, la sorella della signora Garofalo, Costanza Garofalo. Ci dovrebbe essere pure una bambina, e...

Continuando a fissare Ricciardi, la suora parl. E parl con un tono di voce stridente, acuto, come un graffio sulla lavagna.
- La bambina si chiama Benedetta, ed  mia nipote. Io sono suor Veronica, delle Riparatrici del Dolore della Beata Vergine.
La donna non somigliava in nulla alla sorella, che era stata sottile e di altezza media, coi lineamenti che anche nella rigidit della morte si intuivano delicati e raffinati; la suora era invece bassa e tonda, il viso rosso e il naso camuso. La voce e la postura del corpo, che ondeggiava lievemente avanti e indietro, completavano un quadro piuttosto comico.
Maione, per spezzare la tensione, si avvicin e le porse la mano rispettosamente:
- Sorella, le nostre condoglianze per la vostra perdita.
Dopo una breve esitazione, la suora gli concesse la mano e il brigadiere fece per baciarla. Si ritrov a toccare una piccola cosa viscida di sudore, dalle dita tozze che uscivano appena dalla manica dell'abito nero, e dovette trattenere il disgusto e la tentazione di abbandonarla dopo una lieve stretta. Se ne usc mimando un bacio a qualche centimetro di distanza, per poi fare un frettoloso passo indietro: lasciava il campo a Ricciardi, era stato fin troppo eroico.
- Sorella, ieri abbiamo mandato una guardia per avvertirvi di quanto era successo a casa di vostra sorella.
- S; giusto in tempo, perch stavo per riportare Benedetta dai genitori. Non  la prima volta che tengo la bambina con me, la sistemo su un lettino nella mia stanza. Rimane volentieri, siamo molto legate.
Ricciardi scrutava il viso della suora, alla ricerca delle sensazioni che provava.
- Sapete dirci qualcosa delle frequentazioni di vostra sorella e di vostro cognato? Qualcosa che possa metterci sulla strada giusta...
- Io non so niente, della vita di mia sorella e di suo marito. Lui era un uomo ambizioso, pensava solo al lavoro e non avevano molte occasioni sociali. Della bambina, della sua istruzione, mi occupo io di concerto con mia sorella. Tutto qui.
Il suono stridente della voce, infantile e acuto, contrastava con la durezza delle parole. Ricciardi insistette:
- Ma vostra sorella potrebbe avervi fatto qualche confidenza, che so, avervi parlato di minacce o di diverbi suoi o di suo marito.
Continuando a ondeggiare, la suora disse:
- Commissario, io non entravo nelle cose di mia sorella e del marito. Lui poi lo vedevo poco, e solo di sfuggita; era sempre al lavoro, ve l'ho detto. E siccome mia sorella viveva nella sua ombra, mi limitavo a toccare un unico argomento: mia nipote. E la sua istruzione.
Ricciardi resse lo sguardo della suora. Maione strusci un piede sul pavimento, come un mulo irrequieto.
- Sbaglio, se dico che vostro cognato non vi piaceva molto, sorella?
Il volto tondo e rosso della suora si apr in un sorriso triste:
- Per non apprezzare qualcuno bisogna conoscerlo, commissario. E io mio cognato l'avr visto quattro o cinque volte in tutto. Tra le riunioni di partito e il lavoro alla milizia, non c'era mai. E adesso  morto, ed  morta per causa sua anche la mia povera sorella, e mia nipote avr solo me, una suora.
Ricciardi si sofferm sull'ultima frase:
- Perch dite "per causa sua"?
Suor Veronica sostenne lo sguardo:
- Era lui, l'uomo, quello importante. Mia sorella, vi dicevo, era un'ombra nella casa. Chiunque sia stato, siatene certo, ce l'aveva con lui, e se ha ucciso anche mia sorella  solamente perch l'ha trovata sulla sua strada. La vostra guardia, ieri, mi ha raccontato qualcosa di come sono stati trovati: la mia povera Costanza ha soltanto aperto la porta. Volevano lui.
Il vento risuon nel giardino. La temperatura della sala sembr calare ulteriormente. Ricciardi disse:
- Cosa farete, adesso, con vostra nipote? Che cosa le direte?	
La suora rivolse lo sguardo alla finestra.
- E' una bambina forte. Le dir che i genitori sono partiti per un viaggio, poi pian piano le lascer capire qualcosa, alla fine le dir che sono morti in un incidente, qualcosa di romantico, una nave affondata, un treno deragliato in qualche paese esotico. E nel frattempo, cercher di farle fare la migliore vita possibile -. Si ferm un attimo, poi fiss di nuovo Ricciardi: - Mia sorella era dolce, sapete, commissario. Era una donna delicata, serena, colta. Avrebbe meritato una vita lunga, dei nipoti, una vecchiaia tranquilla. Ho pregato per lei, e per mio cognato, tutta la notte. Mi sembra impossibile che non la vedr mai pi.
Sul viso cominciarono a scendere, silenziose, le lacrime. Tir fuori dall'abito un fazzoletto enorme e si soffi il naso, col suono grottesco di una trombetta di Carnevale; ma n a Maione n a Ricciardi venne da sorridere.
Dopo una pausa, disse:
- Avete bisogno... volete parlare con la bambina? Vi prego, vorrei che lo sapesse nel modo che vi ho detto. E' cos piccola, ha solo otto anni. Il suo mondo  fatto di fiabe e di eroi, non voglio che si affacci per la prima volta in questo tempo col sangue dei suoi genitori.
Maione guard Ricciardi che annu, poi disse:
- Non temete, sorella. Non dobbiamo parlare con la bambina, e se pure dovessimo farle qualche domanda non sarebbe necessario dirle quello che  successo. Tenetela qua, comunque. Ci potrebbe servire parlare con lei nei prossimi giorni.
- Grazie, brigadiere. Non sar facile, adesso arriva il Natale, vorr sapere perch non pu tornare a casa sua. Mander qualcuno a prendere le sue cose, gli abiti, qualche bambola. Non sar facile.
Ricciardi fece per congedarsi:
- Fateci sapere, sorella, se avete bisogno di qualcosa. Voi, o la bambina.
Suor Veronica gli rispose, calma:
- Abbiamo bisogno di qualcosa, s. Abbiamo bisogno che chi ha fatto questo paghi, e paghi caro. Perci, commissario, io vi chiedo per conto di mia nipote e mio di trovare gli assassini di mia sorella e mio cognato.
Quando furono usciti il vento era ulteriormente rinforzato e il mare muggiva invisibile al di l della Villa Nazionale, ma a entrambi sembr di essere in un luogo molto accogliente. Maione disse:
- Mamma mia, commissa', quella voce spacca i timpani. E non avete idea, la mano... puah, che schifo, umida e molliccia... Povera creatura, la bambina:  rimasta con un essere strano.
Ricciardi sospir:
- Ma che almeno le vuole bene. Un destino migliore di quello che tocca a tanti di questi scugnizzi che vediamo per strada. Affrettiamoci, Raffaele. Dobbiamo decidere una linea d'azione, non abbiamo molto in mano. Hai sentito che ha detto suor Veronica, no? Dobbiamo trovare questi assassini.

9.
Sapeva che l'avrebbe trovato l, e infatti lo trov. Seduto infondo alla sala, lontano da tutti, gli occhi perduti nel vuoto, col bicchiere in mano, mentre gli altri cantavano attorno a una chitarra scordata e mezza rotta.
Attravers il locale per raggiungerlo, aspett un invito a sedersi che non arriv, si accomod su uno sgabello. Il rumore della baldoria era assordante: un'osteria in un vicolo vicino al porto, di sabato sera.
Lo guard a lungo, poi disse:
- Potresti almeno salutarmi. Lo sai il rischio che corro, venendo qui? Potrebbero vedermi.
L'altro rispose con voce impastata, senza distogliere gli occhi dal nulla:
- E chi te lo ha chiesto, di correre 'sto rischio? Vattene, di. Che  quello che sapete fare meglio, tutti quanti.
L'uomo appena arrivato sbatt il pugno sul tavolo, facendo tintinnare la bottiglia:
- E tu sai soltanto piangere e lamentarti. Sono qua solamente per farti una domanda: sei stato tu? Devo sentirlo dalla tua voce.
L'ubriaco mormor:
- Non so di che cosa stai parlando. E nemmeno mi interessa. Ti ripeto, vattene e lasciami solo.
La musica si interruppe bruscamente e due uomini cominciarono a litigare furiosi. L'oste si mosse veloce, li afferr per le spalle e li butt fuori. Il chitarrista riprese a suonare.
- Allora, sei stato tu? La moglie, Anto'... era necessario, pure la moglie? E in quel modo, poi?
Negli occhi di quello che era stato chiamato Antonio ci fu un barlume di interesse:
- Che vuoi dire? Parla chiaro!
- Non capisco se mi stai prendendo in giro oppure no. E tutto sommato, forse  meglio che io non capisca. Facciamo finta che non sai niente, e allora te lo dico io: ieri mattina hanno ammazzato Garofalo e la moglie. A coltellate, li hanno ammazzati. Va bene, cos? Ora la notizia ce l'hai. Fossi in te, sparirei dalla circolazione: il primo cargo per l'America, e buonanotte ai suonatori. Io questo ti sono venuto a dire, mo' sto a posto con la coscienza. Buona serata, Anto'. Ti puoi finire di ubriacare.
Si alz e se ne and, facendosi largo a manate tra ballerini ubriachi.
Antonio rimase seduto, lo sguardo di nuovo perso nel buio. Scosse piano la testa e mormor:
- Anche questo. Anche questo, mi hai rubato. Sia maledetta la tua anima.

10.

Il centro della citt diventava, la settimana prima di Natale, un unico immenso mercato; e la questura si trovava proprio al centro del centro. Per raggiungere l'ufficio Ricciardi e Maione furono costretti a passare attraverso centinaia di mendicanti, riffaiuoli, rigattieri, acquaioli, lustrascarpe, tutti occupati ad accaparrarsi i clienti altrui; l'aria era impregnata di odori, la frittura, la pizza, i maccheroni, i frutti di mare, le mandorle caramellate; bisognava stare attenti a non calpestare la merce esibita su lenzuola sporche stese al suolo, vasi, bicchieri, posate e utensili.
Maione dovette fare qualche passo di danza, sulle punte degli stivali, per non schiacciare la mano aperta, appoggiata al selciato, di una zingarella che chiedeva l'elemosina.
- Maledizione, qua sta diventando impossibile pure camminare a piedi! E poi, tutti questi profumi, ma un poveretto come deve fare a cercare di mangiare a orario e non continuamente?
Ricciardi, grazie alla mole sensibilmente pi contenuta, si destreggiava con minore difficolt:
- Ci si mette pure il Natale. Non sar semplice questa indagine, te lo dico io. Dovremo scarpinare parecchio, in mezzo al mercato.
Arrivati in ufficio, trovarono ad attenderli, ai piedi dello scalone, Ponte, l'assistente del vicequestore Garzo, capo della squadra mobile. Come quasi tutti i dipendenti della questura, era convinto che Ricciardi portasse male, che fosse in qualche modo connesso col diavolo
o chi per lui: per il modo irrituale di mandare avanti le indagini, per l'assenza totale di amicizie o anche solo di comunicazione coi colleghi a esclusione di Maione, per il disinteresse nei confronti di avanzamenti di carriera nonostante i successi ottenuti.
Cose strane, inspiegabili. Che per Ponte, ometto superstizioso e vigliacco, si traducevano in un unico imperativo: evitare, per quanto possibile, di averci a che fare. E di guardare quegli incredibili occhi verdi, che per quanto ne sapeva affacciavano direttamente sull'inferno.
- Buongiorno, commissario. Brigadiere...
Maione non nascondeva il ribrezzo per un poliziotto che aveva scelto di fare il maggiordomo del vicequestore; e conoscendo le motivazioni per cui l'uomo parlava senza guardare in faccia il superiore, al quale lui era molto affezionato, diventava decisamente aggressivo.
- Toh, guarda chi  uscito dal tombino. Che vuoi, Ponte? Teniamo da fare, stiamo lavorando a un omicidio, non so se ti ricordi di che si tratta.
Ponte lasci cadere nel vuoto l'ironia; era abilissimo a evitare gli scontri. Guardando un punto imprecisato del pavimento, disse:
- Lo so, lo so, brigadie'. E io apposta mi trovo qua. Il vicequestore vi vuole vedere subito.
- Incredibile: dobbiamo ancora capire bene che  successo, e gi Garzo chiede notizie. Togliamoci il pensiero, andiamoci subito. Cos poi possiamo metterci al lavoro.

Il vicequestore Angelo Garzo era convinto di possedere grandissime doti diplomatiche. Ci aveva costruito una carriera, sulla diplomazia, anche se i colleghi che aveva sopravanzato attraverso maldicenze e favori ottenuti con le raccomandazioni avrebbero espresso giudizi diversi.
Per la verit, anche la parentela della moglie col prefetto di Salerno aveva avuto un ruolo: ma Garzo preferiva individuare nelle proprie doti e nella determinazione ad arrivare in alto le ragioni del suo cammino professionale.
Aspettando Ricciardi lanci un'occhiata nello specchio, e l'uomo che vide gli piacque. I baffi erano stati l'ultima trovata: ci aveva riflettuto molto, non voleva dare di s l'immagine di uno che avesse eccessiva cura personale, quelli cos normalmente sono degli sfaticati, aveva pensato. Poi, man mano che le basette diventavano brizzolate, si era convinto che i baffi avrebbero fatto un delizioso pendant conferendogli maggiore autorit, e li aveva coltivati come una piantagione di rose. Il risultato, doveva ammetterlo, era soddisfacente.
Ricciardi, Ricciardi. Croce e delizia. Ingovernabile, indipendente, indisciplinato; ma anche garanzia di successo. E aveva l'ineguagliabile vantaggio di non essere affatto interessato alla carriera. Non mirava al suo posto, insomma, come lui stesso, invece, a quello del questore. Quindi Garzo poteva appropriarsi di fronte ai superiori, soprattutto al ministero a Roma, delle brillanti soluzioni del commissario.
Certo, qualche volta se l'erano vista brutta: quando avevano ucciso il tenore amico del Duce, per esempio; e pur avendo una meravigliosa confessione, Ricciardi aveva voluto continuare a cercare fino a quando aveva scoperto che il cantante era tutt'altro che una brava persona. Vezzi, si chiamava. E la moglie, amica della figlia del Duce, era poi venuta a vivere in citt; Garzo sospettava che si fosse invaghita proprio di Ricciardi, Dio solo sapeva il perch.
Insomma, una tigre che andava cavalcata, il commissario dagli inquietanti occhi verdi. E lui era l'uomo giusto per farlo, ora che aveva anche i baffi.

Ponte buss con discrezione e si affacci nell'ufficio di Garzo:
- Dottore... il commissario Ricciardi e il brigadiere Maione, come avevate chiesto.
Maione gli rivolse uno sguardo velenoso e sibil: - Ma guarda, un cagnolino parlante. E l'inchino? Garzo assunse un'aria allegra e conciliante:
- Oh, eccolo qui, l'uomo di punta! Caro, carissimo Ricciardi, prego, accomodatevi. Brigadiere, buongiorno. Ricciardi entr ma rimase in piedi:
- Buongiorno, dottore. Ci scuserete, ma abbiamo poco tempo. Stiamo indagando su un duplice delitto, e come voi m'insegnate, le prime quarantotto ore sono fondamentali.
Il vicequestore trasal: come si permetteva, quel ridicolo sottoposto, di dire a lui che non aveva tempo? La diplomazia, pens. Ricordati della diplomazia.
- E infatti volevo parlarvi proprio di questo. Ponte mi ha riferito che eravate voi di guardia, quando  arrivata la chiamata per i Garofalo.
A Ponte che guardava interessato il soffitto, Maione mormor:
- Niente sfugge, ai servizi segreti. Garzo continu:
- Si tratta, il Garofalo intendo, di un ufficiale della milizia portuaria. Di un centurione, per l'esattezza. Che corrisponde...
Ricciardi intervenne:	,
- ... al grado di capitano, a quanto abbiamo appreso. Garzo sorrise, compiaciuto:
- Vedo che la macchina infallibile della squadra mobile si  gi messa in moto. E insomma, sapete qualcosa della milizia portuaria?
Ricciardi si strinse nelle spalle. Non aveva tolto le mani dalle tasche del soprabito, se non per ravviarsi la ciocca di capelli ribelle che continuava a cadergli sulla fronte. - Sappiamo che sovrintende al movimento delle merci e al controllo della pesca.
- Precisamente, - si compiacque Garzo. - Il che, in una citt a forte vocazione marittima come la nostra, fa di essa uno degli organismi di polizia pi importanti. Maione corrug la fronte:
- Polizia? Credevo si occupassero solo di irregolarit amministrative.
Il vicequestore non grad l'intromissione di un semplice graduato, ma non volle essere sgarbato:
- No, sulla pesca e sulle merci svolgono attivit di supporto alle forze della polizia costiera, con identiche competenze, anche se non hanno mezzi marittimi propri. E comunque, il punto  questo: come ogni organismo appartenente alla milizia volontaria nazionale, la portuaria  un'emanazione del fascio. Riferiscono direttamente alle camicie nere, e queste a Roma.
Ricciardi fece una smorfia:
- Comincio a comprendere. Quindi il nostro Garofalo Emanuele, centurione,  un morto eccellente.
Garzo indur la mascella: un gesto che da quando aveva i baffi gli veniva particolarmente bene, e che aveva a lungo provato allo specchio.
- Non so cosa vogliate dire, con quel tono: ma s, si tratta di un omicidio importante. Si parlava dell'uomo come di un probabile futuro console, mi dicono. Era stato promosso per meriti speciali, ed era noto per l'integrit e il senso del dovere.
Ci fu un attimo di silenzio, durante il quale Ricciardi si gratt il mento:
- Chiedo scusa, dottore. Mi state raccomandando qualcosa?
Garzo cominci a spazientirsi:
- Io non ho niente da raccomandare. Volevo solo dirvi che... insomma, da Roma  gi arrivato un dispaccio che raccomanda... cio, - rendendosi conto di aver usato lo stesso verbo in maniera contraddittoria, - che invita a svolgere le indagini con cura e attenzione.
Ricciardi non aveva mosso un muscolo, ma Maione sapeva che se la stava godendo un mondo:
- Per la cura mi impegno, dottore, lo sapete bene. La stessa cura che mettiamo in ogni indagine. Ma l'attenzione? Che cosa dobbiamo fare, esattamente?
Garzo si sent con le spalle al muro. Si accarezz con l'indice i baffi, ma non ne trov conforto.
- Attenzione, attenzione. A non pestare i piedi, come fate fin troppo spesso; a non essere arrogante, a non disturbare personaggi in vista. Per una volta, Ricciardi, attenzione!
Il commissario annu.
- State tranquillo, allora, dottore. Ci metteremo tutta la nostra... attenzione. Possiamo andare?
Con la spiacevole sensazione di essere stato di nuovo sconfitto, senza sapere bene in quale competizione, Garzo fece un cenno infastidito con la mano e li conged.
Nell'uscire, apparentemente per caso, Maione pest il piede a Ponte, che incass senza un lamento.


11.

Ho deciso: quest'anno faccio un'altra collina.
La metto qua, di fianco, come Posillipo col Vomero. Cos posso farci la campagna, il gregge di pecore, qualche casetta illuminata. Ai bambini piacciono, le pecorelle e i pastori.
Magari non verr popolosa come quella che c' gi, ma non importa. E' come la citt, infondo: ci stanno parti dove c' pi gente e parti dove ce n' di meno.
Non devo nemmeno rifare la struttura di assicelle di legno, baster un pezzo di sughero un po' pi grosso, il muschio per fare l'erba, qualche alberello col filo di ferro. Il sughero sta qua. Devo tagliarlo, un rettangolo da attaccare con i chiodi.
Il coltello in mano. E penso alla carne.
La carne non  come il sughero: si taglia facile facile, basta un colpo netto. Il problema  decidere di tagliarla, la carne.
Ora lo so, come funziona. Si appoggia, si preme.
La carne asseconda la punta,  elastica; affonda un poco.
Poi per si buca.
E' quello il momento da cui non si torna indietro.

12.

Maione schiumava di rabbia:
- 'Sto deficiente buffone. Vuole insegnarci il mestiere a noi, vuole! Ma come si permette? Lui e quell'incapace di Ponte, quant' vero Iddio un giorno di questi gli d un pcchero che gli faccio scordare l'indirizzo di casa! E poi, con quei quattro peli di zoccola che si  fatto crescere sulla faccia, si crede di essere diventato meno scemo?
Ricciardi, affondato nella vecchia poltrona in pelle dietro la scrivania, giocherellava pensoso col fermacarte ricavato da una scheggia di granata.
- E invece, mai come questa volta il buon Garzo ci  stato utile. Abbiamo avuto qualche indicazione importante, da lui.
Maione non era disponibile a calmarsi:
- Commissa', da quello non pu mai venire niente di utile, perch lui stesso  un essere inutile. Ma lo sapete che Antonelli, in servizio provvisorio al centralino, mi ha raccontato che parlando con la moglie al telefono ha detto: Ricciardi, per acchiappare i criminali, vuol dire che li capisce. E quindi  un criminale pure lui. Questo per giustificare che lui non capisce proprio niente!
- Rifletti, Raffae'. Ancora sono caldi i cadaveri, e gi l'apparato di partito si muove. Garzo non prende iniziative, mai, se qualcuno non gli dice di farlo. E perch allora la milizia  intervenuta subito? Sono convinto che la passeggiata che ci dobbiamo fare alla caserma dove lavorava Garofalo ci potr dare qualche notizia interessante.
Maione si gratt la testa:
- Voi dite? E allora  meglio che ce la facciamo subito, questa passeggiata. Lo dite sempre, voi, che le prime ore sono importanti, no?

13.

Livia Lucani, vedova Vezzi, si godeva l'atmosfera del Natale nella sua nuova citt.
Tutte le caratteristiche, le particolarit che la rendevano cos unica e interessante, si moltiplicavano per cento: il risveglio con le urla dei venditori ambulanti, la confusione per strada, le canzoni. E i profumi, le mille pentole che bollivano, le mille padelle che friggevano, le pasticcerie che facevano a gara per proporre i propri capolavori. Ognuno si inventava un mestiere, ognuno cercava di guadagnarsi qualcosa.
L'impressione di Livia era di una generale allegria, con una vena di tristezza; come se i cittadini di quel posto speciale volessero costantemente dire:  difficile, difficilissimo. Ma ce la facciamo lo stesso.
Il giorno prima aveva scorto, dal finestrino dell'automobile, uno strano individuo con un cappello a feluca, una palandrana e mille catene e catenelle, medaglie finte, un bastone colorato con un sonaglio all'estremit. Procedeva con un'andatura strana, saltellante, seguito dal solito corteo di ragazzini scalzi, e urlava qualcosa che Livia non pot sentire.
Quando aveva chiesto all'autista chi fosse quel personaggio, quello aveva ridacchiato:
- Signo',  il Pazzariello. Una specie di giornale, va in giro per il quartiere per comunicare che si  aperto un negozio nuovo, o che magari qualcuno ha perso il cane e lo sta cercando, o che due ragazzi finalmente si sposano. Lo dice cantando e ballando, e vestito come lo vedete, cos attira l'attenzione.
Livia intravide uscire da un basso quattro donne vestite di nero che ascoltarono attente l'uomo, risero e rientrarono. Sulla porta del basso c'era un drappo nero. All'autista non sfugg lo sguardo della signora:
- Al Pazzariello non si resiste: pure se si sta vegliando un morto, si esce e si sente che cosa ha da annunciare.
Quella era la citt di cui Livia andava innamorandosi sempre di pi. Quella era la citt dove, un po' alla volta, aveva ritrovato la voglia di vivere.
Ancora le giungevano telefonate lunghissime, con le quali le sue amicizie romane cercavano di convincerla a tornare nella capitale. Quando era partita, ormai quattro mesi prima, aveva detto che andava a fare qualche giorno di mare; e non era pi tornata.
Ora l'idea della vita sociale che aveva condotto a Roma per anni le era insopportabile: sorrisi falsi, maldicenze, pettegolezzi. Una rincorsa perenne a guadagnarsi il favore dei nuovi potenti, atteggiamento che le era estraneo per natura: proprio per quel disinteresse, e per la sua sincerit, era diventata buona amica della figlia ribelle del Duce, una ragazza che nascondeva dietro un'apparente aggressivit e atteggiamenti mascolini una grande fragilit affettiva.
Le telefonate di Edda erano molto gradite, ma neanche lei era riuscita a farle cambiare idea: a Roma non voleva tornare. E siccome la divertiva che tutti cercassero di capire il vero motivo per cui avevano perso la pi incantevole animatrice della gaudente vita romana, non lo diceva a nessuno.
Facendosi strada a colpi di tromba nell'esercito di venditori ambulanti e mendicanti, l'automobile di Livia arriv nel cortile della questura. La guardia alla porta salut con deferenza, e la donna annu: ormai era un'ospite abituale.
Senza segnalare all'autista di voler scendere dalla vettura, si mise a contare a bassa voce: quando fu arrivata a otto, comparve trafelato Garzo, uscito dal portone degli uffici senza nemmeno il soprabito.
- Signora, ma che onore e che piacere! Voi siete un raggio di luce nella nostra giornata, siamo fortunati a ricevere la vostra visita.
Livia accett il braccio che il vicequestore le offriva:
- Caro dottore, il piacere, credetemi,  tutto mio. Ed essere ricevuta da un uomo cos galante  davvero gratificante. Ma, vedo bene? Vi siete fatto crescere i baffi! State veramente benissimo.
Garzo sembr imbarazzato:
- Sapete, signora, quando l'et avanza conviene assumere un po' di autorit, non vi pare? Livia rise:
- E voi tenete pi di tutto all'autorit, no?
- Certo,  cos. Quei ragazzacci dei miei sottoposti, non  facile metterli in riga. Ne parlavo proprio poco fa con il vostro amico Ricciardi e col suo brigadiere.
Livia si fece subito seria:
- Perch, c' qualche problema? E' voluto rientrare al lavoro a cos breve distanza dall'incidente, non ascolta altri che s stesso.
- S, una bella capa tosta, diciamo noi da queste parti. E in tutti i sensi, devo dire. Comunque non lo trovate,  uscito appunto con Maione poco fa. Sta svolgendo un'indagine piuttosto delicata. Come avrete certamente modo di riferire a Roma, se vi troverete a discuterne, noi diamo la massima attenzione a tutto ci che coinvolge gli uomini del partito.
La delusione di non aver trovato Ricciardi aveva cambiato l'umore di Livia cos repentinamente che non aveva ascoltato Garzo.
- Ah, ho capito. Va bene, mi userete la cortesia di riferirgli che... no, non gli dite niente. Magari ritorno.
Garzo esib il suo sorriso pi affascinante:
- Ma certo, signora. Ne sar di sicuro molto felice.
Mentre affrontava di nuovo la folla in automobile, Livia ritrov il buonumore. E pens che il vero motivo per cui si era trasferita doveva essere cercato in quell'uomo dagli occhi verdi come l'acqua, cos disperati; e che finalmente era riuscita, due mesi prima, a stringere fra le braccia.
Chiss cosa avrebbero detto, le sue amiche romane, se l'avessero saputo.
Se per strada il caos che precedeva il Natale era soffocante e disordinato, all'interno del porto l'impressione era tutta diversa. Il traffico merci e quello dei passeggeri erano tenuti separati, e migliaia di persone operavano con efficienza, muovendosi secondo una sorta di coreografia sapientemente organizzata.
Lo scalo era il primo della nazione e pareva consapevole di quel primato: squadre di facchini si incrociavano con gli equipaggi appena scesi a terra o in procinto di imbarcarsi, decine di scaricatori riempivano o svuotavano incessantemente immense stive, grossi automezzi e carri trainati da cavalli sbuffanti vapore nel vento si disponevano in fila all'uscita, per i controlli delle merci. Chi sbarcava dalle grandi navi da crociera transatlantiche veniva guidato da graziose ausiliarie in divisa all'uscita pedonale: Maione pens al trauma che avrebbero subto ritrovandosi nella paurosa confusione della citt.
Ricciardi camminava svelto, le mani in tasca e i capelli scompigliati, lo sguardo fisso davanti a s. Agli occhi della sua anima, oltre all'umanit indaffarata, apparivano altri esseri.
Un ragazzo, in piedi sulla banchina, il braccio tranciato da un cavo, il sangue pompato con forza dal cuore attraverso l'arteria tagliata di netto, mormorava: Mamm, mamm, aiutatemi, mamm. Un uomo, seduto a terra vicino a uno scarico merci adesso occupato da un gruppo di lavoranti che cantavano allegri un motivo in voga, era stato schiacciato da una cassa o qualcosa del genere: aveva una vasta depressione sul torace e, dalla postura della testa, era facile capire che la colonna vertebrale si era spezzata. Mormorava: L'ultimo, faccio quest'ultimo e me ne vado a casa. Peccato, riflett il commissario. Se l'ultimo fosse stato il precedente, adesso forse saresti coi tuoi figli. Hai voluto troppo. Peggio per te. E un po' anche per me, pens.
Fra i tanti uomini in divisa che supervisionavano le operazioni portuali, si distinguevano gli appartenenti alla milizia portuaria: il cappello di feltro grigioverde, la giubba dello stesso colore con la martingala. Attivi, precisi, energici. Ricciardi, mentre con Maione si dirigeva alla caserma, pensava che un'organizzazione militare parallela a quella dello stato ma riferita a un partito fosse tendenzialmente pericolosa. D'altra parte, era anche vero che quel partito aveva riscosso alle ultime elezioni oltre il novanta per cento dei consensi, e quindi era facile confonderlo con lo stato stesso.
Per quanto lo riguardava, e come cercava di far capire al dottor Modo quando questi lo coinvolgeva nelle sue rabbiose tirate antifasciste, la politica non gli interessava affatto. Pensava che, alla fine, la radice dei problemi fosse la natura umana: e a quella non c'era rimedio.
La caserma della milizia era decentrata, ma in posizione strategica: non lontano passavano le rotaie dei vagoni merci che dalle navi procedevano per la stazione. Il personale civile, forse istintivamente, se ne teneva alla larga. Preferiva fare un giro pi lungo piuttosto che costeggiarne le mura. Il che accentuava l'idea dell'estraneit dal variopinto mondo del porto.
I due poliziotti ne percorsero il perimetro, cercando l'ingresso principale. La costruzione era a due piani, spartana e solida come voleva l'architettura di regime. Sul portone, fra il primo e il secondo piano, la grande scritta: "Caserma Mussolini". Ricciardi ricordava l'inaugurazione con la venuta del Duce in persona, anni prima, e l'apprensione al limite dell'isterismo di Garzo, tipica di quelle occasioni.
Il miliziano all'ingresso chiese loro le generalit, poi mormor qualcosa a un moderno citofono: Maione pens con malinconia ai chilometri di scale e corridoi che le guardie erano costrette a fare, in questura, per le semplici comunicazioni di servizio. Dopo un minuto si materializz un sottufficiale che, con un rigido saluto romano, li accolse e si present:
- Primo caposquadra Precchia Catello. Seguitemi, prego.
Il miliziano si avvi lungo lo scalone, a passo di corsa. Maione e Ricciardi si scambiarono uno sguardo di compatimento divertito, e lo seguirono pi velocemente possibile: al commissario pareva di sentire le imprecazioni mute rivolte dal brigadiere, che affannava sui gradini. Lungo la salita incontrarono un viavai di soldati che correvano con identico entusiasmo, non omettendo di salutarsi romanamente. Ricciardi malignamente sper che nella foga qualcuno inciampasse e cadesse fino al pianterreno: avrebbe pagato di tasca propria, per assistere a uno spettacolo del genere.
Il primo caposquadra si ferm di botto davanti a un'alta porta in legno scuro, presidiata da un usciere sull'attenti nei pressi di una scrivania. Non c'era nemmeno una sedia. Il miliziano buss un'unica volta alla porta e li introdusse.
L'ufficio in cui si trovarono era enorme; il pavimento in marmo non era decorato se non dalle geometrie di piccole piastrelle di colori diversi. Su una parete un grande quadro che rappresentava il porto di Napoli nel Medioevo e, dall'altra parte, la fotografia in grande formato del Duce che inaugurava la caserma. Dietro la massiccia scrivania in legno pregiato, i due ritratti d'ordinanza del capo del governo e del re. In un angolo, vicino all'ampia finestra che dava su un balcone, un'asta dorata col puntale reggeva il tricolore con lo scudo.
Nessuna croce: da queste parti, pens Ricciardi, si adora un solo dio. Ma si accorse con sorpresa, e un po' di inquietudine, che seminascosto dalla tenda aperta c'era un quadro di san Sebastiano, simile a quello nel suo collegio che aveva ricordato il giorno prima, al cospetto del cadavere di Garofalo.
Dal fondo della stanza, un ufficiale gli venne incontro. Il sottufficiale che li aveva accompagnati si esib in un battitacco con saluto romano sincronizzato pressoch perfetto, incluso il sibilo della mano guantata che fendeva l'aria. L'ufficiale rispose distratto al saluto, e si rivolse a Ricciardi e Maione:
- Prego, accomodatevi. Sono il console Freda di Scanziano, il comandante della seconda legione della milizia portuaria. Precchia, voi potete andare, grazie.
- Signors, signor console. Sono fuori la porta, per ogni necessit.
Di nuovo tacchi - mano sibilante - tacchi, dietrofront e porta chiusa. Maione pens che il primo caposquadra sarebbe stato un ottimo ballerino di tango, se avesse scelto un'altra carriera.
Il console sembrava un attore del cinematografo, di quelli che normalmente interpretano il ruolo del granduca o del padre della ragazza nobile e ricca che si innamora del giovane spiantato ma di buoni sentimenti. Tranne che per gli occhi, che sotto il fez con al centro il fascio, l'ancora e la corona esprimevano curiosit e intelligenza. L'uniforme grigioverde, con una fascia trasversale azzurra, era guarnita da una dozzina di medaglie.
- Allora, signori: cosa posso fare per voi?
Ricciardi e Maione si sentirono presi in contropiede: erano preparati a dover superare diversi gradi di sottufficiali e ufficiali e a incontrare un muro di mezze frasi e di silenzi; non si aspettavano certo di essere ricevuti subito, e direttamente dal console comandante della legione.
Maione fu il primo a riprendersi:
- Signor console, grazie per averci ricevuti. Io sono il brigadiere Maione, della regia questura, squadra mobile, e questo  il mio superiore, il commissario Ricciardi. Siamo qui per...
Il console lo interruppe:
- Lo so, lo so, brigadiere. Purtroppo lo so, perch siete qui. E vi voglio ringraziare sin d'ora per quello che farete per assicurare alla giustizia i vili assassini che hanno reso orfana quella povera bambina.
Ricciardi fissava il volto del militare, per capirne le vere intenzioni; ma vide soltanto quello che le parole avevano espresso.
- Signor console, siamo qui per questo. Voi capite bene che il compito che svolgeva Garofalo... il centurione Garofalo, il suo lavoro, pu essere stato, anzi, con ogni probabilit  stato il motivo per cui lui e la moglie sono stati cos barbaramente uccisi. Ecco perch partiamo da qui. Ci  utile qualsiasi informazione possiamo avere su di lui: i colleghi, le ultime operazioni svolte, eventuali litigi, minacce ricevute. Tutto.
Freda annu. Poi inaspettatamente si alz e, con le mani incrociate dietro la schiena, si avvicin alla balconata da cui si vedeva il mare del porto; alcune navi stavano scaricando merce.
- Commissario, voi che cosa sapete del nostro corpo? Della milizia portuaria, intendo.
Ricciardi guard Maione, poi si strinse nelle spalle:
- Quello che sanno tutti. Supervisionate il carico e lo scarico delle merci, la pesca. Svolgete attivit di polizia giudiziaria, nel porto e sul litorale.
- No, non intendevo questo. Come veniamo formati, lo sapete? Chi siamo, insomma.
- So che i ragazzi possono scegliere di far parte della milizia, in alternativa alla leva. Che percepite un'indennit giornaliera, il che rende il vostro reclutamento pi facile. Che avete criteri di scelta piuttosto selettivi.
Freda continu a guardare il mare:
- S, tutto vero. Ma c' anche altro -. Si gir verso gli ospiti, rimanendo in piedi vicino al balcone. - Sapete che il nostro  un corpo giovane, fondato solo nel Ventitre. All'indomani della marcia su Roma, insomma. "La protesi militare di Mussolini", la defin un giornalista. Ora quel giornalista non scrive pi, naturalmente.
Maione mormor:
- Lo immaginavo.
Freda sorrise:
- Infatti. Il Duce disse che lo squadrismo, che aveva animato la marcia e la nascita del movimento, non doveva morire e istitu il nostro corpo, che poi venne articolato nelle diverse forme, la forestale, la ferroviaria, la postelegrafica. E noi, la portuaria.
Ricciardi si chiedeva dove il console volesse andare a parare.
- Per guidare il corpo, oltre ai volontari che spesso non avevano alcuna esperienza militare e ai fascisti della prima ora, pieni di ardore ma anche sotto certi aspetti pericolosi, fu deciso che c'era bisogno di militari veri e propri. Io, per esempio, ero un capitano della marina militare. Comandavo un incrociatore, e la mia vita era l fuori, sul mare. Non avete idea di quanto mi manchi, l'aria del mare aperto.
Maione chiese:
- Se non sono indiscreto, console, perch avete accettato?
Freda rispose, guardando di nuovo il mare:
- Figuratevi, brigadiere. E che a certe... proposte non si pu dire di no. A me fu detto chiaramente che comunque sarei stato collocato a terra, in un ruolo amministrativo. E che l'indennit sarebbe stata tale, se avessi accettato, da sostenere la mia famiglia in maniera pi che dignitosa. Mi fu detto che era solo per pochi mesi, forse un anno, e poi sarei tornato in mare, con un comando pi prestigioso. Invece sono sei anni ormai, e non si prospetta nessun cambiamento.
Maione e Ricciardi si guardarono di nuovo: si aspettavano di non essere nemmeno ricevuti, e adesso si ritrovavano destinatari delle confidenze personali del comandante della legione.
- Questo per dirvi che il nostro non  un semplice corpo di volontari, e nemmeno una struttura ausiliaria dell'autorit portuale. Con noi collaborano altre... organizzazioni, che fanno capo agli stessi alti funzionari, a Roma. Abbiamo compiti molto particolari, non noti a tutti.
Ricciardi si chiese nuovamente dove il console volesse andare a parare:
- Chiedo scusa, signor console, la nostra visita non  rivolta a nessuna inchiesta sul vostro operato, e nemmeno su quello del defunto Garofalo. Noi volevamo soltanto fare qualche domanda per capire se qualcuno avesse del risentimento nei suoi riguardi. Tutto qui.
Freda annu. Poi si gir e guard il commissario, senza espressione:
- Come state, Ricciardi? L'incidente del giorno dei morti non vi ha lasciato tracce, a parte la ferita sull'occipite che il dottor Modo ha chiuso con sei punti di sutura?

14.

Stanotte ho sognato. Sar stato per tutto quel vino.
Ho sognato che salivo le tue scale, quel portiere strano dormiva ubriaco come al solito, e non mi vedeva passare. I miei passi non facevano rumore, come se fossi stato scalzo.
Bussavo alla tua porta, mi apriva tua moglie, mi riconosceva e mi sorrideva. Che rabbia, quel sorriso: come se non sapesse quello che era successo, che tu mi avevi fatto.
Ho sognato che avevo in mano il coltello, quello d'ordinanza. E la toglievo di mezzo, tua moglie, con un unico gesto, senza piacere ma senza rimorso. Poi ti raggiungevo, nella tua stanza, col coltello insanguinato che gocciolava sul pavimento. E tu mi guardavi, e ridevi senza paura. Mi dicevi che la vita  questa, che chi pu prende. Lo dicevi sempre.
E io ti ho colpito. Una, dieci, cento volte ti ho colpito. E i colpi erano frecce, come quelle sul corpo di san Sebastiano, ricordi? Ce lo siamo chiesti tante volte, del perch avevano scelto san Sebastiano.
Alla fine tu eri morto, ma ridevi ancora. Mi sono svegliato e sulle mie mani non c'era sangue. Dio, che bel sogno. Sar stato il vino.


15.

Alle parole del console segu un silenzio di piombo. Dalla finestra venne il suono di una sirena che annunciava un arrivo o una partenza.
Maione chiuse la bocca con uno scatto e deglut. Poi disse:
- E che significa, questa cosa? Che ne sapete voi, dell'incidente del commissario?
Freda si avvicin alla scrivania, si sedette con calma, poi inforc un paio di mezze lenti dalla montatura dorata e, preso in mano un foglio, lesse a mezza voce:
- Dunque, vediamo: Maione Raffaele, cinquantuno anni. Brigadiere da cinque. Tre encomi, un elogio, due gratifiche: complimenti, un ottimo stato di servizio. Sposato con la signora Caputo Lucia, vico Concordia 16. Cinque figli viventi, tre maschi, due femmine. Il maggiore, Luca, anche lui poliziotto, deceduto tre anni e mezzo fa in servizio, durante un'operazione; mi dispiace molto, condoglianze. Debolezze: gli piace mangiare molto e bere, con moderazione. Qui c' la notizia di una vostra amicizia, una signora di vico del Fico, vittima di uno sfregio nella primavera di quest'anno, ma solo un'amicizia.
Maione era rimasto senza fiato. Guardava il console con gli occhi sbarrati e respirava pesantemente. L'uomo continu:
- Siete il collaboratore preferito, l'unico, sembrerebbe, del commissario Ricciardi Luigi Alfredo, trentuno anni, di Fortino, in provincia di Salerno, vicino alla Lucania. I vostri dati, commissario, sono ancora pi interessanti. Siete ricco, molto ricco: ma dei vostri fondi, dei terreni e degli immobili di propriet al vostro paese si occupa Vaglio Rosa, la vostra tata, che abita con voi. Ci nonostante, un paio di fattori vi derubano ugualmente: alla povera donna qualcosa pu sfuggire. Se volete ho i nomi, ve li posso fornire.
Ricciardi lo guardava in faccia, senza espressione, le mani strette sui braccioli della poltrona. Freda continu:
- Brillantissimo sul lavoro, nessuna amicizia con i colleghi segnalata, non vi vogliono molto bene, a quanto risulta, tranne il qui presente brigadiere Maione. Nessuna aspirazione di carriera, per la gioia del vostro superiore, il vicequestore Garzo, che  un incapace.
Maione, che si andava riprendendo, mormor:
- Pure questo, risulta?
- Pure questo, s. E l'amicizia... devozione, dovrei dire... della signora Lucani Vezzi, amica della famiglia Mussolini addirittura, gi cantante d'opera. La cosa vi aiuta; come non vi aiuta, invece ( segnalata perfino in rosso), l'amicizia col dottor Modo Bruno, sospettato di antifascismo militante, ma valido medico dell'ospedale dei Pellegrini. All'attivo la risoluzione di casi celebri, come appunto l'omicidio del tenore Vezzi, marito della suddetta signora, della duchessa Musso di Camparino eccetera. Tutto giusto, immagino.
Ricciardi rispose, pronto:
- Perch questo sfoggio di informazioni, console? Che cosa ci avete voluto dire?
Freda mantenne a lungo lo sguardo, poi rispose:
- Questo rapporto, alla mia personale attenzione,  stato consegnato da un uomo vestito di scuro, circa un'ora fa. Ha detto al milite in portineria che sareste arrivati entro quaranta minuti, e voi siete arrivati trentotto minuti esatti dopo la consegna. A voce, l'uomo ha fatto presente che sarebbe stato meglio ricevervi subito. Fanno cos, ogni volta; per segnalare un illecito da controllare, per seguire un traffico apparentemente lecito ma che nasconde qualcosa. Altre volte dobbiamo solo rilevare un passaggio, un movimento; un nominativo che parte per una destinazione, un altro che transita per il porto.	.
Maione era sconcertato:
- E non vi dicono nemmeno il perch? E poi, chi sono? Chi  questa gente che sa i fatti di tutti?
- Esplicitamente nessuno me l'ha mai detto, brigadiere: N a me n a nessuno degli altri comandanti di legione. Ufficialmente non esistono, e non esisteranno mai: nella realt, sono quelli che muovono i fili di tantissime marionette. Commissario, io ho solo voluto farvi presente che quest'omicidio, avvenuto qui, in casa nostra,  un fatto ancora pi grave di ci che sembra; perch in realt  un atto contro la divisa, questa divisa, e contro lo stesso regime che essa rappresenta.
Ricciardi insistette:
- E questo cosa vorrebbe dire? In che cosa l'entit del crimine dovrebbe influenzare le nostre indagini?
Freda giocherell con gli occhiali, poi rispose:
- Se, come crediamo, il crimine riguarda il lavoro di Garofalo, l'esercizio della sua funzione, allora vi invito a riferirlo a noi; per darci modo di rimettere le cose a posto, per non dare all'esterno l'idea che ci possano essere falle nella nostra operativit. Sarebbe grave, gravissimo.
Ricciardi scosse il capo:
- E per far che, signor console? Per dar modo a voi, o al signore vestito di scuro che vi porta i dispacci, di anticipare la giustizia e un processo che potrebbe scatenare qualche magagna in piazza?
Freda batt all'improvviso il pugno sul tavolo, facendo tintinnare penne, calamaio e carta assorbente. Maione fece un piccolo salto sulla sedia, Ricciardi al solito non batt ciglio.
- Non volete capire, dunque! E io vi spiego: questo  lo scalo pi importante della nazione, il pi trafficato per passeggeri e merci. Noi dobbiamo controllare le banchine, i magazzini, gli specchi d'acqua adiacenti, i piroscafi in arrivo e in partenza. Dobbiamo controllare tutti i materiali in attesa di imbarco, inclusi i vagoni ferroviari; svolgiamo il servizio politico di vigilanza sugli equipaggi e sui passeggeri, e attendiamo alla pubblica sicurezza sulle operazioni di imbarco e sbarco. Siamo il primo volto delle forze armate della nazione che viene proposto agli stranieri, e l'ultimo quando vanno via. L'uccisione di un nostro ufficiale non  un crimine da strada,  un problema di stato!
Ricciardi non alter il tono:
- E questo cosa dovrebbe significare? Ogni singolo morto ammazzato, per noi  un fatto gravissimo. Ogni singolo morto ammazzato grida aiuto, e ci impone di sistemare le cose. Se volete scavalcarci, non avete che da chiamare Roma e far affidare l'indagine alla polizia militare. Perch non lo fate?
Freda aveva perduto l'aplomb:
- Sapete benissimo che non  possibile! - rugg. - Sulla carta i miei uomini sono volontari, assimilabili ai civili. E' stata la scelta del partito per non andare soggetto alle regole del reclutamento dell'esercito e della marina. E poi Garofalo non  stato ucciso in caserma, ma a casa sua, nel suo letto. Questo colloca l'omicidio al di fuori di ogni nostra giurisdizione, accidenti!
Ricciardi volle essere pi conciliante; aveva apprezzato l'approccio del console, che aveva condiviso con loro la propria difficile posizione.
- State tranquillo, console. Vi assicuro che, se e quando prenderemo i colpevoli, sarete immediatamente avvertito; avete la mia parola. Ma solo dopo l'arresto, sia chiaro, non prima. Non voglio ritrovarmi con un colpevole suicida. Sar poi una questione tra voi e i vertici della questura, conoscendo i quali non dubito che troverete un accomodamento: a me la comunicazione agli organi di stampa e alla pubblica opinione non interessa.
Maione gli lanci un'occhiata; era abituato a non comprendere immediatamente le strategie del commissario, ma questa gli parve troppo lontana dai principi che conosceva e che condivideva. Figuriamoci: a Garzo non sarebbe sembrato vero impacchettare gli assassini e darli in mano alla polizia segreta o a chiss chi altro, pur di avere una pacca sulla spalla da qualcuno pi in alto di lui. E tanti saluti alla giustizia.
Il console annu lentamente: la soluzione proposta da Ricciardi gli pareva accettabile.
- Va bene. Ma vi avverto, Ricciardi: non provate a mancare all'impegno. Qui c' scritto che siete un uomo d'onore, ma la faccenda  troppo importante per questa legione: ricordate che nulla sar lasciato al caso, per mantenere integra la nostra funzione.
Ricciardi assent:
- Bene. Allora siamo d'accordo. Vogliamo per piena operativit nell'ambito della vostra struttura: dobbiamo parlare con chi lavorava con Garofalo, e anche con chi era a conoscenza della sua storia professionale, come aveva fatto carriera, che tipo di passato aveva avuto; con chi parlava, a chi faceva le sue confidenze. E che tipo di indagini svolgeva, quale stava svolgendo in questi giorni.
Freda si alz:
- S, certo. Vi chiamo subito la persona che potr accompagnarvi nell'ufficio di Garofalo e rispondere a tutte queste domande. Io purtroppo non avevo frequenti rapporti diretti con lui e, a dirvi il vero, non mi piaceva molto. Troppo mellifluo e ossequioso, quelli cos sono sempre pericolosi. E anche la sua promozione... Ma di quella vi parler meglio il seniore Spasiano, il superiore diretto di Garofalo. Ve lo chiamo subito, potete attendere anche qui.
Ricciardi si alz a propria volta:
- Grazie, signor console; attendiamo fuori la porta, non vogliamo disturbare ulteriormente.
Salutarono, poi uscendo il commissario indugi e chiese:
- Scusatemi, un'ultima cosa: come mai quel quadro di san Sebastiano?
Il console, gi col citofono in mano, sembr sorpreso dalla domanda; poi si gir e guard il quadro, come se lo vedesse per la prima volta.
- Ah, quello? E il santo patrono della milizia volontaria nazionale. Dio solo sa il perch.

16.
.
Maione esplose non appena furono da soli nel corridoio:
- Commissa', questa me la dovete proprio spiegare, - sibil, guardando con la coda dell'occhio l'usciere, fermo sull'attenti dietro la scrivania a tre metri di distanza. - Perch avete promesso che quando acchiappiamo gli assassini avvertiamo a questi fanatici? Tanto vale fargli una telefonata quando abbiamo l'idea, cos ci risparmiamo la fatica e i pericoli dell'arresto. Magari  stato proprio uno di loro, cos se la cantano e se la suonano da soli, la canzone.
Ricciardi fece una smorfia:
- Vedi, Raffae', ho dovuto pensare in fretta. Ho riflettuto che se gli dicevo di no, come mi sarebbe venuto istintivo, ci toglievano subito l'indagine e magari ci andava per sotto qualche innocente. Questi non vanno con la mano leggera, al minimo dubbio la gente sparisce e non si capisce la fine che gli fanno fare. E allora conveniva fare questa promessa, che magari ci consente di scoprire cosa  successo e chi  stato. E poi lo sai, una volta compiuto l'arresto la competenza comunque non  pi mia e tua; e ti pare che un Garzo, appena pu, non cerca di farli contenti, a questi maniaci?
Maione scuoteva il testone, ancora incerto:
- Non lo so, commissa'; il vostro ragionamento fila,  vero, ma a me non mi piace lo stesso, fare accordi con questa gente. Mi fanno paura. Ma avete sentito come sapevano tutti i fatti nostri? Perfino la storia della povera Filomena, che un altro poco la facevano diventare la mia amante. E della vostra situazione economica, della signora Rosa. Maledette spie!
Ricciardi sospir:
- Devono avere una rete di informatori spaventosa, pure qualcuno in questura; altrimenti, come avrebbero potuto sapere che stavamo venendo qua?
La domanda cadde nel vuoto, perch un secco rumore di tacchi che battevano a pochi centimetri li fece sobbalzare:
- Seniore Spasiano Renato, ai vostri comandi. Il signor console mi ha dato incarico di condurvi nell'ufficio del centurione Garofalo e di rispondere alle vostre domande. Seguitemi pure.
E si avvi, manco a dirlo, di corsa. Maione alz gli occhi al cielo.

L'ufficio dove aveva lavorato Garofalo si trovava al secondo e ultimo piano della caserma. Dava sulla parte opposta alle banchine, su un triste panorama di rotaie morte e vagoni abbandonati; in compenso i rumori del porto e quelli della strada arrivavano attutiti.
Alla scrivania c'era seduto un altro ufficiale, che all'ingresso del seniore Spasiano scatt in piedi, col solito perfetto battitacco e saluto romano. - Questo  il capomanipolo Criscuolo: sta revisionando le operazioni che aveva in corso il centurione Garofalo, per eventuali urgenze. Dite pure, Criscuolo, potete riferire liberamente. I signori sono della squadra mobile, stanno indagando sull'incidente.
L'incidente, pens Maione. All'anima dell'incidente. Garofalo ha urtato per sbaglio contro un coltello; una trentina di volte, ha urtato.
Criscuolo, un uomo grande e grosso con dei ridicoli baffetti neri sottilissimi, rispose:
- Seniore, ho passato in rassegna tutta la documentazione delle pratiche in corso. Come sapete, il centurione Garofalo si occupava del controllo della pesca al minuto sul litorale cittadino, un'area che va dal porto all'isola di Nisida. Ci sono i rapporti delle ispezioni fino a questo mese, come prescritto, con i quantitativi di pesce e le aree di pesca verificate. Le distinte sulle attrezzature delle singole barche, i verbali delle riunioni della commissione compartimentale. Salvo errore, non ho trovato irregolarit in corso di segnalazione.
Ricciardi intervenne, mentre Maione osservava affascinato il movimento dei baffetti sul labbro superiore del capomanipolo Criscuolo, apparentemente indipendente dal labbro stesso.
- Chiedo scusa, che cosa vuol dire "irregolarit in corso di segnalazione"?
Spasiano spieg:
- Come forse sapete, la legione svolge molteplici compiti: tra questi, il controllo della pesca. Ci sono i grandi pescherecci, quelli con equipaggi formati da molti uomini, che per le loro dimensioni operano qui nel porto, sui moli dedicati; e le barche piccole, quelle per dir cos famigliari, che attraccano sulle spiagge dei borghi, sotto Castel dell'Ovo, a Mergellina, a Bagnoli eccetera. Il centurione Garofalo era comandato al controllo di queste piccole barche. Il capomanipolo, che collaborava con lui, ha verificato che il centurione non avesse pratiche in sospeso, irregolarit rilevate e ancora in corso di segnalazione. Bisogna essere tempestivi, per evitare che chi ha compiuto qualche illecito ponga rimedio e sfugga alla rilevazione successiva.
Ricciardi annu, pensoso:
- Capisco. E di recente il centurione Garofalo aveva segnalato qualche grossa irregolarit, a seguito della quale era scattato qualche provvedimento a carico di qualcuno?
Spasiano fece un cenno del capo a Criscuolo, passandogli la palla. I baffetti sussultarono sul labbro immobile, come le vibrisse di un gatto.
- No, signore. Piccole cose, quelle che succedono sempre: reti irregolari, piccole invasioni in acque private. Lievi infrazioni. Il centurione era molto stimato e temuto per la sua integrit, i pescatori lo sapevano e si adeguavano.
Ricciardi si rivolse nuovamente a Spasiano:
- Il signor console, prima, ha accennato alla promozione a centurione di Garofalo; per la precisione, alle modalit con la quale  stata conseguita. Che mi sapete dire, di questo?
Il seniore fu colto alla sprovvista. Guard Criscuolo che, salvo una vibrazione dei baffetti, non mosse un muscolo. Arross, apr la bocca e la richiuse. Ricciardi volle aiutarlo:
- Il signor console mi ha detto che avrei potuto chiedervi qualsiasi cosa mi fosse stata necessaria. Se ci sono problemi, possiamo tornare da lui.
Maione sorrise, soave. Come sapeva infilarsi nelle fessure della burocrazia Ricciardi, non lo sapeva fare nessuno. Spasiano batt le palpebre e cedette subito.
- Garofalo era sottocapomanipolo. Il grado corrispondente dell'esercito  sottotenente. Il che significa che lavorava con un superiore, un ufficiale preposto a uno specifico ambito, a un settore di controllo, insomma.
Si ferm, guardandosi la punta degli stivali. Ricciardi e Maione aspettavano. Criscuolo spost un foglio di carta sulla scrivania del defunto. Da fuori venne il suono lugubre di una sirena, portato dal vento che andava rinforzando. Spasiano riprese il racconto:
- L'ufficiale era il capomanipolo Lomunno Antonio. Uno dei pi giovani nel grado, in predicato per una promozione. Il settore di sorveglianza a cui era preposto era il contrabbando, una vera piaga soprattutto per quanto riguarda il tabacco e le spezie, specie il caff. Lavoravano bene, avevano scoperto diversi traffici.
Un altro silenzio. Stavolta si sent il sospiro di Criscuolo, con annesso sussulto delle vibrisse che non sfugg a Maione.
Il seniore proseguiva con evidente difficolt. La voce si abbass di tono:
- Un giorno Garofalo bussa alla porta del console, senza passare nemmeno per l'usciere. Dice di avere qualcosa da mostrare, e di poterlo fare solo alla presenza del massimo grado della legione. Il console chiama me per essere presente e per poter eventualmente testimoniare circa questa insubordinazione. Garofalo annuncia di avere scoperto un traffico di caff di grande entit che dura da molti mesi, forse da anni. Di aver messo il suo superiore, Lomunno, a parte di quella scoperta, ma di aver ricevuto da lui l'ordine di tacere.

Maione guard Criscuolo e not che l'uomo fissava Spasiano con una muta accusa negli occhi. Ricciardi chiese:
- E perch questo Lomunno avrebbe ordinato a Garofalo di tacere?
Spasiano riprese:
- Appunto. Il signor console fece la stessa domanda. Garofalo rifer di aver ricevuto addirittura minacce di azioni disciplinari dal suo superiore, se avesse parlato, e di non averne capito, in quella circostanza, il motivo. Successivamente, raccont di aver fermato alcuni dei contrabbandieri e che uno di essi, per essere rilasciato, aveva dichiarato di pagare una cifra mensile fissa a Lomunno per poter continuare il suo traffico liberamente.
Criscuolo sospir di nuovo. Maione domand:
- Ma scusate, la port uno straccio di prova, questo Garofalo? O basta accusare uno cos, dalla sera alla mattina?
Spasiano rispose:
- Ovviamente  cos, brigadiere. Non siamo selvaggi. Oltretutto lo stato di servizio di Lomunno era perfetto, ve l'ho detto, uno dei migliori ufficiali della legione, esperto e abile, di grandi intuito e intelligenza. Ma Garofalo disse che il contrabbandiere, pur di conservare l'anonimato, aveva rivelato il giorno preciso in cui avrebbe pagato la cifra mensile a Lomunno, e che il giorno era quello. Garofalo ci invit a perquisire l'ufficiale, che era appena rientrato in caserma da un'ispezione.
Maione trasecol:
- E voi ci avete creduto?
Spasiano si strinse nelle spalle:
- E che avremmo dovuto fare? Il signor console disse a Garofalo che, qualora le accuse fossero risultate infondate, sarebbe stato punito con la cacciata dal corpo e che sarebbe anche andato incontro all'accusa di diffamazione di un ufficiale della milizia volontaria nazionale.
- E lui, che rispose? - chiese Maione.
- Chiese: e se invece fosse vero? Quale sarebbe la mia ricompensa?
Criscuolo sbuff, poi disse:
- Posso andare, seniore? Concluder dopo la verifica, cos potrete...
- No, resta, Criscuolo, - rispose Spasiano, - meglio che ci sia qualcun altro a sentire quello che sto raccontando. L'ordine  del console, ma si tratta pur sempre di informazioni riservate.
- Ai vostri ordini, seniore.
Ricciardi aveva ascoltato con attenzione lo scambio di battute. Criscuolo, gli sembrava, mostrava una certa pena ad ascoltare una storia che doveva comunque conoscere bene. Spasiano continu:
- Eravamo talmente convinti che si trattasse di una maldicenza, che il console disse davanti a me: se fosse vero, gli toccherebbe la massima punizione. La corruzione  un cancro che la legione non pu permettersi. Tu invece saresti promosso, per aver avuto il coraggio di... di accusare un collega indegno.
Una pioggerella fredda aveva cominciato a cadere, picchiettando i vetri della finestra.
- E come and? - chiese Maione, pi che altro per interrompere il silenzio.
- Lomunno fu trovato nel suo ufficio con una grossa somma addosso. In contanti. Non fu in grado di spiegare da dove provenissero quei soldi, e fu arrestato. La testimonianza di Garofalo fu decisiva, e Lomunno fu cacciato con disonore dalla milizia e scont un anno e mezzo di galera.
Ricciardi aveva ascoltato con attenzione.
- In pratica, Garofalo rovin il suo superiore e ne prese il posto.
- Di pi. Prese il posto al quale Lomunno stava per essere promosso, quello di centurione. Per parametrare i gradi con l'esercito, pass da sottotenente a capitano, con un solo salto e senza rispettare gli anni di permanenza minima nei gradi previsti. Una cosa senza precedenti.
Maione non credeva alle proprie orecchie:
- Scusatemi, forse non ho capito bene. Lomunno che disse?
- Ovviamente giur sulla propria onest, ma non volle rivelare la provenienza dei soldi. Disse che erano suoi, risparmi di tutta la vita, che servivano per comprarsi finalmente la casa.
- E scusate, non era la parola sua contro quella di Garofalo?
- S, ma nessuno tiene circa diecimila lire in contanti addosso. E comunque nel corpo basta molto meno, per un provvedimento disciplinare. La moglie, interrogata da alcuni nostri ufficiali, non sapeva niente dei soldi, e questa fu ritenuta un'altra prova.
Ricciardi fissava Spasiano:
- C' qualcos'altro, vero? Un seguito della storia.
Spasiano guard Criscuolo, che a sua volta fissava il pavimento. Maione ebbe l'impressione che stringesse le mani a pugno.
- Durante la reclusione di Lomunno, la moglie si uccise. Si gett dal balcone della casa dove abitavano, il giorno che erano andati a sfrattarla. Lasci due bambini, che furono tenuti da una vicina fino alla scarcerazione di lui.
Vento e pioggia sulla finestra, e il rombo del mare. Ricciardi pens che come sempre erano gli innocenti a pagare.
- Che ne  stato di loro?
Spasiano si strinse nelle spalle:
- Questa storia  di tre anni fa, pi o meno. Notizie recenti non ne abbiamo, anche perch, commissario, vi devo confessare che non ci piace ricordare questa cosa, e da pi di un punto di vista. Prima di tutto, non ci piace pensare che avevamo sbagliato tutti la valutazione su Lomunno, che era molto ben visto in caserma. Poi, non ci piace pensare che un nostro ufficiale, e tra i migliori, fosse in realt un corrotto. Ma soprattutto, anche se non lo ammetterei fuori da questa stanza, non ci piace come la storia  andata a finire.
Maione intervenne:
- E per la famiglia di questo Lomunno non avete fatto niente? La moglie e i figli, come hanno fatto a tirare avanti quando lui era in galera?
Il nervo scoperto. Criscuolo alz il capo di scatto, fece per parlare poi torn a guardare il pavimento. Spasiano rispose:
- No. Ci pareva di aver a che fare con degli appestati. Nessuno di noi ebbe il coraggio di dargli una mano. Siamo tutti un po' colpevoli, di quello che  successo.
Ricciardi si sistem la ciocca di capelli sulla fronte, col solito secco gesto della mano sottile. Poi chiese:
- E dove sta, adesso, Lomunno coi suoi figli?

17.

Se ne accorse il piccolo, nonostante la pioggia e il vento, e il rumore incessante del mare.
- Pap, non sentite? Stanno bussando alla porta.
L'uomo si ferm, pos il coltello e il pezzo di legno che stava modellando e and ad aprire. Quando vide chi era, volt le spalle e torn al tavolo lasciando aperto.
L'ospite chiuse la porta dietro di s. Si guard attorno:
- Ma ti rendi conto che fa pi freddo dentro che fuori? Non senti che tempo da lupi, che c'?
L'uomo aveva ripreso a intagliare:
- E' una catapecchia. Piena di spifferi, il vento attraversa il legno; e le braci si spengono presto, cos. Che vuoi? Se senti freddo vattene a casa tua, al calduccio. E portati pure la tua coscienza.
L'ospite apr una borsa, tirando fuori degli indumenti che diede alla bambina.
- Prendi, Adelina, questo rosso  per te, un bel maglione pesante. Quello blu, dovrebbe essere della misura di Vittorio, vedi se gli va bene. Qua ci stanno pure due cappelli di lana, li ha fatti mia moglie, e due sciarpe. Cos vi riparate un po'.
L'intagliatore sollev appena lo sguardo dal pezzo di legno:
- E perch, qualcuno ti ha chiesto qualcosa? Quando la madre aveva bisogno di te o di qualunque altro dei miei cosiddetti amici, tu dove stavi? E quando ha deciso di...
L'altro lo interruppe con forza, guardando i bambini:
- Anto', per carit! Basta! Ma sei impazzito? Davanti ai bambini!
- E perch, non l'ha fatto davanti a loro? Neppure lei ci ha creduto, al marito. Pure lei non ha avuto la forza di aiutarmi a dimostrare che quello che dicevo era vero.
- Anto', ascoltami. Il guaio a cui stai andando incontro  serio. Oggi sono venuti due poliziotti, un commissario e un brigadiere. Gente in gamba, brava nel suo lavoro. Spasiano ha avuto ordine di raccontargli tutta la storia.
- Sei sicuro?
- Certo che sono sicuro. Ero presente. E loro hanno ascoltato, e alla fine hanno chiesto per prima cosa se sapevamo tu dove stavi.
Antonio Lomunno sbatt il coltello sul tavolo. La bambina, che stava girando un cucchiaio di legno in una pentola sul fornello, sobbalz.
- Maledetto, maledetto! Questa storia non finir mai, mai!
Criscuolo fece un passo verso di lui.
- Ma tu puoi dire che eri per mare, quando  successo. Puoi dire che eri sul peschereccio, puoi dire...
- Puoi dire? Ma allora, pensi che sia stato io! E non capisci che se avessi voluto... - Rivolse un rapido sguardo al figlio, che lo fissava a bocca aperta	lo avrei fatto allora, immediatamente, davanti a tutti. Quel vigliacco, bastardo. Lo avrei fatto allora, e buonanotte ai suonatori.
Criscuolo lo prese per il braccio, sibilando:
- Non lo dire, nemmeno per scherzo. Non saresti l'uomo che sei, se lo avessi fatto. E noi a Maria l'abbiamo aiutata, poco ma l'abbiamo aiutata, mentre tu eri dentro. Di pi non abbiamo potuto, lo sai come funziona. Se ci avessero visti, e la sorvegliavano, saremmo stati presi per complici, e avremmo fatto la fine tua. E pure noi tenevamo e teniamo famiglia.
Lomunno lo guard digrignando i denti, gli occhi pieni di lacrime:
- E la tenete ancora, la famiglia... Io invece tengo una creatura di dodici anni che deve fare la mamma del fratellino di otto, perch il padre esce per mare per procurargli due soldi di farina rancida e un po' di pesce rubato. Ecco la famiglia mia.
- S, ecco la famiglia tua, s. E la devi portare avanti,
perch se lo merita, invece di andare a fotterti il cervello
e il fegato in una taverna col vino. E soprattutto devi rimanere libero, perch se no questi ragazzi che fine fanno? Lomunno si lasci cadere sulla sedia. - E va bene. Dimmi secondo te che devo fare. Criscuolo glielo disse.
Quando ebbe finito, Lomunno si mise le mani sulla faccia:
- Ma hai capito, che mi stai chiedendo? Di fare la stessa cosa che lui ha fatto a me.
Criscuolo, seduto accanto a lui, gli prese la mano:
- No, Anto', no. Non  la stessa cosa. Lui mentiva e tu no. E poi, magari non sar necessario. O magari non saranno stati loro, e potranno dimostrarlo, e nessuno si far male. Per nel frattempo, tu te li levi di dosso.
- Non lo so se ce la faccio. Non lo so.
- Ce la devi fare, Antonio. Ce la devi fare per loro, per i tuoi figli. E per la memoria di Maria, che era fragile e non ce l'ha fatta.
Quando stava per andarsene, guard il pezzo di legno che Lomunno andava intagliando e si accorse del presepe che stava costruendo.
- Stai facendo il presepe, eh? Bravo, cos i bambini lo capiscono, che  Natale. Tra qualche giorno torno e vi porto qualcosa di buono da mangiare la sera della vigilia. Ciao, bambini, datemi un bacio.
Mentre usciva, sent la voce di Lomunno che lo chiamava:
- Pasqua'...
- Dimmi, Anto'. Dimmi.
Gli occhi dell'amico luccicavano nella penombra della baracca. La bocca si apr e si richiuse:  difficile dire grazie a colui al quale non si ammette di voler bene. Alla fine Lomunno gli disse:
- Tagliati 'sti baffetti. Sei veramente ridicolo. Criscuolo sorrise, facendoli vibrare ad arte. - Ma se sono bellissimo... E se ne and.
Ricciardi e Maione si ritrovarono all'esterno della caserma che ormai era sera. Non pioveva pi, ma il vento aveva ripreso a soffiare forte e tagliava le orecchie. Entrambi gli uomini alzarono i baveri dei soprabiti.
Il brigadiere infil i guanti e batt le mani.
- Mammama', e che freddo stasera. E d'altra parte, senza freddo che Natale sarebbe, eh, commissa'? Insomma, abbiamo saputo un poco di notizie nella giornata di oggi, su questo Garofalo.
Ricciardi, i capelli agitati dal vento, rispose pensoso:
- Pure su noi stessi, a quanto pare.
Maione assent:
- E poi ci sta chi dice che la polizia segreta non esiste. Impressionante.
- E proprio per la polizia segreta, Lomunno  stato rovinato cos facilmente. La milizia  il partito, non si possono permettere nemmeno l'ipotesi di uno scandalo. Certo Garofalo ha puntato forte, se non verificavano quello che aveva detto passava un brutto guaio.
Ricciardi aveva preso a camminare svelto verso la questura.
- Vuol dire che puntava sul sicuro. Comunque, al collega suo gli ha rovinato la vita, non solo la carriera: pensa alla moglie, che si butta nel vuoto per la disperazione di aver perso la casa, il marito, la dignit.
Maione sbuffava vapore seguendo Ricciardi, come una piccola locomotiva.
- Avete proprio ragione, commissa'. Si pu rubare la vita di qualcuno, i sogni e le speranze. Il delitto pi grande  quello: il furto di speranza.
Ricciardi rivolse uno sguardo obliquo all'operaio morto sotto l'ultimo carico della giornata, rimasto ormai solo sulla banchina: abbandonato dai vivi, ritornati a casa.
- La speranza sar pure l'ultima a morire, ma muore lo stesso. Noi comunque, alla fine della prima giornata di indagini, non abbiamo solamente il nome di Lomunno Antonio, ex miliziano ed ex galeotto, nelle mani.
- Ah, no, commissa'? E che altro teniamo?
Ricciardi guardava avanti assorto, camminando svelto per il vento che gli soffiava alle spalle.
- Abbiamo san Giuseppe, e san Sebastiano.
- Pure san Gennaro, se  per questo... Ma in che senso?
- Il san Giuseppe rotto, se  stato rotto apposta, lo  stato per un motivo. Bisogna capire quale pu essere stato questo motivo. Per quanto riguarda san Sebastiano,  un'idea mia e la voglio verificare. Dobbiamo sentire un paio di esperti, per, che di santi tu e io ne capiamo poco.
Maione ci pens un attimo, poi disse:
- A memoria mia, commissa', l'unico esperto di santi che teniamo  don Pierino, della parrocchia di San Ferdinando.
- S, ci pensavo pure io. Domani magari ci faccio un salto, ma va bene solo per san Giuseppe. Per san Sebastiano, invece, devo sentire pure un altro esperto, il dottor Modo.
Maione scoppi a ridere nel vento:
- Commissa', quello il dottor Modo di santi ne sa meno di noi, se escludiamo le bestemmie, dove invece mi pare che ne conosce parecchi, per quanti ne nomina. Comunque mi fa sempre piacere incontrarlo.
- No, - rispose Ricciardi mentre entravano nel cortile della questura, finalmente al riparo dalla tramontana tagliente, - ci vado io, sia da don Pierino che da Modo. Tu invece mi fai la cortesia, domani, di andare dal tuo informatore, il famoso Bambinella, a fargli chiedere in giro sia di Lomunno che di Garofalo. Magari tutta questa integrit era una finzione.
Maione ci pens, poi disse:
- Agli ordini, commissa'. Quello a Bambinella lo devo acchiappare a prima mattina o la sera tardi, se no va facendo i fatti suoi, in giro per vicoli e vicarielli. Ma se volete ci passo stasera stessa.
- No,  tardi ed  stata una giornata dura. Sali un attimo a firmare i verbali, poi vattene a casa, che tra qualche giorno  Natale.
- E io ancora devo finire il presepe. Ma che volete, lo devo fare io,  tradizione, e non ci ho mai tempo. Mi ricordo Luca, quand'era piccolo, lo voleva per forza fare con me. Certe volte mi pare ancora di vederlo, sapete? Vabbe', non ci rattristiamo. Grazie, commissa', allora ci vediamo domani.

18.

Il Natale  un'emozione.
Pu durare un anno intero, nell'attesa di un regalo, di un nuovo bacio, di un dolce mangiato alla luce di candele rosse.
Ha il sapore di mandorle e cannella, di perline di zucchero e brodo di gallina.
Il Natale  un'emozione.
Viaggia sulla luce di mille lampadine, su fili elettrici dipinti di nero per dare l'impressione di stelle cadute dal cielo, agitate dal vento.
Si riflette in tante voci che si scambiano finto affetto, abbracci dimenticati e auguri di ogni bene.
Il Natale  un'emozione.
Un'aspettativa di qualcosa di nuovo, finalmente.
O solo del ritorno, con valigie di cartone legate con lo spago in vagoni pieni e puzzolenti, dai posti del lavoro a quelli degli antichi amori, che ridiventano nuovi se visti da cos lontano.
Il Natale  un'emozione.
E forte, come la voglia di casa nel freddo e nel vento,  sottile, come il suono di una fisarmonica in una taverna per chi passa in fretta, senza sapere bene dove andare.
Il Natale  un'emozione.
Lo puoi aspettare giorno dopo giorno, da quando lo scirocco cade sotto i colpi del vento del Nord, ma ti arriver addosso all'improvviso, comunque, come un cavallo imbizzarrito pieno di sonagli e pennacchi.
Il Natale  un'emozione.
E' forte come un battito di cuore,  lieve come un battito di ciglia.
Ma pu essere portato via da un colpo di vento, e non arrivare mai.

Maione, completata la compilazione dei verbali, scendeva di corsa lo scalone della questura per tornarsene finalmente a casa. Perch nasconderselo? Si sentiva felice.
Non erano stati facili, quei tre anni. A dirsela tutta, erano stati i tre anni pi terribili della sua vita.
La perdita di Luca, prima di tutto. Il modo terribile in cui era accaduta, una chiamata, una corsa disperata attraverso i vicoli, mille occhi che lo guardavano dall'ombra delle porte, degli anfratti, degli androni, e nessuno per strada. La solita piccola folla radunata vicino all'entrata della cantina, dove aveva voluto entrare da solo, povero piccolo stupido carissimo figlio mio, al quale non sono stato capace nemmeno di insegnare la cautela che deve avere un buon poliziotto. E le dieci, cento mani che lo trattenevano dall'entrare, brigadie', lasciate stare, ricordatevelo vivo.
Sembrava ieri, ed erano pi di tre anni. Gli occhi verdi, limpidi del delegato Ricciardi, con cui non aveva mai voluto avere a che fare perch non gli piacevano i silenzi, chiacchierone com'era. Il delegato Ricciardi, quello che portava male, come dicevano in questura. Ma quel giorno alla cantina era arrivato dopo, insieme a lui: Luca si era portato male da solo. Ricciardi che scendeva, rimaneva alcuni minuti e risaliva, lo prendeva da parte e gli diceva: ti voleva bene. Voleva bene al suo pap panzone.
Ancora oggi, mentre usciva dal portone salutando la guardia, Maione si chiedeva come sapesse Ricciardi che Luca, nelle quattro mura e con la sua risata sgangherata, lo chiamava cos, panzone, con irrispettoso amore. E perch ci aveva subito creduto, lo aveva sentito, che Luca aveva scelto proprio Ricciardi per mandargli il saluto che non aveva fatto in tempo a sussurrargli con l'ultimo sospiro.
Il vento profumato di neve lo schiaffeggi, ma Maione era col pensiero ai giorni successivi all'omicidio, quando l'unico al suo fianco era stato un instancabile Ricciardi; la loro strana amicizia, l'affetto che li legava, si cementarono allora, nei lunghissimi appostamenti, negli interrogatori, nella pista perduta e ritrovata che li port a scoprire l'assassino. E a mandarlo al posto suo, in galera.
Quello che all'epoca il brigadiere Maione non sapeva era che il peggio cominciava proprio in quel momento, quando l'energia e la rabbia non avrebbero avuto pi il collettore della ricerca del colpevole; quando si sarebbe ritrovato in una casa immersa in un silenzio nuovo e senza speranza, con una moglie sull'orlo della pazzia e lui stesso e i cinque fratellini di Luca fermi a un passo dall'abisso, con gli occhi sbarrati sul vuoto.
Quante volte il filo sottile che li legava era stato sul punto di spezzarsi. Quante volte il fantasma dell'amore era stato per dissolversi nell'aria cupa che circondava la sua meravigliosa donna ridotta a una larva, seduta in poltrona a guardare il cielo dalla finestra.
Poi, in primavera, era successo qualcosa. La scintilla di sentimenti quasi dimenticati aveva riacceso una nuova meravigliosa passione, al cui calore la casa, come un fiore sepolto dalla neve, si era risvegliata. E oggi, dopo tanto tempo, Maione poteva guardare al prossimo Natale come a un momento di gioia e di allegria, invece che all'ennesima riesumazione del proprio dolore.
Mentre pensava di dover ordinare il pesce per il pranzo della vigilia, altrimenti il suo fornitore non sarebbe riuscito a mettergli da parte i pezzi migliori, ebbe un tuffo al cuore.
Dapprima pens di aver sbagliato; i suoi occhi, semichiusi per il vento, dovevano aver confuso la sagoma, un gioco di luci sbagliate dal lampione che ondeggiava. Quando l'uomo che lo aspettava all'angolo del vicolo della Tofa, vedendolo arrivare, gett il mozzicone e lo spense calpestandolo, non ebbe pi dubbi.

Franco Massa e Raffaele Maione erano stati inseparabili fin da ragazzini. Imperversavano per piazzetta Concordia e dintorni con mille monellerie, ma erano simpatici e tutti i commercianti della zona gli volevano bene, uno secco come un chiodo e con un nasone enorme al centro della faccia scarna, l'altro grosso e sempre pronto a una risata rumorosa come un carretto di pentole che rotola per una scalinata. Ci voleva poco a volergli bene, a quei due, anche se ne facevano di tutti i colori.
E inseparabili erano rimasti. Quando avevano smesso di correre scalzi dietro al Pazzariello o di appendersi ai filobus, in bilico sulle rotaie, per andare a tuffarsi dagli scogli di via Caracciolo. Da adolescenti, ad aspettare le ragazze che uscivano dal collegio di piazza Dante; da ragazzi, a dividersi lo stesso biglietto d'ingresso al Salone Margherita, dove le ballerine si alzavano la gonna, uno distraeva la maschera all'entrata e l'altro si infilava in mezzo alle gambe dei figli di pap in frac.
Raffaele Maione, detto l'Orso per la mole; Franco Massa, detto Cicogna per le lunghe gambe secche e il naso a sbilanciarne in avanti l'andatura. Quelle amicizie che sconfinano e prendono anche il resto della vita, quando uno imita l'altro senza accorgersene e si perde memoria di chi somiglia a chi.
Quando arriv Lucia, l'angelo biondo che sarebbe stato la madre dei sei figli di Maione, Franco non si perse, come spesso succede. Era diventato zio Franco, e i bambini impararono ad amarlo come un secondo padre. Pi di tutti Luca, di cui fu naturalmente il padrino. Cicogna conservava sul comodino la foto del giorno del battesimo, con un s stesso impettito e impacciatissimo con quel fagotto in braccio, Raffaele e Lucia commossi e sorridenti ai lati.
Da padrino era stato coscienzioso e attento. Aveva seguito Luca passo per passo, controllandone severamente amicizie e frequentazioni. Spesso il ragazzo si rivolgeva addirittura al padre perch intercedesse presso zio Franco, per ottenere il permesso di fare pi tardi la sera o saltare la scuola.
I due amici avevano scelto la divisa, l'Orso in polizia e la Cicogna nelle guardie carcerarie; era naturale che Luca facesse la stessa scelta. Tragico e naturale.

La morte di Luca era stata atroce per Raffaele, naturalmente, ma non lo era stata di meno per Franco. Non aveva una famiglia sua, nessun affetto particolare: il desiderio di paternit era soddisfatto da quel rumoroso ragazzo biondo e bellissimo, con gli occhi color del mare e la risata schiamazzante come quella del padre. La sua fine gli aveva spezzato qualcosa dentro, spento un fuoco che non si sarebbe pi riacceso.
Passato il primo periodo, per i due antichi amici era stato difficile incontrarsi. Dopo un attimo di silenzio, Franco cominciava invariabilmente a piangere. Piangeva in silenzio, senza cambiare espressione: con lacrime grandi e calde che gli rigavano la faccia, come per una pioggia improvvisa.
Un po' alla volta avevano smesso di vedersi. Capitava si incontrassero per caso, scambiandosi da lontano un cenno del capo, ma era raro. Ormai Massa non si spostava quasi pi da Poggioreale, dove era diventato il capo delle guardie con compiti di direzione del servizio di sicurezza del carcere, e Maione quando pensava a lui sentiva quel sottile dolore che si prova per un importante sentimento che per incuria si sta lasciando morire.
Per questo motivo, trovandoselo all'angolo della strada che faceva per andare a casa, nel petto di Maione si scontrarono l'allegria e il senso di colpa, in un'anomala risacca delle emozioni: si preparava a un Natale di gioia, ma senza suo figlio e senza il suo migliore amico.
Lo abbracci, con l'affetto di sempre, e Franco si lasci avvolgere dalle braccia dell'Orso, dandogli piccole pacche sulle spalle ampie: lo stesso abbraccio che avevano da bambini. Poi per lo scost, fissandolo negli occhi. Dio, quant' invecchiato, pens Maione. Franco lo guard a lungo, poi gli disse:
- Ti devo parlare, Raffae'. Una cosa importante, mi devi dare mezz'ora.
Maione era felice e disorientato:
- Certo, Franco. Quando ci vogliamo vedere? Vieni a casa, di, saranno felici Lucia, i bambini. Ti volevo chiamare per il Natale, vieni da noi la sera della vigilia? Lucia fa le vongole, lo sai quant' brava.
Massa sembrava pensare ad altro.
- Il Natale, gi. Il Natale. No, ti devo parlare subito. Andiamo in quella taverna, l; ti offro un bicchiere di vino. Una mezz'ora, non di pi.
E si avvi, senza aspettare una risposta.

19.

Dalla finestra della cucina, Rosa Vaglio scrutava la strada. Il vento era freddo e le ossa le facevano male, ma lei non temeva n l'uno n le altre: veniva dalla campagna alta, lei. Le montagne del Cilento, selvagge e traditrici, con la neve che arrivava inattesa anche nelle giornate di sole, dalle nuvole acquattate dietro le cime, invisibili se non quand'era troppo tardi.
Una volta aveva visto un lupo.
Nella speranza di far prendere colore alla moglie sempre pallida, il barone di Malomonte, pap di Luigi Alfredo, aveva portato la famiglia in una masseria di sua propriet a Sanza, ai piedi del monte Cervati. La baronessa dagli occhi verdi, silenziosa e sorridente, aveva chiesto a Rosa di accompagnarla a fare una passeggiata ed erano state sorprese da un'improvvisa pioggia, fredda e pungente; si erano riparate in un capanno che faceva da deposito di legname, e quando aveva finalmente smesso di piovere ed erano di nuovo uscite si trovarono faccia a faccia con quel meraviglioso esemplare, dal pelo quasi nero e dagli occhi gialli, alto quanto uno dei puledri che il barone allevava per la corsa.
Rosa aveva subito fatto rientrare la baronessa nel capanno e aveva fronteggiato l'animale guardandolo fisso, proprio negli occhi. Non aveva letto nulla di selvaggio: intelligenza, curiosit; tanta solitudine. Poi il lupo si era girato ed era partito, silenzioso, verso la cima.
Chiss perch le era venuto in mente ora, a tanta distanza nel tempo e nello spazio; adesso che dal balcone di quella citt mai compresa a fondo guardava la strada, aspettando il ritorno del suo signorino, come ogni sera in ritardo per la cena. Forse l'animale e il commissario avevano nello sguardo la stessa malattia.
Quando se lo era ritrovato in braccio, pi di trent'anni prima, aveva smesso di lavorare per lui e aveva cominciato ad amarlo. Era stata la madre che la povera baronessa, morta cos presto e sempre debole e malata, non era riuscita a essere; ma non lo aveva mai capito veramente. Da quando era tornato a casa dall'ospedale, dopo che lei aveva temuto per la sua vita, lo sentiva ancora pi dolorosamente solo. Una sensazione, ma sapeva di non sbagliare.
Nella sua mente semplice e incolta, capiva che il suo ragazzo era combattuto, lacerato da qualche conflitto, e non sapeva quale.
Immaginava che c'entrasse la ragazza Colombo, la maggiore delle figlie del commerciante di cappelli che abitava di fronte. L'aveva fermata, ci aveva parlato, l'aveva perfino ricevuta in casa quando lui non c'era. Aveva sperato che si fermasse con lei, la malattia di solitudine di Luigi Alfredo; ma poi era sparita il giorno dell'incidente, sostituita da quella strana forestiera, quella vedova troppo aggressiva, troppo bella, troppo disinvolta, troppo tutto.
Non le piaceva, quella Livia. Non le pareva adatta al suo ragazzo. Mogli e buoi dei paesi tuoi, si diceva; e se non del Cilento, che sarebbe stato meglio, almeno una brava signorina del Sud, seria e gentile, come le era parsa Enrica. Non certo quella signora, che fumava e ancheggiava che tutti la guardavano.
Rosa strinse gli occhi nel vento, vedendo da lontano avvicinarsi Ricciardi, al solito senza cappello, le mani nelle tasche e la testa bassa. Sent nel cuore la solita tenerezza, e decise che a volte il destino va un po' aiutato.

Nell'osteria c'era poca gente; la settimana prima di Natale, chi aveva una casa e una famiglia voleva ritirarsi presto.
Maione e Massa trovarono un tavolo d'angolo, un po' appartato, e ordinarono mezzo litro di rosso per prendere calore. Il brigadiere cerc di rompere il ghiaccio.

- Come stai? Ti dicevo, avevamo pensato con Lucia di invitarti da noi, per la vigilia. Sai, le cose vanno meglio, adesso: abbiamo ricominciato a parlare, lei sta bene. Ha ripreso amore per la casa. Anche i ragazzi...
- Raffaele, perdonami. Ti devo dire una cosa che forse ti far del male. Perdonami.
Maione chiuse gli occhi. Aveva letto la preoccupazione nello sguardo dell'amico appena l'aveva visto, lo conosceva troppo bene, non poteva sbagliare. Aveva vigliaccamente sperato che si trattasse di un problema suo, l'avrebbe aiutato con tutto il cuore, ma avrebbe preservato la sua pace, cos fragile, cos faticosamente ritrovata. E invece.
- Non posso scegliere, no? Se avessi potuto risparmiarmela, questa scelta, ora non saresti qui. Avresti scelto tu per me.
Massa bevve un lungo sorso di vino.
- Infatti,  cos. Ma non ho questo diritto, purtroppo. Ascoltami: lo sai che da quando mi hanno fatto capo delle guardie non sto pi nei corridoi di diretta sorveglianza. Faccio i turni, divido le squadre, roba cos. Ma i ragazzi lo sanno che alcune cose le seguo personalmente, e perci mi vengono subito a riferire le novit. La settimana scorsa, non chiedermi perch, c' stata una rissa tra i detenuti, nella sala mensa. Per la maggior parte sono bestie che non possono dare sfogo alla violenza che hanno in corpo. Ma basta uno sguardo, una parola, perfino un tono di voce... Insomma, sono volate un po' di sedie, qualche calcio e qualche pugno finch sono arrivati i miei a mettere le cose a posto.
Maione aspettava, il cuore che gli batteva in gola. Massa continu:
- Ma era troppo tardi. Uno era rimasto a terra, un calcio in testa quando era caduto. L'hanno portato in infermeria, ma  stato subito chiaro che non ce l'avrebbe fatta. Sai gi di chi si trattava, no?
Maione chiuse gli occhi. Lui. Lui. Era morto, il destino si era compiuto. Quasi non ascolt Massa, che aveva ripreso a parlare.
- Mi hanno chiamato, lo sapevano che la condizione di quell'uomo, la vita che faceva, ogni singolo sospiro di sofferenza mi doveva essere riferito. Ogni singolo giorno della sua pena era una carezza sul mio dolore. Ogni singolo giorno.
La voce si era ridotta a un sibilo, vibrante di odio; le labbra serrate, lo sguardo perduto nel vuoto. Con una stretta al cuore, Maione si rese conto di quanto doveva aver sofferto l'amico in quegli anni, senza il conforto degli altri figli e di Lucia, che invece aveva avuto lui.
- Sono andato subito, come puoi immaginare. Mi sono piazzato l, vicino a quel letto. Volevo vedere l'agonia, minuto dopo minuto. La ferita era vasta, uno scarpone sulla tempia, nessuno pensava che si sarebbe svegliato. E invece si  svegliato.
Maione spalanc gli occhi: che diavolo era successo?
- Si  svegliato, e ha chiesto di un prete. Quell'animaccia nera, quel demonio si voleva salvare all'ultimo, con un piagnucolio e una benedizione. Non ci vedeva pi: ho preso una sedia, l'ho messa vicino al suo letto, e ho fatto il prete. Ho fatto il prete, Rafe'. Ho fatto il prete.
Lo ripet soprattutto a s stesso. Maione scosse la testa, gli veniva da piangere.
- Povero fratello mio. Povero fratello mio.
- Non ho paura, Rafe', credimi. Ho visto troppo inferno, con gli occhi miei, per aver paura dell'aldil. Volevo sentire dalla bocca sua quello che aveva fatto. Ho biascicato qualche parola in un finto latino, e quell'ignorante ci ha creduto e ha cominciato a parlare. Puoi immaginare, conosco la sua cartella a memoria, per quante volte l'ho guardata. Mi ha sfilato tutta la corona del rosario, furto per furto, rapina per rapina, e gli omicidi, uno, due, tre. Perfino uno per il quale non era stato nemmeno processato.
Maione pendeva letteralmente dalle sue labbra.
- E di Luca, che ti ha detto? Ti ha raccontato com' successo, se ha detto qualcosa, se...
- Aspetta. Lascia che ti racconti. A un certo punto si  fermato, non parlava pi. Mi credevo che era morto, finalmente. E invece continuava a respirare, e cos io gli ho chiesto: e Luca Maione? Lui  rimasto zitto, poi mi ha chiesto: e voi, padre, come lo sapete il fatto del poliziotto?
Maione stava in attesa, col fiato sospeso.
- E io gli ho risposto: tu stai ai piedi di Dio, e Dio sa tutto. Mentire adesso non ti far avere nessun perdono. E se n' stato zitto, poi ha detto, a voce cos bassa che mi sono dovuto avvicinare per sentire: il poliziotto non l'ho ammazzato io.
La gente attorno a loro parlava, da fuori venivano la musica e i canti del Natale, e c'era pure il suono incessante del vento che correva per il vicolo. Ma a Maione sembr che fosse sceso un silenzio profondo, come quello che si sente in chiesa in un pomeriggio d'estate.
- Che vuol dire? Che vuol dire, Franco? Come sarebbe, non l'ha ammazzato lui? E chi l'ha ammazzato allora, a Luca mio? Mentiva, maledetto. Mentiva pure davanti alla morte!
Massa aveva bevuto un altro bicchiere di vino; dagli occhi iniettati di sangue e dalle chiazze rosse che aveva in faccia, si sarebbe detto che aveva una forte febbre.
- L'ho pensato anch'io. Ma poi mi sono detto: e perch lo farebbe? Ha confessato gli altri omicidi, pure uno per cui non era stato condannato, e ha capito che sta morendo: che senso ha, mentire? Non pu pensare di fregare il Padreterno.
- E allora?
- E allora ho pensato: non posso vivere con questo dubbio. Gli ho detto: figlio mio, non ti posso credere se non mi dici quello che  successo veramente. E se non ti posso credere, non ti posso nemmeno dare l'assoluzione. Mi dispiace, ma ti aspetta l'inferno per i tuoi peccati.
- E lui, che ha fatto?
- E che doveva fare? Mi ha creduto. E mi ha raccontato. Quel giorno si era portato, oltre ai soliti compari, pure il fratello minore, Biagio. Questo ragazzino non aveva mai fatto niente, lo aveva preservato per rispetto alla madre, ma lui aveva insistito. Si sentivano sicuri, e il fratello maggiore aveva detto, perch no? Invece Luca li aveva trovati, aveva fatto l'appostamento, lui era bravo ad appostarsi, aveva preso da te.
Maione annu, assorto: ricordava le lunghe ore per insegnare le tecniche al figlio.
- Luca sapeva quanti erano, e li vide entrare contandoli a uno a uno. Era bravo. Proprio bravo. Quando valut che fossero tutti dentro fece irruzione, tenendoli sotto tiro: nessuno avrebbe potuto fregarlo, cos. Non aveva tenuto conto del ragazzo, che era andato a comprare le sigarette. Appena entr nella cantina, si ritrov Luca di spalle che teneva davanti tutta la banda, si fece prendere dal panico e invece di scapparsene via prese il coltello che il fratello gli aveva dato da mantenere, e... e fece quello che non doveva fare.
Maione allung la mano attraverso il tavolo e agguant il braccio di Massa:
- Cio,  stato il ragazzo? Il fratello piccolo?
- S,  stato lui. Il maggiore sent arrivare il resto dei poliziotti, e pens in fretta. Prese il coltello in mano, disse al fratello di sparire subito, senza correre, tanto nessuno lo conosceva, e si accus dell'omicidio; non aveva niente da perdere, sarebbe stato condannato comunque, era ricercato per gli altri reati e gli altri omicidi.
Ci fu un lungo momento di silenzio. Maione doveva assimilare un nuovo ordine di pensieri su qualcosa di molto importante che solo da poco era riuscito a riporre in fondo al cuore e alla mente.
- Quindi, il vero colpevole, l'uomo che ha ammazzato mio figlio, nostro figlio,  libero. E se ne va tranquillamente in giro, magari ad ammazzare altra gente, da tre anni.
Massa annu.
- La notizia ha sconvolto pure a me. Me ne sono rimasto l, zitto, a bocca aperta, finch quel maiale  morto.
Maione guardava nel vuoto.
- Non posso crederci.
- E invece  proprio cos. Perci ti sono venuto a cercare, pur consapevole di rovinarti questi giorni di festa. Ma possiamo finalmente chiudere la questione, e ristabilire la giustizia.
Maione lo guard:
- Che vuoi dire?
Fu il turno di Massa di allungare il braccio dall'altra parte del tavolo per prendere la mano di Maione:
- Non capisci? Eppure  semplice. Bisogna trovare questo Biagio e ammazzarlo come un cane, come lui ha fatto con Luca. Lo avrei gi fatto, ma io ero solo il padrino di battesimo: tu sei il padre, e hai pi diritto di me. Se non te la senti, io lo capisco, dimmelo e potr farlo io: non aspetto altro.
Maione si sentiva come ubriaco: - Lo faresti davvero? Massa rise, amaro:
- Rafe', non c' stato giorno, in questi tre anni e mezzo, che non ho pensato a Luca. Io non ho avuto figli e nemmeno mi sono mancati: quel ragazzo era tutta la mia vita. Me lo ricordo neonato, bambino, adolescente, ragazzino e uomo. Ci capivamo con uno sguardo, lo adoravo. Chist'ommo 'e mmerda mi ha tolto l'unico affetto vero della vita mia. Per tutto questo tempo, credendo che fosse stato il fratello, ho vegliato ogni momento che facesse il carcere come lo doveva fare, e cos avrei fatto per tutta la vita, controllando giorno dopo giorno la sua pena. Avevi scelto tu di mandarlo in galera, io lo avrei ammazzato a morsi, l, in quella cantina. Adesso, tu lo sai com' la legge: non si possono processare persone diverse per lo stesso delitto. E poi, quali prove terremmo? La testimonianza mia, che mi sono finto prete e che sono il padrino della vittima?
Il brigadiere dovette ammettere che il ragionamento dell'amico era perfettamente corrispondente al vero. L'assassino l'avrebbe fatta franca. Ma non poteva permettere che Massa si rovinasse la vita. Se lo deve fare qualcuno, pens, devo essere io. Io che ho mandato dentro la persona sbagliata.
- Lascia che ci pensi io, Franco. Fammelo trovare, fammelo guardare in faccia. Se non ce la faccio, ti chiamo subito.
Massa lo scrut, a muso duro:
- Rafe', tu lo sai: Luca deve riposare in pace. E non pu avere pace, se il suo assassino rimane impunito.
Maione si alz:
- Lo so, Franco. E perdonami se dopo tutto questo tempo mi ero dimenticato del dolore. Ti ringrazio, per quello che hai fatto.
Massa bevve l'ultimo bicchiere e si alz a propria volta.
- Ti devo ringraziare io, per avermi dato il ricordo di Luca. E' stato l'unica cosa bella della vita mia. Aspetto tue notizie, Rafe'. Fammi sapere.
E ognuno se ne and per la sua strada, senza salutarsi n tantomeno augurarsi nulla.
Sapevano che comunque non sarebbe stato un buon Natale.


20.

Quella prima di Natale  una domenica assai strana. E'
un po' domenica, perch suonano le campane fin dal primo mattino; perch l'aria  quella della festa, coi tempi e i modi delle giornate fintamente senza impegni; perch molte botteghe rimangono chiuse e qualche commerciante ricco si consentir un'ora di sonno in pi; perch le ragazze penseranno a qualche incontro clandestino, se il pap o la mamma le manderanno a fare qualche commissione che per pigrizia non vorranno sbrigare direttamente.
Ma non  solo domenica.
E un po' festa, perch i mendicanti sciameranno fuori le chiese per mettere i bigotti di fronte alla loro miseria, per spuntare un soldo o due; perch venditori di palloncini e castagnole prenderanno posizione nella Villa Nazionale, coi mezzi guanti e il volto coperto da stracci di lana per combattere il vento, richiamando i bambini con la merce e facendo loro paura per l'aspetto; perch i profumi di mandorle caramellate, di castagne arrosto, di carciofi alla brace e di pizze fritte saranno portati ovunque dal vento, facendo aumentare la saliva in tutte le bocche e gorgogliare gli stomaci.
Ma non  solo festa.
E un po' Natale, perch i marciapiedi sono invasi di merce stesa su lenzuola vecchie, e ognuno vende qualsiasi cosa, lecita o non lecita, in ogni grande via di passeggio e in ogni vicolo adiacente; perch i potenziali clienti sono costretti a camminare sulla strada, prendendosi strombazzate e schizzi di fango dalle automobili e dalle carrozze; perch i negozianti di frutta e quelli di salumi hanno preparato grandi archi di merce colorata: per smontarli ci vorrebbero delle ore e quindi gi da giorni non chiudono pi, e rimangono la notte a chiacchierare tra loro, imbacuccati nelle coperte e col braciere davanti; perch i capitoni guizzano vispi nelle grandi vasche dipinte di azzurro come il mare, lungo via Santa Brigida, e ogni tanto uno sguscia per strada e il pescatore lo insegue tra le gambe delle donne che scappano terrorizzate.
Ma non  ancora Natale.

Enrica aveva deciso di fare compagnia al padre, quella mattina.
Approfittando della domenica e per prepararsi all'impegnativa settimana prenatalizia, Giulio Colombo aveva deciso di fare un salto in negozio per vedere se i guanti, i cappelli e i bastoni in magazzino erano sufficienti allo sperato incremento delle vendite in occasione dei doni. Trenta anni di esperienza nel settore gli dicevano che, quando ci si trovava a corto di idee all'ultimo minuto, erano molti quelli che si rivolgevano a quel tipo di accessorio; conveniva perci rifornirsi di merce, soprattutto di fascia bassa di prezzo. La crisi, checch ne scrivessero i giornali, c'era eccome.
Motivo per cui si ritrovavano, padre e figlia, nel negozio chiuso con la saracinesca a met, uno a contare i capi e l'altra a spuntare da una lista i numeri identificativi degli articoli. Il vero motivo per cui erano l, come ben sapevano pur senza esserselo detto, era per sottrarsi alla pressione di Maria, la madre, che non smetteva di parlare, e sempre, dello stesso argomento.
Come Giulio sapeva, Enrica aveva un carattere particolare. E lo sapeva perch era uguale a lui. Dolce, gentile, mai sopra le righe, non alzava la voce, non dava in escandescenze: ma testarda, determinata, ordinata fino alla mania, netta e precisa nelle idee come nei movimenti. Venticinque anni ormai, nessun fidanzato, nessun uomo che la invitasse o che avesse chiesto al padre di poterci uscire.
Non che non fosse, a suo modo, graziosa, pens Giulio guardandola con la coda dell'occhio; ma scoraggiava gli aspiranti corteggiatori con un sorriso e un no, grazie. Questa cosa faceva impazzire la madre, che valutava che a quell'et una donna dovesse avere gi da tempo una casa, dei figli e soprattutto un marito: ripeteva il concetto una media di dieci volte al giorno, in tutta la gamma dei toni, dal supplichevole all'imperativo.
Enrica si rinchiudeva in s stessa. Non rispondeva se non a monosillabi, continuando a svolgere le faccende domestiche o a preparare la lezione ai ragazzi a cui insegnava in casa, preparandoli privatamente agli esami.
Giulio si fidava della figlia. Se voleva aspettare, doveva farlo. Se voleva rimanere tutta la vita con lui, ne sarebbe stato felice. La sorella minore, sposata a un suo lavorante fascista ed entusiasta, aveva gi un bambino, e non stava in casa con loro, in fondo? Cosa sarebbe cambiato? Erano tempi duri, c'era stata una guerra non molto tempo prima, e l'atteggiamento del governo, come al liberale e colto Giulio non sfuggiva, era molto militare. Si sentiva pi tranquillo con la figlia in casa che magari in mano a un esaltato, come se ne vedevano tanti in giro.
- Cappello da uomo in feltro, grigio scuro, con fascia di seta nera, - disse alla figlia come se le parole fossero state: ti voglio bene.
- Articolo 15-26, una unit, - rispose Enrica spuntando la lista. Come se avesse detto: anch'io.

Ricciardi aveva fatto i suoi calcoli: dedicando la domenica ai colloqui con don Pierino e il dottor Modo, avrebbe guadagnato tempo. Il prete e il dottore erano gli unici per cui quello era un giorno come un altro, com'era per lui stesso, d'altronde.
Per come la vedeva, la personalit del defunto centurione Garofalo andava dipanandosi su livelli sconosciuti. Al miliziano irreprensibile e integerrimo, che rifiutava i regali dei pescatori e mostrava ai vicini assoluta serenit famigliare, si andava affiancando un carrierista senza scrupoli che non aveva esitato a rovinare la vita di un superiore per prenderne il posto. Non che fosse un fatto nuovo, in un'epoca di delazioni premiate come quella; anche in questura funzionava cos, almeno stando a quel poco che cadeva sotto il suo sguardo disinteressato. Ma una cosa era scavalcare un concorrente servendosi di una parentela o una raccomandazione, un'altra era mandarlo in galera per un anno e mezzo e costringere la moglie a suicidarsi per la vergogna.
Percorrendo una via Toledo ridotta a un brulicante mercato e diretto verso la chiesa di San Ferdinando, il commissario Ricciardi visualizz il presepe di casa Garofalo: la statuina di san Giuseppe frantumata e maldestramente nascosta sotto il telo, e quella della Madonna lievemente inclinata sull'asinello. Nel prendere il marito, avevano abbattuto la moglie. Troppo simbolico, per essere un caso. Scans per miracolo una vettura pubblica che emise un offeso squillo di clacson, e ricord la frase dell'immagine di Garofalo, il suo ultimo pensiero: Io non devo niente, proprio niente. Che cosa avevano reclamato, gli assassini, che il centurione si era rifiutato di dare? La visita in caserma aveva allargato, anzich restringere, il ventaglio di ipotesi. Soldi, sostanze; ma anche anni perduti.
Doveva aspettare notizie da Maione, su dove si trovasse quel Lomunno che aveva ogni motivo di odio nei confronti della vittima. Chiss se il brigadiere sarebbe riuscito, in quella giornata di festa, a rintracciare l'onnisciente informatore.
Il pensiero and a Maione, e alla sua ritrovata serenit famigliare. Ricciardi, che ne aveva fiancheggiato il dolore in quegli anni, ne era felice. Sapeva quanto fosse importante la famiglia per il brigadiere, e aveva visto con soddisfazione ricomparire un po' alla volta il sorriso sul suo faccione.
La famiglia, l'amore. Enrica. Il collegamento dei pensieri, mentre fendeva la folla in prossimit di piazza Trieste e Trento, fu fin troppo lineare. Sapeva del negozio di cappelli del padre, e ricordava di averla intravista entrarvi, proprio da quelle parti. Forse era quello con la saracinesca chiusa a met. Cappello e guanti?, aveva chiesto il cadavere della signora Garofalo, sorridendo a occhi bassi mentre il sangue nero le usciva dallo squarcio nella gola. Magari l'assassino o gli assassini ai quali si era rivolta erano clienti del padre di Enrica, ed erano stati serviti dalle mani della donna che amava. Il destino non esiste, pens Ricciardi: altrimenti si divertirebbe un mondo, con queste cose.
Era arrivato nei pressi della chiesa, dalla quale stavano uscendo i fedeli dopo la messa delle dieci. Aspett che fosse defluita la folla ed entr, continuando a pensare al destino che non esisteva, e a Enrica.

Enrica stava pensando al destino, e a Ricciardi.
Precisamente, pensava a quanto fosse crudele attendere per mesi un avvicinamento e poi, quando tutto sembrava mettersi al meglio, perderlo. Il destino sapeva essere feroce.
Ricord per l'ennesima volta la felicit nel ricevere la lettera dell'uomo che aveva aspettato per tutta la vita e di cui si era innamorata da lontano; il contatto che aveva avuto con la sua tata, la signora ruvida e gentile che abitava con lui, che l'aveva addirittura invitata a casa. Ricord le stanze, la pulizia di quell'appartamento, uno strano profumo che poteva essere il suo dopobarba; la porta socchiusa della sua stanza, dalla cui finestra lui la guardava, rispettando il loro appuntamento serale.
E poi, quando il passo successivo non poteva che essere l'incontro, il sorriso, la mano nella mano, l'incidente. Mentre spuntava la lista degli articoli che il padre le dettava, la sua mente si ritrov nella sala d'aspetto dell'ospedale, con i lastroni flagellati dalla pioggia, il giorno dei morti. Parevano passati cent'anni, e non erano nemmeno due mesi.
Aveva pensato che stesse per morire. Aveva visto quella donna bellissima, dall'accento forestiero, camminare avanti e indietro fumando e piangendo, disperata forse quanto lei. Si era sentita la persona sbagliata nel posto sbagliato. E aveva chiesto alla Madonna di Pompei la vita di lui in cambio dell'impegno a non vederlo mai pi. Dopo un attimo, il dottore era uscito sorridendo; e aveva anche smesso di piovere.
Enrica non era mai stata molto religiosa, ma quello le era parso un segno inequivocabile. Si era alzata ed era scappata via, mentre la signora, la tata e il grosso brigadiere si precipitavano nella stanza di Ricciardi per vederlo respirare. Se ne era andata col cuore diviso tra la gioia e la disperazione; la prima era scomparsa dopo poco, la seconda le faceva ancora compagnia.
Non si era mai curata troppo del proprio futuro, Enrica. Aveva sempre pensato che se c'era qualcuno, nel suo destino, prima o poi sarebbe arrivato e lei l'avrebbe capito al primo sguardo; altrimenti, non si sarebbe accontentata di qualcun altro. Piuttosto, ne avrebbe fatto a meno.
Un'idea romantica, da ragazzina, forse; ma era la sua, e se la teneva stretta. Ne aveva avuto la conferma quando si era accorta dell'uomo che la guardava, in piedi dietro la finestra di fronte, oltre un anno prima: era lui, proprio lui. Era arrivato.
Ora per l'aveva perso. L'aveva gettato via, di sua volont: nelle grinfie della bella forestiera, senza nemmeno combattere.
La frustrazione per un attimo fu enorme e le si riempirono gli occhi di lacrime. Per nascondere l'espressione al padre si gir verso la porta del negozio, aperta a met, e vide Ricciardi entrare nella chiesa di San Ferdinando.

21.

Don Pierino stava cercando di liberarsi dalla signorina Vaccaro. Era un'importante esponente delle frequentatrici della parrocchia, una donna facoltosa e molto, molto anziana: alcune leggende che circolavano tra i fedeli della zona la volevano ultracentenaria, ma pi probabilmente raggiunti gli ottanta aveva ritenuto di fermarsi a quel traguardo per almeno una decina d'anni.
Periodicamente, esattamente ogni tre giorni, pensava fosse venuto il momento di aggiornare i vertici della chiesa sul suo precario stato di salute, e poveretto chi ci capitava. Il parroco, don Tommaso, divenuto abilissimo, riusciva a dileguarsi un attimo prima dell'ingresso della signorina dalla navata principale. Don Pierino sospettava che il superiore avesse organizzato un sistema di vedette, e che qualche infedele chierichetto lo avvertisse con un fischio o qualche altro metodo da agente segreto; fatto sta che era sempre lui a cadere nelle grinfie deformate dall'artrite della vecchietta. Quest'ultima, convinta com'era che le sofferenze in terra facessero cumulo con la sua conclamata castit nei meriti da acquisire per accedere a un comodo ed eterno Paradiso, ci teneva che i suoi confessori fossero puntualmente informati dei progressi delle sue infinite malattie.
Ascoltando appunto quanto la dissenteria dalla quale era appena venuta fuori avesse debilitato la signorina Vaccaro, don Pierino sorrideva e annuiva. Piccolo e tozzo, dalla carnagione scura e dai vivaci occhi neri come olive, il viceparroco era molto amato dai fedeli, soprattutto dai moltissimi bisognosi e sofferenti che abitavano il popoloso quartiere amministrato dalla chiesa di San Ferdinando; se c'erano bambini malati, affamati, infestati dai parassiti, era don Pierino il primo a presentarsi, con il suo largo, contagioso sorriso e l'ottimismo che ne caratterizzava la fede.
Perch don Pierino era in possesso di una fede allegra, innamorata del creato e quindi di Dio. Amava l'arte, pi di tutto la musica di cui era un goloso fruitore. Amava la campagna, alla quale raramente poteva tornare. Amava anche il mare, che gli era lontano per la sua nascita a Santa Maria Capua Vetere, ma col quale aveva subito fatto amicizia.
La signorina Vaccaro era appena passata agli effetti di una fastidiosissima gastrite, con immaginifiche descrizioni delle quali don Pierino avrebbe volentieri fatto a meno, quando gli sembr di intravedere nella penombra di un altare laterale una figura nota. Nota e cara.
Aveva incontrato Ricciardi nel corso dell'indagine sulla morte del tenore Arnaldo Vezzi, della quale era stato inconsapevole testimone. Non avrebbero potuto essere pi distanti per carattere, cultura, passioni e fede, ma avevano stabilito un rapporto, se non di amicizia, sicuramente di forte empatia. Gli interessavano quegli occhi verdi, in apparenza freddi; una finestra aperta su un mondo interiore fatto di dolore, di sofferenza per qualcosa di inconfessabile.
Il piccolo prete allegro intuiva un cuore in prigione, dietro le sbarre di chiss quale ricordo; ma un cuore grande, pieno di compassione per il prossimo.
Non era uomo, Ricciardi, da venire da lui se non per qualche forte necessit. E la signorina Vaccaro sarebbe sopravvissuta comunque alla gastrite e all'interruzione della loro conversazione. Le disse che doveva confessare qualcuno che temeva avesse commesso un omicidio nel corso di una rapina in casa, cosa che sapeva essere un privato terrore della parrocchiana; la donna spalanc gli occhi e, per evitare di essere individuata dal criminale, spar dalla chiesa con insospettabile velocit, alla faccia dell'artrite.

Don Pierino and verso Ricciardi con la sua caratteristica andatura saltellante, chiedendo mentalmente perdono a Dio per la piccola bugia.
- Commissario, che grande piacere! Come state? Ho saputo dell'incidente e sono subito venuto in ospedale, ma ve n'eravate gi andato a casa, e contro il parere del dottore. Visto che bel vento freddo, che c'? D'altra parte, che Natale sarebbe, se facesse caldo?
Ricciardi restitu il saluto al prete, con una breve stretta della mano nervosa che poi ricacci in tasca.
- Don Pierino. Anche per me  un piacere, lo sapete. E mi scuso per non essere passato per un po', ma... be', avete saputo. Come state?
Il viceparroco sorrise, le dita intrecciate sulla pancia:
- Bene, bene. Come vuole il Signore. Non sono certo io che mi posso lamentare, non credete? Ne vedete di peggiori di quante ne veda io, per le strade l fuori. Lo sapete, che nessuno di noi si potrebbe lamentare.
- Infatti. Vi disturbo per un paio di informazioni, al solito. Avete qualche minuto per me?
- Figuratevi, ma certo... Anzi, mi avete salvato da una lunga chiacchierata con quella signorina anziana che avete visto prima, quindi vi devo tutta la mia attenzione... Dite, dite pure.
Ricciardi incass la disponibilit del prete e chiese:
- Possiamo parlare un po' del presepe, padre?
Don Pierino fece un sorriso felice, come uno scugnizzo al quale avessero proposto un giro in pasticceria:
- Ma certo! Venite, venite con me, prego.
Prese sottobraccio Ricciardi, che pur non essendo un gigante era parecchio pi alto, e lo condusse a una decina di metri di distanza dove, davanti a uno degli altari laterali, era stato allestito un presepe. La costruzione prendeva diversi metri quadrati, con grandi pastori antichi davanti che andavano digradando nelle dimensioni man mano che si procedeva verso l'interno, dando un'illusione di profondit davvero notevole. Ricciardi non pot fare a meno di restare ammirato.
Don Pierino saltellava come un bambino:
= Bello, eh? Non vi pare bellissimo? Me ne occupo io stesso, con l'aiuto di qualcuno dei ragazzi che frequentano la parrocchia. Molte delle figure sono antiche, appartengono al nostro patrimonio da secoli; altre ci sono state donate pi di recente dai fedeli, in questi anni. Altre ancora le abbiamo acquistate o sono frutto del lavoro di parrocchiani abili nella confezione dei vestiti o nella terracotta.
Ricciardi osservava affascinato:
- Notevole, notevole, padre. Davvero bello, complimenti. Ditemi, esiste una simbologia, nelle figure? Insomma, rappresentano qualcosa?
Don Pierino annu, senza distogliere gli occhi dal paesaggio in miniatura.
- Ma certo, commissario. Il presepe  una delle pi antiche e consolidate tradizioni del nostro popolo. Attraverso esso, nei momenti vari della storia di questa citt, sono state rappresentate situazioni e personaggi entrati a far parte della fantasia popolare. Vedete, ogni presepe, anche il pi povero,  su tre livelli: in alto il castello di Erode, l, che rappresenta il potere e la prevaricazione; in mezzo la campagna, col gregge, i pastori e il resto; in basso, e davanti, la grotta con la Nativit. E mischiati nel paesaggio, le rovine del tempio, a simboleggiare il trionfo della cristianit sugli di pagani, la taverna, che simboleggia l'attitudine umana al vizio eccetera. Ogni elemento del presepe ha un significato, e i principali pi di uno.
Ricciardi ascoltava, assorto.
- Ogni cosa uno o pi significati, dite. Mi fareste qualche esempio, padre?
Il prete assent, lieto. Era la sua materia, ed era felice di poterne parlare.
- Certamente. Cominciamo dai luoghi e dagli elementi architettonici. Del tempio e della taverna vi ho gi detto; su quest'ultima vi dir pure che il banchetto che vedete in corso, al suo interno, fa riferimento al rifiuto che le osterie e gli alberghi diedero alla Sacra Famiglia che chiedeva di essere ospitata. Rappresenta la cattiveria umana e l'egoismo, che l'avvento di Cristo illuminer. Il forno, che vedete l, non manca mai: oltre a mostrare uno dei mestieri pi antichi, fa riferimento al pane che col vino  tra le basi della nostra fede. Il ponte sul fiume, che vedete in secondo piano, si riferisce a un'antica leggenda che vuole che nelle sue fondamenta siano stati seppelliti tre bambini, appositamente uccisi, per tenere salde le arcate con un incantesimo. Il significato  l'unione, il ponte appunto, tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Anche il pozzo, che non manca mai, rappresenta un collegamento diretto del mondo con gli Inferi. Come vedete, anche l'oscuro e il male trovano rappresentazione nel presepe. Come nella vita, no?
Ricciardi rifletteva. Un ponte, per unire il mondo dei vivi con quello dei morti. Fosse stato lui stesso un pastore del presepe, lo avrebbero collocato proprio su quel ponte.
Al di l di quei pensieri, comunque, la simbologia del presepe gli pareva parecchio intricata. Sarebbe stato pi difficile del previsto comprendere che cosa l'assassino avesse voluto far capire, rompendo la statuina di san Giuseppe; ammesso e non concesso che avesse effettivamente voluto dire qualcosa.
- E i personaggi, padre? Hanno anche loro un significato?
Don Pierino annu:
- Naturalmente, commissario. Vedete il mercato, in secondo piano? Ogni personaggio rappresenta un mese: gennaio  il macellaio, febbraio il venditore di ricotta e cos via, fino a dicembre, che  rappresentato dal pescivendolo. Sono dodici. La zingara, col suo paniere di utensili di ferro, predice il futuro e il ferro simboleggia il destino di Ges, morto in croce. L'uomo addormentato a terra vicino al gregge, per esempio... qui la storia  divertente... rappresenta il fatto che la venuta di Cristo abbia risvegliato il sonno dell'ignoranza della vera fede, e quindi simboleggia gli stupidi, si  sempre chiamato, per tradizione popolare, Benito. Be', adesso, per ovvi motivi, nessuno pi lo chiama cos. Lo chiamano "il pastore addormentato". Ma tutti sanno qual  il suo nome, mettono la mano davanti alla bocca e poi ridono.
A Ricciardi premevano altre informazioni.
- Padre, e la Sacra Famiglia? Ha anch'essa una simbologia, un significato?
Don Pierino allarg le mani:
- Ma certo, commissario; scusatemi tutte queste chiacchiere, io starei ore e ore a parlare del presepe. La Famiglia, naturalmente: Ges Bambino, l'infanzia, la sapienza, il candore e l'innocenza. La Madonna, la maternit, l'intercessione, la purezza. San Giuseppe....
Ricciardi insistette:
- San Giuseppe?
- San Giuseppe, commissario, rappresenta diverse cose. E il pi umano, non essendo una Madre Vergine n il Figlio di Dio. E un uomo, e infatti lo vedete,  vestito come un pastore. Ma  anche il padre putativo di Ges, e un falegname. Per la cristianit rappresenta, oltre alla paternit, il lavoro, la durezza della vita per portare avanti i figli, il sacrificio quotidiano.
Ricciardi pose la domanda che voleva fare dall'inizio:
- E secondo voi, padre, uno che abbia inteso profanare questa sola statuina di un presepe, appunto san Giuseppe, che pu aver voluto dire?
Don Pierino si port la mano al mento e se lo accarezz, pensoso:
- Non  certo un bel gesto, commissario. Non ne ho idea. Credo che il riferimento sia al lavoro, e alla paternit. Qualcuno che ha voluto esprimere il disagio di essere stato privato di uno dei due diritti, soprattutto del lavoro. San Giuseppe  il patrono dei lavoratori. Vi posso dire solo questo.
Il commissario rimase a lungo a fissare il presepe della chiesa di San Ferdinando, illuminato da mille piccole lampadine e dalle candele accese dai fedeli. Grazie, desideri, simboli, santi: che citt complicata, pens.
- Vi sono grato, padre. Forse vi disturber ancora, stiamo seguendo un caso un po' complicato.
Don Pierino gli sorrise, beato:
- Per me vedervi  sempre una gran gioia, commissario. Sapete quello che penso di voi: nel vostro cuore c' tanto di quell'amore che voi nemmeno immaginate. A presto, tornate quando volete.
Don Pierino accompagn il commissario fin fuori, sulle scale della chiesa. Prima di andarsene, Ricciardi si gir e disse:
- Padre, un'ultima cosa: perch san Sebastiano fu ucciso con tante frecce?
Don Pierino si gratt la testa:
- San Sebastiano, dite? Uno dei primi martiri. Era il capo delle guardie di Diocleziano, un imperatore romano terribile persecutore dei cristiani. Si convert, e quando l'imperatore lo scopr, lo fece legare a un palo e trafiggere da un plotone di arcieri. Perci  rappresentato cos, con tante frecce che lo colpiscono. E per questo  il patrono...
- ... della milizia, s, lo so. Grazie ancora, padre. Siete sempre prezioso.
E se ne and, seguito dallo sguardo del prete e di una donna nascosta dietro una saracinesca chiusa per met.

22.

Bambinella ci andava, a messa.
Ci andava da quand'era piccolo, ogni santa domenica, e a volte pure in mezzo alla settimana, se per qualche motivo aveva voglia di sentirsi vicino a Dio.
Ricordava un prete, in particolare, quando aveva forse una decina d'anni, ma si sentiva gi diverso dal resto dei ragazzini della sua et. Una diversit nota, riconoscibile, con cui la citt conviveva da sempre, ma comunque una diversit, e i bambini, si sa, possono essere terribilmente cattivi. Bambinella si rifugiava dove non avevano il coraggio di inseguirlo e se ne stava nel fresco confortevole e nell'odore di incenso.
Quel prete gli si sedeva accanto, e parlava con lui come se fosse grande. Gli parlava della vita, di come potesse essere difficile. Bambinella non capiva, ma a ripensarci ora riteneva che don Corrado, cos si chiamava il prete, parlasse a lui della sua stessa diversit, anche se aveva scelto una maniera differente di viverla. Gli piaceva, quel prete. Forse se ne era anche innamorato, ma non successe mai niente.
Poco dopo gli uomini cominciarono ad allungare le mani, e Bambinella scopr che era pi facile per lui essere donna che uomo, e provare a nascondere la sua natura che veniva fuori con forza dai movimenti aggraziati, dalle ciglia lunghe, dai grandi occhi castani e dal cuore.
Per a messa ci andava ancora, per il conforto che trovava nella penombra, per l'odore dell'incenso, per il ricordo di quel prete che gli parlava per ore. Ci andava presto, alla prima funzione, quella delle sette; si ritrovava insieme a quelli che andavano al lavoro di domenica, alle bizzoche che montavano in servizio nei primi banchi e l sarebbero rimaste fino a sera, recitando interminabili rosari tra una messa e l'altra e spettegolando a bassa voce tra loro a intervalli regolari.
Bambinella conosceva tutti, e le storie di ognuno. La sua professione era accettata come un fatto della vita, e in un microcosmo in cui le differenze sociali erano determinate solo dalla disponibilit di cibo almeno una volta al giorno, era perfino visto come un privilegiato. Siccome aiutava volentieri chi si trovava in seria difficolt, alla fine era diventato il confidente di tutti, un ragno al centro dell'immensa tela di pettegolezzi che avvolgeva l'intera citt.
Nessuno conosceva o ricordava il suo vero nome, perch era cresciuto nei vicoli senza una famiglia e senza una casa, dormendo e mangiando qua e l: ma la canzone di Viviani che gli aveva dato il nome era cos bella e famosa che calzava come una seconda pelle. Bambinella, di sopra i Quartieri.
Il popolo delle sette, la domenica, era rado e complice. Le stradine e i vicoli del quartiere, in genere intasati di gente e di merci, si allargavano in un grigio silenzio, attraversati dal vento e dagli improvvisi raggi di un sole lasciato momentaneamente libero dalle nubi che correvano nere nel cielo. I tacchi di Bambinella annunciavano da lontano il suo arrivo, e qualche sorriso giungeva da sotto le visiere delle coppole calzate a fondo o dai baveri di palt rivoltati tante volte da essere diventati sottili come camicie. Incrociarsi da lontano e scambiarsi un saluto, come in un piccolo paese, prima che la citt cominciasse a correre vorticosa attorno a niente.
Affrontando l'ultima rampa delle scale di casa, buie e fredde, avvolto nel lungo cappotto dal quale spuntavano le calze nere e le scarpe alte, Bambinella si ritrov di fronte a uno spettacolo che non si sarebbe mai aspettato: seduto sull'ultimo gradino, la faccia tra le mani, c'era il brigadiere Maione.
- Uh, madonna mia, brigadie', e che paura che mi avete fatto mettere! Mi credevo che eravate un malintenzionato! E che ci fate, seduto qua a prima mattina, si pu sapere, con questo freddo, a rischio di prendervi una malattia? Alzatevi, su, e venite in casa.
Maione aveva la barba lunga e i chiari segni di una nottata trascorsa in bianco.
- U, Bambine', finalmente sei tornato. Ma dove te ne vai, a prima mattina di domenica, si pu sapere?
Il loro era uno strano rapporto di confidenza. Una volta, anni prima, Bambinella era stato arrestato insieme a un gruppo di prostitute che adescavano clienti nei pressi del San Carlo: bellezza e giovent facevano contrasto con l'aspetto delle altre, la cui et non consentiva loro di trovare un posto caldo e sicuro in uno dei cento bordelli autorizzati. Quando fu chiaro il motivo per cui nemmeno Bambinella avrebbe avuto quel tipo di asilo, Maione rispondendo a un impulso che non era ancora riuscito a spiegarsi l'aveva liberato, se non altro per simmetria, non vedendo simile a nessun'altra delle puttane arrestate quello strano essere dalle gambe lunghe, il viso un po' equino e le spalle larghe.
Avevano stretto una curiosa amicizia: Maione si era accorto ben presto dell'immenso potenziale in termini di informazioni che Bambinella poteva garantire, e il femminiello si era affezionato al burbero poliziotto che non si rendeva nemmeno conto di quanto fosse debole in realt.
Cos, ogni volta che le indagini su qualche delitto stavano a un punto morto o c'era qualche notizia da verificare, Maione si sottoponeva all'immensa fatica di arrampicarsi fino al sottotetto dietro il vicolo di San Nicola da Tolentino, col terrazzo coperto dal guano dei piccioni, dove Bambinella esercitava la professione. Il centro della ragnatela.
- Brigadie', ma che cosa romantica: un corteggiatore che si fa trovare a prima mattina sull'uscio di casa dell'innamorata, la domenica prima di Natale. Una torna dalla messa e chi trova? Quest'uomo bellissimo che l'aspetta. Nemmeno al cinematografo si vede, una storia cos!
Maione si strofinava gli occhi, nel tentativo di snebbiare la mente.
- E infatti non la vedi nemmeno stavolta, non la vedi. Senti, Bambine', risparmiami le chiacchiere, ch stamattina tengo un mal di testa da esposizione. Non ho chiuso occhio; ho detto a mia moglie che dovevo fare una cosa importante di lavoro e me ne sono uscito prima che se ne accorgeva e mi tempestava di domande.
Bambinella giunse le mani dalle lunghe unghie dipinte davanti alla bocca, con un gesto che non avrebbe potuto essere pi femminile:
- Uh, mamma mia, allora si tratta di cose serie! Meglio che vi faccio subito un surrogato, allora, cos vi d una mano a farvi passare il mal di testa. Avete fatto gi colazione? Tengo un poco di rococ e mustacciuoli, me li ha portati un cliente mio che lavora in una pasticceria al centro, li volete?
Maione fece una smorfia:
- Per carit, solo i rococ ci vogliono, a prima mattina, cos mi vado direttamente a ricoverare ai Pellegrini. Il surrogato va bene, grazie: fa schifo, ma almeno mi lever il sapore amaro che tengo in bocca.
Bambinella ridacchi, armeggiando al fornello:
- Sempre gentile, grazie, brigadie'. Lo so che volevate dire: Bambine', come lo fai tu il surrogato, con quelle mani d'oro, non lo fa nessuna. E sapeste che cos'altro so fare, con queste mani d'oro: pensate che un cliente mio, che fa il macellaio alla Torretta, dice che la mano mia potrebbe risvegliare un morto, specialmente quando...
- Bambine', ti prego, - lo interruppe brusco Maione, - tutto posso reggere, stamattina, meno le tue confidenze lavorative. E poi, se mi fai pensare a quello che fai con le mani, mi fai venire lo schifo pure del surrogato, lascia stare.
- Come volete voi, brigadie'. E' che una certe soddisfazioni professionali le vorrebbe pure condividere, ogni tanto, almeno con gli amici. Embe', come mai quest'onore a prima mattina, e di domenica? Non mi pare che ci siamo mai visti, in questo giorno. E poi stiamo quasi nelle feste natalizie. Ah, fatemi indovinare: il fatto di Mergellina,  cos? Marito e moglie, quello della milizia portuaria, no?
Maione scosse il capo, ammirato:
- Incredibile. Eppure sei analfabeta, non sai leggere e quindi non le puoi conoscere dai giornali, le notizie. Ma si pu sapere come lo sai?
Bambinella si gratt i peli che ricrescevano ribelli sul dorso della mano, rasata ad arte.
- Ah, brigadie', per caso, per puro caso. Io tengo diverse compagne mie che fanno il mestiere alla casa della Torretta, vi ricordate, una volta siamo andati insieme a interrogare una di loro che sapeva non mi ricordo che, qualcosa che vi serviva, insomma. Be', loro lavorano pure coi pescatori, qualche volta, e con gli strozzini della zona. Certo, i pescatori non possono pagare assai, ma gli regalano il pesce fresco e le ragazze se lo mangiano, anche se la Madame si incazza quando cucinano nelle camere perch dice che un bordello deve profumare di rose, non puzzare di frittura...
Maione alz le mani:
- Per carit, Bambine': fallo per carit, non divagare. Oggi non ce la faccio, a seguire i discorsi tuoi per i vicoli. Atteniamoci ai fatti.
Bambinella mise un finto broncio, allungando le labbra dipinte.
- Cattivo, cattivo brigadiere che non mi fate parlare come dico io. Comunque, ho incontrato una di queste ragazze che mi ha detto che non si parla d'altro che della morte di questo... come si chiama... Garofalo, mi pare. E che di lui si dicono un sacco di cose.
- Be'? E che cosa si dice?
Bambinella fece una risatina vezzosa, con le lunghe dita davanti alla bocca:
- Uh, Ges, e io che ne so? Mica mi sono soffermata a chiedere, non lo sapevo che su questo fatto ci stavate voi e il bel commissario con gli occhi verdi, quello che porta male. Se no chiedevo meglio,  naturale.
Maione scatt:
- Te l'ho detto mille volte, non mi piace che dici questa cosa che il commissario porta male! Prima di tutto non  vero, poi chi lo pensa me lo deve venire a dire in faccia, cos glielo levo dalla bocca insieme ai denti, una volta per tutte!
Bambinella sbatt le ciglia finte:
- E io lo dico apposta per vedervi incazzare, mamma mia, brigadie', lo sapete che i maschi quando si arrabbiano mi fanno sangue.
Maione replic stancamente:
- Bambine', tu vuoi pazziare e io invece sto qua per cose serissime. E allora stammi bene a sentire, non abbiamo tempo e io ti devo chiedere due cose. Primo: devi andare subito dalle tue amiche della Torretta e ti devi far dire tutto quello che sanno o hanno sentito dire di questo Garofalo. Soprattutto se qualcuno gli voleva male o l'aveva minacciato.
Bambinella ascoltava, bevendo con piccoli sorsi rumorosi il surrogato da una tazzina di foggia cinese, il mignolo dritto con l'unghia rossa protesa nel vuoto:
- E la seconda cosa, brigadie'?
Maione corrug la fronte. Ci che stava per fare non gli piaceva e non l'aveva mai fatto: servirsi di uno strumento di lavoro per finalit personali. Sospir a fondo, poi disse:
- Mi serve un'altra cosa, s. E riservatissima, Bambine', non lo deve sapere nessuno, assolutamente nessuno. Mi devi trovare un certo Candela Biagio. Dovrebbe essere giovane, parecchio giovane. Non ti so dire che fa o dove sta di casa, ma me lo devi rintracciare. Ti posso per dire che il fratello, che si chiamava... che si chiama Mario, Candela Mario, sta in galera, a Poggioreale.
Bambinella ascoltava attento, gli occhi sul volto del brigadiere, senza nessuna espressione. Poi annu col capo e disse, con voce profonda e priva delle solite affettazioni:
- Lo so chi  Candela Mario, brigadie'. So pure che  morto la settimana scorsa, in galera, per una rissa. E naturalmente so pure perch stava in galera: tra le altre cose.
Fece una pausa, accarezzandosi contropelo il dorso della mano.
- Li radi, li radi ma ricrescono sempre, i peli. La natura  cos, no, brigadie'? Non la puoi tenere nascosta. Una pu combattere, ma la natura quella . Siete sicuro, di voler rintracciare questo Candela Biagio? Ci avete pensato bene?
Maione si chiedeva quanto e che cosa sapesse Bambinella dell'omicidio del figlio. Non ci aveva mai pensato.
- S, Bambine'. Lo voglio rintracciare. E se non mi vuoi aiutare grazie lo stesso, tanto ci riesco pure da solo, lo sai.
Bambinella guard la finestra: sul davanzale un piccione se ne stava raggomitolato, la testa sotto l'ala, cercando di ripararsi dai colpi del vento freddo di dicembre.
- Entro stasera sar morto, povera bestia. E nessuno ci pu fare niente.
Si gir di nuovo a guardare Maione, sorridendo:
- Noi siamo amici, brigadie'. Gli amici si aiutano, senza chiedere e senza mettere limiti. State tranquillo, vi faccio sapere dove trovare questo Candela Biagio. Ripassate stasera e ne parliamo. Di tutte e due le cose.
Maione bevve il pessimo surrogato in un solo sorso,
- salut con un cenno del capo e se ne and a testa bassa incontro alla domenica.

23.

Ricciardi aveva fatto chiamare in ospedale, invitando il dottor Modo a pranzo al Gambrinus, all'una. Si era seduto al solito tavolo, nella saletta interna che dava su via Chiaia, e aveva ordinato un caff per ingannare l'attesa.
Il Gambrinus era l'unico posto in cui a Ricciardi piacesse stare: il viavai di clienti durava tutto il giorno, pur variando nella tipologia a seconda delle ore e dei momenti, e offriva una bella vetrina di umanit. Gli stucchi e gli affreschi liberty, le luci soffuse, i camerieri discreti. Il profumo stantio dell'antica capitale in disarmo.
Le poltroncine di velluto rosso erano comode, ottima la musica che veniva dal pianoforte a coda al centro della sala, e superba la sfogliatella: per il commissario era pi che sufficiente per eleggere lo storico caff a succursale privilegiata del suo ufficio, e a personale sala da pranzo.
Ci veniva da anni, e non uno dei camerieri che si erano abituati a vederlo seduto in disparte in quel tavolino d'angolo si era permesso un saluto particolare o un gesto di confidenza; Ricciardi apprezzava pi di ogni altra dote la discrezione, rara ormai dovunque e quasi mai reperibile in quella citt.
Dalla vetrina vedeva un fiume di gente andare e venire, carica di involti e pacchi, guanti e cappelli, nasi e guance rossi per il freddo. Risate mute, chiacchiere che non gli arrivavano attraverso il vetro spesso: come una pellicola del cinematografo, ma coi colori, anche se smorti al pallido sole invernale.
All'angolo con via Toledo c'era, a terra, una vecchia imbacuccata con la mano tesa a chiedere l'elemosina.
Ogni tanto un passante lasciava cadere una moneta, che con un gesto veloce la donna faceva sparire sotto le coperte logore.
In piedi, a pochi centimetri da lei, un bambino suonava un organetto, sorridendo a met. Il sorriso era a met perch il resto della faccia, come la gamba e il braccio del lato corrispondente, erano un ammasso informe di carne insanguinata. Ricciardi, che vedeva l'immagine del bambino ogni giorno da una settimana, ricordava l'incidente: una vettura che aveva affrontato la curva a velocit sostenuta di sera tardi, il piccolo mendicante che forse voleva intercettare un ultimo munifico passante e invece aveva intercettato il bolide guidato da un autista miope. Succede, pens Ricciardi.
Il bambino dal mezzo sorriso storto diceva: Buon Natale, buon Natale, signo'. Due soldi per una canzone con l'organetto! Agli occhi dell'anima di Ricciardi sembrava attirare la clientela per la vecchia, dato che ormai a lui non serviva pi nulla. Pens che avrebbe preferito che fosse accaduto il contrario, e che il piccolo stesse ancora suonando l'organetto con le dita deformate dai geloni. Distrattamente, il commissario si pass una mano sulla ferita che si andava rimarginando.
- Ti fa male, eh? Peggio per te. Un'altra volta fai quello che ti si dice e completi la convalescenza, prima di rimetterti in giro a rompere le scatole alla gente onesta, - disse il dottor Modo, lasciandosi cadere a corpo morto sulla poltroncina vicino alla sua.
Il medico tolse il cappello e i guanti, fregandosi le mani per riscaldarle.
- No, non mi fa male: forse mi prude un po'. Sai, il mio medico  veramente bravo, poi io sul momento non ero in grado di ascoltare, quindi mi sono preso il meglio senza dover subire il peggio, cio le sue chiacchiere.
- Ma se mi ami per questo, per la mia brillante conversazione!
Ricciardi fece una smorfia di dolore:
- Tanto da non poter fare a meno di te nemmeno di domenica, come vedi.

Modo cercava di attirare l'attenzione del cameriere:
- La telefonata del tuo scagnozzo, infatti, mi ha molto offeso. Primo, perch hai indebitamente pensato che, nonostante fosse domenica, io mi trovassi in ospedale; secondo, perch avevi ragione.
- Come vedi, Bruno, io sono l'ultimo a potersi ergere a maestro di divertimenti e di uso appropriato del tempo libero. Ma sai quanto sia importante il primo periodo dopo un omicidio per raccogliere gli elementi necessari.
Modo si fece una risata:
- Bella scusa, per non dire che uno non sa che fare di domenica. Non che mi lamenti, sai: ci ottengo un bel pranzo a scrocco, cosa buona e giusta per un povero dottore sottopagato. Tu invece, che dicono sia ricchissimo e tirchio, sei costretto a offrire.
Ricciardi rise a sua volta:
- N ricchissimo, almeno non credo e comunque non  che me ne importi molto, n tirchio. Ma il sottile piacere di pranzare con te  indice di quanto io sia incline a farmi del male. Ordiniamo, va', che si sta facendo tardi e ho un altro appuntamento, in questa lunga domenica lavorativa.
Con la coda dell'occhio, Ricciardi vide accomodarsi il cane non lontano dalla mendicante, in strada. Si accucci lungo il muro, al riparo dal vento e in maniera da non perdere d'occhio l'entrata del caff. Il mantello bianco chiazzato di marrone sembrava pi lucido.
- S, l'ho fatto lavare, - disse Modo, seguendo lo sguardo del commissario. - Una volta che deve entrare in casa mia, non posso fare la figura di prendermi un'infezione, ti pare? Sono pur sempre un medico, in fondo.
- Non l'avrei detto, sai. Alla fine, lo hai adottato. Sei diventato proprietario di un cane.
Modo rise:
- Non lo conosci. Non  un cane di cui si pu essere proprietari: decide lui, con chi vuole stare. E una societ momentanea, la nostra, senza guinzagli, n per lui n per me. Tu non lo sai, mio solitario amico, ma i grandi amori sono cos: senza sbarre e senza catenacci.
Quando ebbero finito, la gente per strada si andava facendo pi rada, anche perch aveva iniziato a cadere una fitta pioggerella gelida. La vecchia mendicante si era alzata con difficolt, riparandosi all'interno di un androne. Ricciardi vedeva il corpo del bambino che, col suo orrendo sorriso, si manteneva asciutto continuando a chiedere due soldi per una canzone che non avrebbe mai pi suonato.
- Bruno, allora, che mi dici dell'autopsia dei due Garofalo? Hai scoperto qualcosa di nuovo?
Modo si stese all'indietro, allungando le gambe sotto il tavolo:
- Ecco che mi devo guadagnare il pranzo, me lo aspettavo. Allora, si tenevano bene, i coniugi. Ben nutriti, buone condizioni generali, nessuna malattia grave. La signora aveva tre denti d'oro, a lui ne mancavano un paio, roba vecchia, niente di che. Al tizio cominciavano a indurirsi un po' le articolazioni, se l'avessero fatto campare, tra quattro o cinque anni magari cominciava a lamentarsi per le anche o le ginocchia. Ma in generale, ti dico, stavano bene.
Ricciardi attendeva:
- Insomma, quando li ho visti io, tanto bene non mi pareva che stessero, a dirti il vero. Sulla loro morte che mi dici?
Modo conferm:
- Infatti, non stavano bene. Sono morti quella stessa mattina, ho fatto delle prove sui tessuti e sugli organi, direi qualche ora prima che li trovassero, forse le otto, le nove. La signora  morta dissanguata in pochi attimi, la carotide non d scampo. Ti ribadisco quello che mi era parso a un primo esame: un unico colpo netto da destra a sinistra. I casi sono due o la lama era affilata o le hanno tenuto ferma la testa mentre tagliavano.
Ricciardi era molto attento:
- Non hai trovato segni di colluttazione sul corpo? Che so, lividi anche piccoli, ecchimosi...
- No, assolutamente. E la prima cosa che vado a cercare, lo sai. Nessun segno, la donna non se lo aspettava.

- E' stato un destro o un mancino?
Modo si strinse nelle spalle:
- Non si pu dire. Bisognerebbe sapere se il colpo  stato inferto di fronte, come io credo, o di spalle. Il taglio va dalla sinistra verso destra, dal punto di vista della vittima. Ma non ci sono segni di lotta. La donna non ha opposto alcuna resistenza.
Ricciardi rivide con gli occhi della mente la Garofalo che, sorridendo e spargendo sangue dalla terribile ferita, chiedeva: Cappello e guanti?, con grazia e cortesia. Di fronte, direi, pens. Di fronte.
- E per quanto riguarda il marito, che mi dici, Bruno? Tutte quelle coltellate, come mai?
- Questo lo devi chiedere all'assassino, o meglio agli assassini, perch per me, e te l'ho detto in sede di primo incontro, c'era pi di una mano. Il colpo mortale  stato il primo, diritto al cuore. Sarebbe bastato quello. Mentre stava morendo, questione di qualche secondo, ha avuto almeno altre cinque coltellate, fra costato e addome. Te lo posso dire per certo, perch le ferite hanno sanguinato anche se per poco, il cuore non si era fermato. Le altre ventisei... dico: ventisei... sul corpo gi morto.
Ricciardi memorizz l'informazione, ricordando Garofalo seduto in mezzo al proprio sangue che asseriva di non dovere niente a nessuno.
- E confermi che per te si tratta di pi di un assassino.
Il pianista del Gambrinus attacc il pomeriggio con un tango struggente. Una coppia si alz dal tavolino e cominci a ballare.
- S, e ti dico perch: la prima coltellata  un colpo secco, profondo, dato con forza. L'assassino ha prima appoggiato il coltello come a prendere la mira, poi ha affondato lentamente, con sicurezza, arrivando al cuore. Non  una cosa facile, sai: oltre alla determinazione che puoi immaginare, serve una mano veramente forte per non usare lo slancio di una coltellata vibrata dall'alto. Le altre ferite sono pi superficiali, sempre inferte da destra a sinistra.
Ricciardi guard distrattamente i ballerini volteggiare. La donna, a mezza voce, canticchiava rapita:
... terra di sogni e di chimere se una chitarra suona cantano mille capinere hanno la chioma bruna hanno la febbre in cor chi va a cercar fortuna vi trover l'amor...

- E da che concludi, scusa, che ci sia stata un'altra mano? Se il verso  lo stesso...
Modo fece segno di no con la testa:
- E no, caro, fammi finire. Parlo del primo gruppo di ferite. Ce n' pi di una dozzina, poi, che cambiano verso. Date da sinistra a destra, meno profonde ma pi fitte. Un braccio diverso, un'altra forza. E quindi un'altra mano, direi.
Il dottore era certo della propria analisi, e Ricciardi sapeva bene quanto fosse coscienzioso. Il quadro si andava formando.
- Quindi, la tua impressione conclusiva?
Modo intrecci le dita dietro la testa. Segu lo sguardo di Ricciardi, che continuava a osservare i ballerini. La donna seguitava a canticchiare:

... e nell'oscurit ognuno vuol godere son baci di passion l'amor non sa tacere e questa  la canzon di mille capinere...

- La mia impressione conclusiva, come dici tu, mio caro cavaliere delle tenebre detto Ricciardi Dal Bel Sorriso,  che gli omicidi siano partiti da un'idea e poi si siano fatti prendere dalla passione, come la capinera della canzone della bella signorina, che per inciso secondo me  una puttana d'alto bordo. Volevano fare giustizia, un'esecuzione in piena regola, e poi invece hanno partecipato tutti al festino, ognuno col suo coltello o passandosi l'arma. Non si ammazza qualcuno cos per una rapina o per una discussione finita male. Tu e il caro brigadiere Maione, che sta passando una bella domenica di famiglia e rag, almeno lui, dovete cercare un motivo forte di odio. Perch n' servito tanto, di odio, per portare a termine quest'omicidio. La donna no; la donna era un trascurabile ostacolo.
Nella mente di Ricciardi passarono la statuina della Madonna, ripiegata su quella dell'asinello, e i cocci del san Giuseppe. Nella pioggia e nella strada rimasta ormai quasi deserta, il bambino guardava nel vuoto col mezzo sorriso sanguinante, chiedendo due soldi per suonare la sua canzone con l'organetto.
A qualche metro da lui, il cane aspettava accucciato il dottore, col pelo appena mosso dal vento, un orecchio abbassato e uno alzato.
Nella sala il tango si concluse con un ultimo accordo e con un casqu traballante.
Modo disse:
- Mi spetta anche un caff? Fuori, ormai era sera.


24.

Maione aveva atteso che si facesse sera, combattendo una battaglia terribile per non mostrare in casa il proprio stato d'animo.
Quello che Franco Massa gli aveva detto aveva abbattuto in un sol colpo il muro della stanza in cui, nella propria anima, aveva cercato di chiudere il dolore perenne per la morte del figlio; un muro costruito giorno per giorno, mattone per mattone.
Si accorgeva di quanto fosse stato importante per trovare un equilibrio, una rassegnazione, la consapevolezza che il colpevole del delitto fosse stato punito secondo la legge. Maione era un uomo semplice, e sapeva di esserlo: a un'azione doveva corrispondere una reazione. Arrestando quello che credeva essere il colpevole non aveva certo fatto tornare in vita Luca, ma perlomeno aveva sanato l'obbligo che aveva come poliziotto.
Aveva un vago ricordo del periodo del processo. Dapprima non voleva andarci, poi Lucia gli aveva chiesto di farlo, non sentendosela lei stessa: non voleva si pensasse che la famiglia aveva abbandonato il ricordo di Luca. Erano stati giorni alterati, confusi, fatti di veglie notturne e di pensieri annebbiati.
Rammentava l'aula di Castel Capuano, l'odore di legno e polvere, il freddo della sala, gli sguardi senza vista dei busti e delle statue dei grandi avvocati del passato. Rammentava la voce stentorea del pubblico ministero, che chiedeva una condanna esemplare, e il viso bianco, esangue, di quello che allora credeva essere l'assassino di Luca.
Rammentava vagamente la madre, una donna che sembrava molto pi vecchia di quello che era, piangere senza sosta, sostenuta da qualcuno.
E altrettanto vagamente, rivedeva il viso di un ragazzo che non poteva essere pi grande di Luca, al braccio della madre. Pallido, chiaro di carnagione e capelli. Rammentava di aver pensato, e di aver detto a Ricciardi che stette al suo fianco per tutto il tempo, che non capiva come si potesse uccidere un ragazzo che tanto somigliava al proprio stesso fratello. Ricciardi gli aveva risposto che era sempre cos, in fondo.
Quel viso, che a stento emergeva dalla nebbia di ricordi che aveva voluto cancellare, quel viso era il viso dell'assassino di Luca. Oggi lo sapeva. Magari l'avesse saputo allora.
Giocando coi figli, ascoltando la radio, mangiando come ogni domenica, Maione aveva avuto quel tarlo in testa per tutto il tempo. Conviene abituarsi, pens. Fino a quando potr di nuovo cominciare a costruire quel muro. Intanto, si sta facendo tardi: mi invento una scusa con Lucia e raggiungo Bambinella.

Lo trov col suo proverbiale kimono nero a fiori rossi chiuso in vita da un nastro di seta, i lunghi capelli corvini raccolti a coda di cavallo, con un grande pettine di corno a tenerli insieme, e una sottoveste nera col merletto che faceva capolino dalla scollatura. Sul torace e sul viso l'alone nero di una peluria ribelle.
Stava chiudendo in un involto di carta di giornale il cadavere del piccione che la mattina combatteva col vento freddo. Sul viso scendevano calde lacrime, che asciugava con un fazzoletto in cui rumorosamente si soffiava di tanto in tanto il naso.
- Avete visto, brigadie'? E morto. Lo sapevo. Lo vedevo che stava male, quando cominciano a mettere la testa sotto le ali allora stanno morendo. Puveriello!
E si soffi di nuovo il naso, con un rumore di trombone sfiatato.
- E su, Bambine', era un piccione. Fatti forza, che sar mai? Nascono e muoiono i cristiani, nascono e muoiono i piccioni, fattene una ragione.
- Che ci posso fare, brigadie', io ci ho il cuore tenero, gli animalucci mi fanno una cosa dentro, come i bambini. Nessuno li difende. I piccioni morti li seppellisco nel terreno, fuori al terrazzo. Io perch non me li fanno tenere e poi qua ci debbo faticare, se no starei piena di gatti e cani.
- E solo il serraglio ci manca, qua sopra. Senti, scusami se ti sto assillando oggi che  domenica, ma debbo capire se hai saputo qualcosa.
Bambinella si sedette con grazia nella bassa poltroncina di vimini, con le gambe unite e le braccia conserte.
- Brigadie', non mi fate onore cos. E vi pare che se Bambinella si prende un impegno con un amico, poi non lo mantiene?
- Lasciamolo stare, 'sto discorso degli amici. Tu mi di le informazioni, e io in cambio non ti sbatto in galera. Ma ti pare che un poliziotto come me pu avere un amico come te? Andiamo avanti, va', ch a mia moglie ho detto che andavo a fare una passeggiata e devo tornare subito.
Bambinella fece un sorriso furbo e vezzoso:
- Voi dite cos per fare il serio, ma siamo amici e lo sapete. Certo, se volete qualcosa di pi, ricordatevelo, per voi  sempre a grats: sapeste quanti clienti miei quando vengono qua dicono alla moglie che vanno a fare una passeggiata...
Maione finse di prendere un vaso e tirarlo verso il femminiello:
- Una volta di queste ti ciacco, quant' vero Iddio! Non ti permettere, hai capito? E poi, che a grats e a grats, io queste cose non le voglio nemmeno sentire,  chiaro?
Bambinella scosse le spalle con fare infastidito:
- E va bene, pure stasera niente sentimento, non fa niente, tanto prima o poi... No, non vi arrabbiate. Allora, cominciamo dal tizio della milizia portuaria. Com' vero che non tutto  come sembra.
- Che vuoi dire?
- Voglio dire che dietro a tutta la sua rispettabilit, che dice che era uno che non aveva nessuna doppia vita n un'amante, n giocava a carte n niente, in realt era 'nu bellu fetente.
Maione era perplesso:
- Cio, teneva un'amante e giocava a carte? Bambinella rise:
- No, quando mai? Veramente non teneva vizi, quanto a questo. Era assolutamente... come si dice? Serissimo. Come lo vedevate, cos era.
- E allora perch dici che era un fetente?
- E mo' vi spiego: questa compagna mia che lavora nel casino della Torretta, che non  Gilda che avete conosciuto l'altra volta, questa si chiama Concetta ma si fa chiamare Colette come quell'attrice l, come si chiama? Madonna, non mi viene...
Maione fece per prendere di nuovo il vaso.
- E vabbe' brigadie', lo sapete che devo raccontare a modo mio. Insomma, diversi clienti di questa amica mia sono pescatori,  una che tiene sempre fame quindi li accontenta in cambio di qualcosa da mangiare, quando non tiene clienti paganti,  naturale. Insomma, dice che questo Garofalo, da quando era diventato che so, il comandante dei controllori dei pescatori, li minacciava.
Maione cerc di capire:
- In che senso, li minacciava?
- Nel senso che si faceva dare soldi per non sequestrargli le barche. Io non ho capito bene, ma pare che lui poteva, se voleva, pigliarsi le barche. Voi sapete, brigadie', che per un pescatore la barca  tutto; se gliela levano, hanno ammazzato a lui e a tutta la sua famiglia. Embe', questo Garofalo li taglieggiava.
Maione era perplesso:
- Ma se i testimoni dicono che non accettava nemmeno il pesce in regalo, quando glielo portavano a casa. L'hanno detto proprio a me.
Bambinella fece una risatina astuta:
- Proprio cos, me l'ha detto pure la compagnella mia. Dice che era tutto organizzato, lui stesso diceva ai pescatori di portare il pesce a casa e poi li mandava via, per far vedere che non si faceva corrompere. Avete capito, che furbacchione?
- Non ci posso credere. A questo punto, si arriva. E quanti erano i pescatori che taglieggiava?
Bambinella si strinse nelle spalle:
- Ah, questo non me l'ha saputo dire, la mia amica. Per mi ha detto che uno di loro non poteva pagare pi, perch tiene un bambino malato, pare proprio che sta morendo, e ha dovuto pagare le cure, e questo Garofalo gli aveva detto che non se ne fotteva proprio, di trovare i soldi se no gli sequestrava la barca. E che questo pescatore, piangendo davanti a tutti, ha detto che prima di morire il figlio lo faceva morire a lui, gli apriva la pancia col coltello per spanzare il pesce, ha detto.
Maione alz il livello di attenzione:
- Cos, ha detto? Col coltello? E quanto tempo fa?
- Tre o quattro giorni.
- E il nome di questo pescatore, lo sai?
Bambinella annu:
- S, brigadie'. Si chiama Boccia, Aristide Boccia, e sta al Borgo Marinari, sotto Castel dell'Ovo. Ma dice che oltre a lui ce ne stavano almeno altri tre, sotto minaccia.
Maione si accarezz il mento.
- Ho capito. Un'altra pista, allora. Grazie. Bambine'. E, senti, riguardo a quell'altra cosa...
Bambinella sorrise tristemente:
- Quell'altra cosa la so gi, brigadie'. Siete sicuro, di volerla sapere pure voi? Non ci volete pensare un poco? Tra qualche giorno  Natale.
Maione prov un brivido. Si sentiva molto debole, forse stava salendogli un po' di febbre.
- Ci ho gi pensato, credimi. Molto. Quindi, se hai qualche notizia, dammela.
Bambinella sospir, poi disse:
- Candela Biagio, apprendista. Sta a vico Santi Filippo e Giacomo, al numero 22. Dal giorno che... da quel giorno l, da quando il fratello and in galera, pare abbia rotto con tutte le vecchie amicizie, si  sposato e ha avuto due bambini. E mo', come tanti poveri cristi l fuori, star preparando il Natale. Con permesso, brigadie', devo seppellire a questa povera creatura.
E Bambinella, col kimono ondeggiante nel vento, usc sul terrazzo a fare il funerale al piccione defunto.

25.

Mi ricordo quando Angelina  uscita dalla porta del basso, e mi ha raggiunto qui, vicino al mare.
Gli spruzzi arrivavano quasi ai piedi, le barche ormeggiate saltavano. Io guardavo le luci della citt, vicine per l'aria pulita dal vento. Che freddo, Madonna mia. Che freddo.
Mi ha raggiunto perch lo sapeva che me n'ero venuto qua a piangere. Non mi voglio far vedere da lei, e dai bambini. Soprattutto da Vincenzino. Io lo so che mi vede, pure se dorme quasi tutto il tempo. Il dottore l'ultima volta che  venuto me l'ha detto, lui ci vede e ci sente, ma non ha la forza di rispondere.
Non l'avevo vista arrivare, Angelina. Avvolta nello scialle nero, pure sulla testa; mi ha spaventato. Io pensavo alla morte, e lei sembrava proprio la morte, la faccia bianca, gli occhi infossati.
Era una ragazza, Angelina. Solo pochi mesi fa era una ragazza, rideva sempre, riempiva la vita. La risata sua la conoscevano tutti, qua al Borgo. Ma mo' non ride. Non ride pi.
Era una ragazza e si  fatta vecchia tutta in un colpo, con la malattia di Vincenzino. Una vecchia, che sembra la morte.
Si mette in piedi accanto a me, e guarda le luci della citt nell'aria limpida della notte. Devi finire il presepe, mi dice. Tra poco  Natale, e tu devi finire il presepe. Ci piace assai, a Vincenzino, il presepe.
Non abbiamo i soldi, le dico. Non ce li abbiamo per mangiare, per curare a Vincenzino: figurati se ce li abbiamo per il Natale, per il presepe, per i dolci e per tutte queste fesserie. E che freddo, qua fuori. Ma non posso rientrare, perch ancora sto piangendo.

Angelina non trema, guarda le luci. La voce  bassa, ferma. Ma adesso, dice, adesso che ci siamo levati quella zecca da dosso, quel parassita, ce li avremo. Potremo mangiare, e curare Vincenzino come ha detto il dottore.
Sei sicura?, le dico. Sei sicura che non ci sar un altro, al posto di Garofalo, e poi un altro ancora? E che vorr ancora di pi, e di pi? Io non ce la faccio cos, lo sai.
Si gira verso di me e sorride. Il suo sorriso mi fa paura, sembra un teschio, una capa di morto. Non mi ero accorto che si era cos sciupata.
E pu fare la stessa fine, quest'altro, no? Pure lui pu morire affogato nel suo sangue. Ricorda: lui  morto, e Vincenzino ancora respira.
Deve morire per forza qualcuno, insomma. Questo, vuoi dire?
Guarda di nuovo le luci, si stringe nello scialle.
Se ce ne dovesse essere un altro, morir pure lui, dice. Se devo salvare mio figlio, morir pure lui. Per mano mia.

26.

Prima di chiudere la lunga giornata lavorativa che era stata quella domenica, a Ricciardi restava un'ultima cosa da fare. Per cui si avvi a passo svelto per arrivare all'Arco Mirelli prima che fosse troppo tardi. Non conosceva gli orari del convento, nei giorni in cui non c'era scuola; ma voleva provarci, per guadagnare tempo.
La novizia stavolta lo riconobbe, contenta. Ricciardi domand di suor Veronica, e attese fino a quando la suorina torn a prenderlo e gli chiese di seguirlo.
Attraversarono il giardino, in cui il vento non riusciva a imperversare grazie alle alte mura di tufo che lo preservavano dall'esterno. Solo la vicinanza col mare era tradita dal muggito delle onde: per il resto, si trattava di un luogo fuori dal tempo e dallo spazio.
Fu accompagnato in cima a uno scalone di pietra, e lasciato in attesa nei pressi di un grande dipinto raffigurante la Vergine. Era un bellissimo quadro, piuttosto antico ma in ottimo stato di conservazione. Ricciardi ne fu affascinato: i tratti della donna erano delicatissimi ma rendevano un dolore immenso, gli occhi verso un cielo dal quale cadeva una luce fredda. Sulla testa una corona sfavillante, in petto una ferita aperta nella quale si vedeva un cuore nudo, palpitante, trafitto da due spade. Una delle mani della Madonna era rivolta verso l'alto, in una muta, accorata supplica, l'altra indicava il proprio petto e il cuore sofferente.
Con sorpresa Ricciardi sentiva venire voci di bambini e rumore di stoviglie da una stanza vicina. Immaginava il silenzio del convento impegnato nelle funzioni domenicali, e invece pareva una scuola adesso pi di quanto gli fosse sembrato in occasione della prima visita.
Da lontano vide arrivare, nel corridoio, la ridicola figura saltellante e rotonda di suor Veronica, che lo apostrof con la caratteristica voce dal suono di trombetta:
- Che sorpresa, commissario. Come mai da queste parti, di domenica e a quest'ora?
Ricciardi salut la donna, ritrovandosi a toccare con disagio la minuscola mano fredda e umidiccia. Si ripromise di salutare da lontano, la volta dopo.
- Buonasera, sorella. Mi dispiace di disturbare, avevo bisogno di chiedervi qualcosa; ma se avete da fare, posso tornare.
Suor Veronica gett uno sguardo al corridoio, dal quale veniva l'eco degli schiamazzi dei bambini. Sul faccione arrossato si apr un sorriso soddisfatto.
- Noi la domenica facciamo entrare i bambini poveri dei dintorni, per lo pi figli di pescatori e operai. Gli diamo da mangiare, li teniamo al caldo, li facciamo giocare un po'. Non sono gli stessi bambini della scuola,  un'opera di bene dell'istituto. In questi giorni, poi, che sta per arrivare il Natale, per molti di loro non ci sono le stesse fortune dei bambini ricchi, i dolci, i doni, il presepe. E noi cerchiamo di mettere riparo a questa disparit, tutto qui.
Ricciardi annu:
- Vi fa onore. Volevo sapere prima di tutto come sta la bambina, vostra nipote.
Suor Veronica sospir, rivolgendo uno sguardo fugace al quadro della Vergine:
- Che vi devo dire, commissario: non chiede, non dice niente. E' una bambina sensibile e riservata. Io sto con lei per tutto il tempo, la vedo dormire, non fa sonni agitati, almeno per ora. Penso che non si sia resa conto, ancora, di quello che  successo.
Ricciardi comprendeva, una reazione usuale.
- E voi, sorella? Come state?
- Cerco di cacciare la rabbia dal cuore. Cerco di non pensare a mia sorella, a quanto fosse dolce, ai nostri anni dell'infanzia, a quanto fossimo unite. Cerco di non odiare chi ha fatto questa cosa. Noi non possiamo odiare, sapete? Se Lei, - disse, accennando col capo alla Vergine del dipinto, - non ha odiato l'umanit che Le ha messo in croce il Figlio, e anzi ha interceduto presso di Lui per tutti noi, allora chi siamo noi per odiarci l'un l'altro?
Ricciardi si sent combattuto fra opposti sentimenti, come ogni volta che si trovava di fronte alla logica inflessibile della fede. Da un lato provava invidia per la capacit di controllare le proprie emozioni, dall'altra avvertiva il disagio per l'assenza di sentimenti umani, ancorch negativi, come il desiderio di vendetta e la rabbia.
- Mia sorella e suo marito, - stava dicendo suor Veronica, - sono tornati alla casa del Padre. Chi ha fatto questa cosa deve pagare, e pagher nel giudizio che lo aspetta; non solo in questa terra. Odiare, non vale la pena.
- Capisco, sorella. Noi per dobbiamo continuare la nostra indagine. Vi ho chiesto, quando ci siamo incontrati l'altra volta, se vostra sorella o vostro cognato vi avevano fatto qualche confidenza, in merito a minacce ricevute o altro.
Suor Veronica ricordava benissimo. Rispose col tono squillante che aveva, amplificato dall'eco del corridoio:
- E io vi dissi che no, non avevo ricevuto nessuna confidenza. Ci ho pensato ancora, ieri e oggi, ma non mi viene in mente proprio niente.
Ricciardi chiar meglio il motivo della sua presenza:
- Infatti. Per volevo chiedervi, sorella, se solo per un attimo potrei, davanti a voi naturalmente, domandare alla bambina se ricorda qualcosa o qualcuno.
Suor Veronica fece una buffa smorfia:
- Commissario, non so se...
Mentre stava parlando si apr una porta e un bimbetto piccolo e veloce pass alle sue spalle, dicendo:
- Suor Vero', mi scappa.
Senza guardare, la suora allung la mano e gherm l'orecchio del bambino, costringendolo a una brusca e dolorosa frenata; a Ricciardi ricord un rettile dalla lingua prensile che cattura un insetto al volo.
- Ma prima, davanti al quadro della Madonna, che devi fare?
Il bambino cadde in ginocchio, e si fece un frettoloso segno della croce. La suora, che non aveva mollato la presa, insistette:
- Le immagini sacre si chiamano cos perch sono sacre, ve l'ho spiegato mille volte. Quando ne incontrate una, in chiesa o per strada, vi dovete fermare e dovete segnarvi, magari facendo anche una piccola preghiera. Come si dice? Ave Maria, gratia plena...
Il bambino complet d'un fiato la preghiera, si segn di nuovo e fu finalmente liberato, potendosi fiondare lungo il corridoio verso il bagno.
Suor Veronica sorrise:
- Sono come bestioline, ma sono anime innocenti. Va bene, commissario: vado a chiamare Benedetta. Per mi raccomando, solo due minuti.
La bambina somigliava alla zia pi che alla madre e al padre, pens Ricciardi appena vide avanzare nel corridoio la suora con la nipote. La stessa andatura saltellante, la stessa faccia tonda e arrossata. Il commissario invidi alla piccola la capacit di tenere la mano perennemente sudaticcia di suor Veronica senza ribrezzo, lui non ce l'avrebbe mai fatta.
La bambina aveva un'espressione seria e compunta, che stonava con l'et e con uno sbaffo di colore sul grembiulino che portava. Ricciardi attese che si rialzasse dopo il prescritto saluto in ginocchio all'immagine della Vergine.
- Buonasera, Benedetta. Io sono... un amico della zia, e ti volevo chiedere qualcosa.
La piccola fece un accenno di riverenza, tenendosi l'orlo del grembiule con grazia:
- Buonasera, signore. Ditemi pure, prego: la zia mi ha detto di rispondere a ogni vostra domanda.
Ricciardi fu sollevato dal fatto che la voce della bambina fosse normale e non penetrante quanto quella della zia.
- Negli ultimi giorni hai sentito il tuo pap e la tua mamma discutere per qualcosa? Li hai visti preoccupati, agitati?
` La bambina riflett con attenzione, poi fece cenno di no con la testa:
- No, signore. Il pap e la mamma stanno bene, grazie. Ogni volta che pap torna a casa, la mamma e io lo baciamo e ci mettiamo subito a tavola; poi lui sente la radio e legge il giornale, mentre la mamma ricama e io disegno, poi andiamo tutti a dormire.
Ricciardi concord:
- Certo, certo. E non  per caso capitato, sempre che ti ricordi, che sia venuto qualcuno a fare visita ai tuoi? Qualcuno di insolito, che non si era mai visto prima?
La bambina corrug la fronte, nello sforzo di ricordare. A Ricciardi venne in mente l'immagine della signora Costanza Garofalo, che sorrideva sgozzata, e prov una punta di dolore per quella madre che non avrebbe visto crescere la figlia.
- Un po' di tempo fa, ma non vi saprei dire quando, sono venuti un signore e una signora vestita di nero. Mentre pap leggeva il giornale, avevamo gi mangiato. Non mi piacevano. Parlavano ad alta voce, e pure pap parlava ad alta voce: la zia non vuole, che si parla ad alta voce. Vero, zia?
Suor Veronica accenn di s, accarezzando il capo alla nipote. Ricciardi, che si chiese incidentalmente come facesse suor Veronica a sostenere le ragioni del sussurro con la voce che si ritrovava, ritenne che fosse il caso di insistere:
- E ti ricordi niente, di quei due? Com'erano vestiti, qualcosa di caratteristico? Perch non ti piacevano?
La bambina disse:
- La signora aveva uno scialle nero sulla testa. E non mi piacevano perch puzzavano. Puzzavano di pesce.


27.

Esistono persone che sono molto diverse da come ci si aspetterebbe a giudicare dal loro aspetto. Sottili e timide signorine che, sul palcoscenico, sviluppano voce e aggressivit degne di leonesse; corpulenti signori che volteggiano leggeri sulle note di valzer e tanghi; rozzi e maleducati giovinastri che, con un pennello in mano, sono in grado di fornire i pi delicati arabeschi e i pi gentili paesaggi.
Maione, per esempio, si appostava.
Non lo si sarebbe mai detto, grande e grosso com'era, sgraziato e rumoroso, con la voce profonda che rimbombava al chiuso e la risata forte e metallica come una latta vuota che rotola sulle scale. Eppure aveva questo talento, di cui faceva un uso costante e discreto.
Forse era la conoscenza e l'empatia che aveva con la citt; forse altrove non sarebbe stato in grado di scomparire letteralmente, confondendosi con uno sfondo sempre cangiante, vario, in perenne movimento. Ma qui ci riusciva, eccome se ci riusciva.
Aveva il suo metodo. Arrivava presto, gironzolava per il posto; si guardava attorno, riconosceva anfratti, rientranze, zone d'ombra e di luce. Percorreva con lo sguardo i muri, assimilandone le trame. Annusava l'aria, per individuare le vie del vento e delle correnti.
Sceglieva il bersaglio, quello che voleva vedere, e ne cercava la migliore angolazione, il punto di vista che desiderava. Assimilava l'anima del luogo. Era come una nota con la quale sintonizzarsi per scomparire in essa.
Non era una cosa che si poteva spiegare a parole: si trattava quasi di un istinto, simile all'orecchio musicale, quello che intuitivamente porta qualcuno che non sa leggere o scrivere a suonare una complicata melodia con uno strumento che non ha mai tenuto in mano. Un prodigio connaturato che il brigadiere aveva affinato ulteriormente con la tecnica professionale, con un innato spirito di osservazione e con anni e anni di esperienza.
Cos era diventato in grado di seguire per chilometri un sospettato all'interno della citt, anche in zone pressoch deserte, senza che questi ne avesse il bench minimo sentore. Conoscendo ogni meandro e vicolo, servendosi di scorciatoie sconosciute ai pi, riusciva perfino a tallonare a piedi persone fornite di mezzi di locomozione, senza essere mai distanziato. Una volta, anzich inseguire un rapinatore che fuggiva a bordo di una carrozza, avendo intuito dall'accento dove fosse diretto si era fatto trovare li, e senza nemmeno essere sudato.
Pi di tutto, per, gli riuscivano gli appostamenti. Si confondeva con l'ombra di un androne, nella folla di un caff, nel buio di un cinematografo, divenendo a tutti gli effetti invisibile: e guardava per ore quello che succedeva in una casa, in un locale, compresi i pensieri che passavano sul volto e nel cuore di chi aveva deciso di osservare.
Motivo per cui quel giorno era arrivato prestissimo a vico Santi Filippo e Giacomo, nei pressi di San Gregorio Armeno.
Aveva detto a Lucia che doveva sbrigare del lavoro importante; la moglie era abituata agli orari antelucani del marito nel periodo caldo di un'indagine, e lui le aveva raccontato della coppia uccisa a Mergellina. Per un'intonazione lievemente falsa l'aveva sentita, Lucia. Niente di particolare, un'esitazione, una parola insolita; ma qualcosa aveva sentito. Nulla che non fosse scacciabile dai pensieri come una mosca fastidiosa, con tutto quello che c'era da fare per preparare il Natale di una famiglia con cinque figli. E presto non ci aveva pensato pi, limitandosi ad anticipare di un'ora il surrogato migliore possibile per consentire al marito di uscire che era ancora notte.
Non c'era un posto in citt in cui era pi Natale che a San Gregorio Armeno. Era la via dei figurari, quegli artigiani che operavano sulla linea di confine coi veri artisti preparando le statuine in terracotta che venivano utilizzate per i presepi. Ce n'erano di tutti i tipi: da quelli che ci mettevano mesi per fare una sola testa e due mani - che, opportunamente vestite sul corpo di fil di ferro e stoppa da un abito confezionato dai migliori sarti, avrebbero completato, in modo indistinguibile dall'originale, i presepi pi antichi - a quelli che producevano con gli stampi decine di pastori in terracotta al giorno, tutti uguali nella forma ma diversi nei colori della pittura frettolosa, un soldo l'uno, per la felicit dei bambini pi poveri.
Quegli artigiani non potevano saperlo, e infatti non lo sapevano: ma la tradizione di quella strada affondava le radici nelle nebbie dell'antichit. Era il luogo in cui, quando il mondo era molto pi giovane, venivano costruite statuette in terracotta celebrative di Cerere, dea dell'abbondanza alla quale era stato eretto un celebre tempio: e quelle statuette erano un ricordo apprezzato e benvoluto di un lungo pellegrinaggio, e partivano per tutto il mondo nei sacchi dei fedeli che tornavano alle proprie campagne.
Su quel tempio da pi di mille anni era sorta una chiesa, e poi un'altra. Napoli era sempre stata una citt sedimentaria; che proponeva uno strato per ogni epoca mantenendo il genius loci. L'operosit natalizia di quella strada, comunque, faceva molto comodo a Maione, con l'andirivieni di lavoranti e fornitori in piena attivit quando ancora il sole chiedeva tempo per sorgere, e di qualche antiquario furtivo che attendeva l'apertura delle botteghe migliori per acquistare pezzi di pregevole fattura, da rivendere per antichi nel proprio ricercato negozio di Chiaia. Pi movimento c'era, maggiori erano le possibilit di passare inosservato.
I numeri civici, 12, 16, 20. Arriv in prossimit del 22 proprio mentre si apriva il portone in legno, per lasciare uscire qualcuno.
Maione si ritir nell'ombra, velocemente e senza far rumore. Il muro del palazzo di fronte aveva una rientranza provvidenziale, che creava un angolo buio dal quale era possibile guardare la strada senza essere visti.
Il qualcuno che usciva dal portone era un giovane, poco pi che un ragazzo. Il berretto calzato a fondo lasciava libera qualche ciocca di capelli chiari, il soprabito striminzito a stento copriva le gambe. Il giovane fece qualche passo, poi si ferm e guard in alto: da un balconcino al primo piano si affacci una donna bruna avvolta in una coperta, con qualcosa tra le braccia. Il giovane salut agitando la mano, la donna rispose con un cenno. Dal fagotto usc rapido un braccino, e si sent una voce:
- Pap, pap!
La madre, sorridendo, sistem il piccolo al caldo, sotto la coperta, mentre il ragazzo in strada rise e mand un bacio con la mano.
Quella mano, pens Maione, ha ucciso mio figlio.

Rosa Vaglio si guardava la mano sinistra. Tremava.
Se n'era accorta un po' di tempo prima, non molto per la verit; questione di mesi. E subito si era ricordata che suo padre aveva avuto lo stesso problema. Era andata a trovare la sua famiglia di origine, dopo qualche anno che era a servizio dai baroni di Malomonte; aveva chiesto il permesso, ci voleva un giorno di cammino per arrivare nel borgo dov'era nata. La baronessa voleva che l'accompagnasse il fattore col carro, ma lei non lo aveva consentito. Era giovane, allora. Si sentiva di arrivare a piedi in cima al mondo. Ora si stancava pure ad arrivare alle bancarelle di frutta e verdura nella piazza di Capodimonte.
Aveva ritrovato i suoi molto diversi da come li aveva lasciati: erano sicuramente maggiori i danni dell'et che i benefici dei soldi che gli mandava, mese dopo mese. Degli undici fratelli ne erano rimasti tre, gli altri partiti per cercare fortuna, o morti.
Il padre aveva quel tremito della mano, come se perennemente avesse voluto dire: mamma mia, che meraviglia. Negli occhi invece c'era smarrimento, come una muta richiesta di aiuto.
Quando part si era sentita sollevata: aveva promesso di tornare presto, e invece non era tornata mai pi. Del padre aveva saputo che era morto qualche anno dopo.

E adesso guardava il tremito della propria mano: leggero, appena evidente. Ancora non somigliava a quello del padre, per come se lo ricordava; ma c'era, e andava crescendo, un po' alla volta, come l'erba cattiva.
Era un segnale, come molti altri: il mal di schiena, la fatica ad abbassarsi e a rialzarsi, la necessit degli occhiali per qualsiasi cosa di fino dovesse fare.
Una vecchia sono diventata, si disse. Una inutile, triste vecchia. Il corpo sta smettendo di funzionare, le cose che riuscivo a fare prima non le so fare pi.
La memoria invece funzionava ancora, quella s: e le idee erano chiare, chiarissime.
Una pi di tutte: il signorino doveva sistemarsi. Non poteva pensare di lasciarlo solo, in balia dei suoi fantasmi, delle sue incomprensibili tristezze, di un abisso di solitudine dal quale non sembrava intenzionato a uscire. Sapeva, Rosa, che la donna giusta avrebbe portato il sorriso su quel volto. Se lo sentiva. Sarebbero bastati il calore di una casa, le responsabilit di una famiglia, e Luigi Alfredo avrebbe ripreso in pugno la sua vita, la sua condizione sociale, l'amministrazione dei suoi beni: tutte cose alle quali aveva sempre girato le spalle.
E lei la donna giusta l'aveva individuata, anche se aveva il difetto di essere ancora pi timida e ritrosa di lui. Certo non poteva voler lasciare il campo libero a quella smorfiosa forestiera con l'autista.
Si prese una mano con l'altra, Rosa, per tenerla ferma. Non ancora, pens. Ho da fare. Devo aiutare il destino: quello che non succede per conto suo, lo devo far succedere io.
Per mano mia.

28.

Il Natale  caldo.
Dalle finestre delle case di via Toledo e di Chiaia arriva la luce delle candele, il suono delle risate. A guardare dentro si possono intravedere facce allegre, guance rosse di vino e di spumante, anche se manca ancora qualche giorno. C' aspettativa, un senso di sospensione. Ci sar una festa, e tutti saranno felici.
Il Natale  freddo.
Il vento ulula per le strade dei nuovi quartieri, dove nelle baracche ci si stringe uno addosso all'altro per trovare riparo e calore. Ad ascoltare bene si sente piangere un bambino, ma il pianto  sempre pi debole per il freddo e per la fame. Chiss chi di loro passer l'inverno. Chiss chi di loro respirer ancora, a gennaio.
Il Natale  caldo.
Le mamme sorridono accarezzando la testa ai figli, decidendo se li vestiranno da marinaretti come l'anno precedente o se ormai sono abbastanza grandi per fare la fotografia con tutti i parenti, la sera della vigilia, con la prima giacca e la cravatta, il volto serio sotto una pettinatura perfetta.
Il Natale  freddo.
L'uomo torna a casa con un pezzo di pane, l'unica cosa che ha trovato dopo una giornata passata a cercare un posto in qualche cantiere. Lo ha rubato da un carretto, ha corso per un'ora. Ha sei bocche che lo aspettano, e ha fame anche lui. Si ferma, si siede a terra e ne mangia un po'. Piange nel vento.

xxx
se per addormentarsi, poi disse quello che gli aveva raccontato Bambinella.
- E tutto quadrerebbe, commissa'. I visitatori che puzzavano di pesce, il san Giuseppe rotto che rappresenta il lavoratore padre di famiglia, le due persone che accoltellano Garofalo.
Ricciardi guardava pensoso fuori dalla finestra la piazza che cominciava pian piano a popolarsi. La lastra, appannata per la differenza di temperatura fra esterno e interno, tremava sotto i colpi del vento.
- Dici bene, quadrerebbe. Il che non significa che sia vero, per. Prima di tutto dobbiamo capire che fa questo Lomunno, il miliziano che Garofalo ha fatto licenziare. E il fatto che una coppia che puzzava di pesce sia andata a discutere con Garofalo non vuol dire che poi sia andata a uccidere lui e sua moglie.
Maione annu:
- Ah, certo. Tutte le ipotesi vanno verificate, come sempre. Per, commissa', e questo  un fatto, adesso le piste sono almeno due: Lomunno e il pescatore, Boccia Aristide; e magari altri ancora, se i ricatti erano pi di uno. Certo che l'integerrimo defunto poi tanto integerrimo non era.
Ricciardi continuava a guardare fuori:
- La cosa pi difficile, Raffae',  capire la passione. Che cosa porta una o pi persone, che magari hanno figli, parenti, amici, un lavoro difficile e faticoso, a pensare: adesso preparo un coltello affilato, vado a casa di Garofalo e lo ammazzo, con la moglie.
Maione taceva, gli occhi bassi. Ricciardi continu:
- Ci vuole una rabbia immensa, credo. O una grande disperazione. Comunque sofferenza, dolore. Per decidere di uccidere qualcuno a freddo, senza l'accesso di follia di una lite o di una discussione, devi essere certo di non avere alternative.
Maione sollev lo sguardo:
- Proprio cos, commissa'. Una cosa  ammazzare uno quando te lo trovi davanti, una cosa  decidere e poi andarlo ad `ammazzare. Devi essere per forza disperato. Non devi avere alternative.
Dalla finestra venne un prolungato suono di trombe: qualcosa ostruiva il traffico. Ricciardi sospir e si alz:
- Andiamo a vederla in faccia, questa disperazione.

29.

Verranno, lo so che verranno. E allora?
Sono anni che li aspetto, se ci penso. Da allora.
Avrei dovuto farlo allora. Avrei dovuto fare in modo che il sole non calasse sulla mia vergogna, il sole di quello stesso giorno. Avrei dovuto spegnere quella voce falsa, tagliare quella gola da cui sono uscite quelle malvagit.
Verranno, e mi chiederanno il perch. E io gli dir che tra fare o sognare una stessa cosa non c' differenza.
E se non c' differenza, io l'ho fatta mille volte questa cosa. Mille volte ho sparso il sangue, mille volte l'ho visto sprizzare dalle cento ferite, mille volte ho affondato il coltello.
Verranno, e vorranno sapere. Io gli dir che la mia mente non si  mai mossa da l, da dove vedevo la mia vita scappare verso il nulla. Che sono morto anch'io, nel volo del mio angelo.
Verranno, e io dovr nascondere le mille volte che ho sognato che accadesse.
Per mano mia.

30.

Enrica sbatt le palpebre, appena fuori del portone: il vento era forte e freddo.
Gli occhiali le si erano appannati, dovette toglierli per ripulire le lenti; quando li rimise, uscendo dal mondo dai contorni indistinti della sua miopia, si ritrov davanti una Rosa che teneva il cappello con la destra mentre con la sinistra serrava una sporta semivuota.
L'espressione dell'anziana era determinata: labbra strette, occhi socchiusi, mascella in fuori. Non si ammettevano repliche.
- Signori', fatemi il favore: accompagnatemi a comprare un poco di cose per il pranzo di Natale. Sono vecchia, ho bisogno di aiuto.
La giovane non ebbe nemmeno il tempo di guardarsi attorno, perch fu ghermita per il braccio e trascinata in strada.

Ricciardi e Maione arrivarono nel vicolo dietro San Giovanni a Mare corrispondente all'indirizzo che avevano ricevuto in caserma.
Maione rilesse il bigliettino per l'ennesima volta:
- Proprio qua, commissa'. Mi pare strano, ma  proprio qua.
Per certi versi, il posto era inquietante. Svoltato un angolo, i due poliziotti erano letteralmente usciti dal Natale per entrare in una terra di nessuno fatta di squallore e miseria.
I simboli della festa, anche quelli pi poveri, erano spariti. Davanti a loro si apriva una strada sterrata, fiancheggiata da baracche costruite approssimativamente con pezzi di legno e lamiere arrugginite. Alcuni bambini laceri giocavano seduti a terra nella fanghiglia di rigagnoli alimentati dall'assenza di fogne. L'unico rumore, a parte il vento, veniva da un'imposta che sbatteva sullo stipite, a intervalli regolari.
Si avvicinarono al pi grande dei bambini:
- Guaglio', sai per caso Lomunno, un certo Lomunno, dove abita?
Il bambino si alz, fece qualche metro e indic la porta di una delle baracche. Rimase fermo, col braccio sollevato come un manichino.
Maione batt alla porta. Dopo qualche attimo apr un uomo. Con un coltellaccio in mano.
Il brigadiere fece istintivamente un passo indietro, portando la mano alla fondina.
Ricciardi gli afferr il braccio.
- Tranquillo, stai tranquillo. Non poteva sapere chi fosse. Siete Lomunno Antonio, voi?
L'uomo guard entrambi, poi il coltello che aveva in mano, come se fosse la prima volta che lo vedeva.
- S, sono io. Scusatemi, stavo facendo un lavoro in casa. Voi siete...
Maione aveva ripreso il controllo, ma continuava a tenere d'occhio la lama:
- Brigadiere Maione e commissario Ricciardi, della squadra mobile. Vi dobbiamo fare qualche domanda. Possiamo entrare?

Rosa fissava Enrica a muso duro, al di l del tavolino del piccolo caff vicino a casa in cui l'aveva portata quasi a viva forza.
Dopo un lungo, imbarazzante silenzio, in cui la ragazza aveva continuato a guardarsi le mani incrociate in grembo, la tata disse:
- E allora, signori': si pu sapere, che  successo? Enrica sbatt le palpebre, sollevando lo sguardo sulla donna:
- In che senso, signora? Non  successo niente. Io...
Rosa non era intenzionata a mollare l'osso:
- Scusatemi, ma qualcosa  successo, per forza. L'ultima volta siete venuta a casa, abbiamo parlato, mi pareva che ci fosse da parte vostra un interesse per il mio signorino, e sicuramente pure da parte sua. Poi c' stato l'incidente, voi siete pure venuta in ospedale, mi ricordo la paura, il terrore negli occhi vostri. E poi, quando grazie a Dio si  scoperto che non era niente di grave, invece di venire a salutarlo siete sparita dalla circalazione.
Enrica tent una debole protesta:
- No, non  che sono sparita;  che ci sono state tante cose da fare, il Natale che sta arrivando, il mio nipotino...
Rosa spazz via le eccezioni con un gesto sbrigativo della mano:
- Signori', abbiate pazienza, non le venite a dire a me, queste cose. Voi a un uomo potete fare fesso, non a un'altra donna. Tenete pure la finestra chiusa la sera, quel poveretto si affaccia e nemmeno pi il bene di un vostro saluto, riesce ad avere. E soffre, io lo vedo soffrire. Allora voglio capire: se vi siete semplicemente stancata, se non avete pi l'interesse, me lo dite e amiche come prima.
La ragazza salt come una molla:
- Ma che dite? Come potete pensare una cosa del genere? Vi credete che io sia una di quelle che vanno al vento, come una bandiera?
Rosa si appoggi allo schienale, finalmente soddisfatta:
- No, non lo credo. E perci mi sono meravigliata. Allora, adesso ditemi che  successo veramente.
- Mentirei, se vi dicessi che non so perch siete qui.


L'interno della baracca rifletteva l'aspetto esterno e parlava di una terribile indigenza. Una bambina di poco pi di dieci anni li aveva salutati con un inchino, riprendendo poi a rimescolare in una pentola che bolliva sul fuoco. Un pesante olezzo di cavolfiore non lasciava dubbi su cosa ci fosse in cottura.
Seduto a terra vicino al tavolo c'era un bambino pi piccolo, infagottato in un maglione di parecchie misure pi grande della sua. Il muco cristallizzato sul labbro superiore raccontava di una trascuratezza che stringeva il cuore.
L'uomo si era seduto al tavolo, senza accennare a offrire di sedersi ai due poliziotti, che rimasero in piedi. Lomunno si era rimesso a intagliare un pezzo di legno, dal quale stava tirando fuori con una certa perizia quello che sembrava essere un cavallo. Alle sue spalle, su un tavolaccio, andava prendendo forma un presepe artigianale che integrava alcuni pastori di buona fattura. L'uomo segu lo sguardo del commissario:
- Il presepe. Chiss perch i creditori non hanno messo le loro manacce sui pastori del presepe. Qualcuno si  perduto, e io lo sto rifacendo, costruendolo personalmente, vedete. Questo  il cavallo di Melchiorre, uno dei re Magi. Il presepe  il Natale, quando ci sono i bambini. Si pu fare a meno della mamma, ma non del presepe.
Fece una risata lugubre, e l'odore di vino rancido del fiato arriv fino a Maione. Il brigadiere osserv che la bambina rivolgeva uno sguardo al padre, privo di ogni espressione.
Ricciardi disse:
- Se sapete perch siamo qui, Lomunno, allora diteci quello che vogliamo sapere.
L'uomo fiss Ricciardi a lungo. Poi abbass lo sguardo sul cavallo di legno che andava prendendo forma sotto il coltello.
- Un giorno vado in ufficio: ero tenuto in considerazione, apprezzato. Un fedele iscritto al partito, un volontario della prima ora. Facevo il mestiere che amavo fare, tutti mi stimavano; o meglio, credevo che fosse cos. E nel mio ufficio trovo il mio superiore, con due guardie e un uomo in borghese. Quest'uomo si fa avanti e mi dice: siete un corrotto. Poi mette la mano nella giacca, e prende i miei soldi. I soldi messi da parte in una vita, un po' alla volta, nascondendo in casa gli aumenti e le gratifiche, per poter un giorno dare a mia moglie quello che aveva sempre desiderato: una casa.
Fuori ci fu uno strido di gabbiano, basso, appena sopra la baracca.
- C'era una sola persona, alla quale avevo confidato questo piccolo, inutile segreto. Una sola persona, che sapeva che quel giorno sarei andato a ritirare i soldi dai miei zii, che partivano per l'America. Cercai di spiegarlo, ma non mi lasciarono nemmeno parlare. Caff, dicevano. Caff e sigarette. Hai preso soldi per lasciar sbarcare la merce ai contrabbandieri. Abbiamo i testimoni.
Ricciardi chiese:
- E questi testimoni? Non vi misero a confronto?
Lomunno gett la testa all'indietro e rise, con un suono lugubre. La figlia rivolse un altro sguardo inespressivo al padre, e riprese a rimestare nella pentola.
- Non sapete come funziona, allora. La milizia, la polizia politica, la polizia segreta. Quelli non fanno processi: promettono l'impunit a chi testimonia, e chi s' visto s' visto. Lomunno va in galera, l'infame viene promosso. Uno perde, l'altro vince. Fino al prossimo giro: ma non c' nessun prossimo giro.
Ricciardi non aveva smesso di fissarlo, gli occhi che brillavano nella penombra. La puzza del cavolfiore e della sporcizia era insopportabile.
- Davvero? A me pare che il giro successivo ci sia stato, invece; e che Garofalo, ora come ora, stia peggio di voi.
Lomunno piant con violenza il coltello sul tavolo, con un suono sordo. Maione fece un passo avanti, con la mano sul calcio della pistola. La bambina non smise di mescolare.
- Credete? Credete davvero, commissa'? Ma guardatevi attorno, che cosa vedete? Un pover'uomo inutile, disonorato, che vive dell'elemosina degli amici di una volta, che si vergognano di non averlo difeso quando c'era da difenderlo. Due bambini diventati vecchi, sballottati da un vicino all'altro finch il padre non  uscito di galera, perch la madre ha deciso un bel giorno di preferire la morte all'attesa. E voi credete di poter dire chi sta peggio e chi sta meglio?
Ricciardi non cambi tono:
- C' una bambina che non ha pi genitori. C' una donna innocente morta ammazzata, e anche un uomo che  stato trucidato nel suo letto. Noi siamo la polizia, e dobbiamo scoprire chi  stato. E allora torniamo al motivo per cui siamo qui: siete stato voi?
Cadde il silenzio. La bambina smise di mescolare, raccolse il fratellino in braccio e scapp fuori. Lomunno si mise le mani in faccia, e rimase cos. Dopo un po' le tolse e rispose:
- S, l'ho fatto. Cento volte al giorno, nella mia cella in carcere: nei modi pi atroci, solo lui, non la moglie e non la figlia, che ho visto nascere e che non c'entrava niente. E poi cento volte di pi, quando ho saputo che mia moglie si era uccisa, e a me mancavano ancora sei mesi e non sapevo che fine avrebbero fatto i miei figli. E cento volte ancora quando mi sono ritrovato a portarli in questa baracca: dormendogli addosso per difenderli dalla bronchite, rimanendo sveglio tutta la notte per difenderli dai topi. L'ho fatto, s. Se poi mi chiedete se l'ho fatto fuori dalla mia mente, no, non l'ho fatto. Fosse stata viva mia moglie, avessi avuto qualcuno a cui lasciare i bambini, forse avrei salito quelle scale, e avrei usato questo stesso coltello. Ma in queste condizioni, tanto valeva uccidere prima loro, e poi andare a Mergellina.
I gabbiani urlarono di nuovo.
Maione si riscosse:
- Lomunno, scusate: come campate, voi, adesso?
- Giorno per giorno, brigadie'. Non so fare niente, ho fatto solo il funzionario al porto, e poi il miliziano. Un po' mi aiutano, ve l'ho detto, i vecchi camerati, di nascosto l'uno dall'altro. Vengono qua di notte, in borghese, si guardano attorno quando arrivano e quando se ne vanno; hanno paura, e io non gli so dare torto, ci vuole poco a essere presi per complici. E da qualche giorno sto cominciando a guardare un poco di contabilit a certe imprese del porto; a nome di altri, naturalmente. E ho avuto un po' di soldi, che per una volta ho deciso di non andare a buttare in osteria, ma per far ricordare ai miei figli qualche sapore del Natale.
- Lomu', noi ve lo dobbiamo chiedere: dove stavate voi, la mattina del giorno i8 dalle sette all'una? L'uomo alz lo sguardo su Maione:
A cercare lavoro, brigadie'. A cercare lavoro disperatamente, in giro per questa citt. La mattina sono stato nel porto, qualche uscio sbattuto in faccia, qualche altro chiuso educatamente, altri ancora con uno spiraglio. Vi posso dare qualche indirizzo, ma ogni volta cinque minuti: niente che non mi permettesse, teoricamente, ve lo dico io a voi prima che me lo dite voi a me, di andare un momento ad ammazzare Garofalo e la moglie. Ho fatto il poliziotto, in un certo senso. Lo so, come si ragiona.
Poi fece un passo avanti e mise la mano sul braccio di Maione:
- Brigadie', ascoltatemi: non sono stato io. Avrei voluto, forse avrei anche dovuto. E ho dolore per la moglie e la bambina, ma l'unica cosa che mi dispiace  che quel bastardo non sia morto per mano mia. Ma la vendetta, per chi tiene i figli,  costosa: costosa assai. Io non me la posso permettere.

31.

Quando arriv a raccontare della promessa fatta alla Madonna di Pompei, Enrica pens che stava mettendo la parola fine sull'apprezzamento di Rosa nei suoi confronti. Una donna di quell'et, pens la ragazza, non poteva che ritenere definitivamente vincolante una cosa sacra come quella.
Ma Rosa, una volta di pi, la sorprese:
- Secondo me, questa promessa non vale, - sentenzi. - Come sarebbe, non vale? Rosa cont sulle dita:
- Primo, voi non sapevate quali erano le condizioni del signorino, e infatti avete detto: se lo salvate, io non lo vedr pi. Ma da che lo doveva salvare, la Madonna, se quello aveva avuto solo una bottarella sulla testa? Secondo, un voto va fatto in una determinata maniera, mica cos, seduta nella sala d'aspetto di un ospedale; si deve andare in una chiesa, davanti a un quadro benedetto, e voi non ci siete andata. Terzo: uno pu rinunciare a una cosa solo sua, non a quella di un altro. E voi con questo voto avete tolto una cosa importante pure a lui, che non ha promesso niente.
Enrica scosse pi volte il capo:
- Ma io lo so, che ho fatto questa promessa. E mica posso mancare a una promessa fatta alla Madonna... E poi... poi c' quella signora, quella bella forestiera. Io gi l'ho incontrata con lui, pi di una volta, tanto che avevo creduto che fossero... che fossero fidanzati, insomma. Se a lui non piacesse, la manderebbe via, non credete? Io non so che fare...
Gli occhi le si riempirono di lacrime. Rosa guard di sfuggita la propria mano, che tremava leggermente: non poteva perdere tempo con quelle sciocchezze.
- E io per questo vi sono venuta a cercare. Parliamoci chiaro, signori': gli uomini sono deboli. Si credono di decidere, di scegliere, di fare, e invece decidono, scelgono e fanno n pi n meno quello che decidiamo noi. Ma non tutte noi: quelle pi forti, quelle pi determinate. La signora che dite voi, questa forestiera... che poi dite che  bella, ma a me sembra secca e senza salute... mi pare una determinata. E che vogliamo fare, le vogliamo lasciare campo libero? Vogliamo far decidere a lei, cos se lo piglia e se lo porta in chiss quale paese del Nord Italia?
Enrica sbarr gli occhi
- No, certo. No. Io, sapete, signora, una cosa la so: non amer mai nessun altro. Nessuno. O lui, o nessuno.
Rosa accomod meglio il considerevole fondoschiena sulla sedia, sistemandosi il cappello con aria bellicosa:
- E quindi, qua si devono fare due cose: si deve andare da un prete, per questo fatto del voto, cos ci leviamo il pensiero; e si deve decidere che cosa fare, per rimettere le cose a posto prima che la signora del Nord mette le mani dove non le deve mettere.
Enrica cap che non era pi sola:
- Per il prete, io un'idea ce l'avrei. Forse ne conosco uno, che pu capire i termini della questione.

Appena svoltato l'angolo del vicolo, Ricciardi e Maione si ritrovarono in pieno Natale, ma questo non bast a dissipare la tristezza dell'incontro con Lomunno.
- Commissa', non so voi, ma a me questa chiacchierata con 'sto Lomunno mi ha parecchio colpito. E non vi saprei dire bene che ne penso.
Il commissario Ricciardi camminava con la testa incassata nel bavero del soprabito, gli occhi perduti nel vuoto.
- E sempre cos, quando si vede una vita rovinata e la disperazione. Lui non ha ancora ricominciato a vivere, forse adesso ci sta provando. Ma questo non vuol dire che non sia stato lui, a uccidere i Garofalo. La vendetta, lo sai,  una brutta bestia. Cova nel buio, anche per anni, poi balza fuori e divora tutto.
Maione era pensoso:
- S, ma  anche vero quello che ha detto: la vendetta  costosa. Bisogna potersela permettere. E lui che avrebbe ottenuto vendicandosi? Solo la rovina dei suoi figli, stavolta definitiva.
- Ma la vendetta non  razionale. Magari stai l, come Lomunno, mezzo ubriaco, una sera che sta arrivando il Natale; e pensi all'improvviso che non  giusto che chi ti  caro  morto, e il colpevole invece campa allegramente e si prepara a festeggiare. E decidi di farti giustizia da solo. Prendi il coltello, la pistola o quello che , e metti le cose a posto.
Maione sentiva il cuore battergli nella testa:
- Mettere le cose a posto, s... cos chi deve pagare finalmente paga. Le cose a posto.
Ricciardi si ferm di botto:
- Soltanto che le cose, caro Raffaele, cos non vanno a posto. Per riparare a un errore se ne fa un altro, poi un altro ancora, e non si finisce pi. Perdonare  difficile, forse impossibile. Ma la giustizia esiste per questo, per mettere le cose a posto. Non credi?
Maione si sentiva confuso:
- E' un sentimento umano, commissa', la vendetta.
Certe volte  pi difficile non vendicarsi che vendicarsi. Ricciardi aveva ripreso a camminare veloce:
- S,  vero. Quindi nel caso nostro non possiamo escludere Lomunno dai possibili colpevoli. Fra l'altro non ha alibi, almeno non ha situazioni che lo mettano al riparo da ogni sospetto, e la sua nuova tranquillit, questa voglia di Natale e di famiglia, di presepe e di dolci per i figli, potrebbero voler dire che ha messo a tacere la propria coscienza appunto vendicandosi.
Maione annu, pensoso:
- E vero. Ma  pure vero che Lomunno  solo, e allora di chi  l'altra mano che secondo il dottore ha colpito Garofalo?
Erano arrivati in prossimit della questura; furono quasi travolti dal carretto di un pentolaio, carico di tegami di rame che scampanellavano tra loro.
Ricciardi disse:
- Dovremo andare al Borgo Marinari, e approfondire il discorso dei ricatti al pescatore. Forse l saremo pi fortunati.
Girato l'angolo del portone ed entrato nel cortile, vide la macchina di Livia posteggiata e lei stessa che fumava appoggiata alla vettura, sorridente. Non gli sfuggirono una decina di colleghi affacciati casualmente alle finestre nonostante il freddo.
La donna scroll la cenere della sigaretta, con un lampo negli occhi:
- Giusto in tempo, prima che mi si congelasse il naso. Ciao, Ricciardi. Bentornato.

32.

Le mani assassine stanno completando il lavoro.
Hanno rallentato, perch si erano portate troppo avanti e invece la preparazione  come una coreografia, ogni cosa a suo tempo, passo per passo, fino al gran finale. E il gran finale  un gesto, solo un gesto.
Le mani assassine sono operose, non si fermano un attimo. Mille gli aggiusti da fare, mille gli spostamenti, un centimetro in avanti, uno indietro.
Si potrebbe ritenere che, una volta fatto il grosso, creato il panorama con grotte, terrazze, templi e anfratti si sia quasi completato il lavoro: niente di pi falso.
Le mani assassine sanno bene che sono i dettagli, che fanno la differenza; la preparazione  importante, l'esecuzione pure, ma i dettagli, sono quelli che identificano un lavoro fatto bene da uno approssimativo.
Le mani assassine sistemano la fontana, con l'acqua che scorre davvero. I bambini vanno in visibilio, per la fontana: fa sembrare vero tutto il presepe, quel filo d'acqua che si muove in mezzo alle figure ferme.
E completano la sistemazione delle erbe: il rosmarino, la mortella, il muschio di muro, il pungitopo. Le mani assassine conoscono bene la tradizione: le erbe scacciano gli spiriti cattivi che infestano le case dal giorno dei morti all'Epifania. Via gli spiriti cattivi, per il Natale.
Perch chi  morto  morto, e se ne deve stare tra i morti. Non deve tornare mai pi.
Le mani assassine si sfiorano leggermente, compiaciute. Manca poco, davvero poco.
E tutto sar completo.

33.

Maione approfitt della visita di Livia per dileguarsi, nonostante la muta richiesta d'aiuto che Ricciardi gli rivolse con lo sguardo.
- Permettete, commissa', vado a fare qualche servizietto per Natale. Ci vediamo tra un'ora, cos ci facciamo quella passeggiata a Borgo Marinari.
Livia si intromise:
- Un posto veramente splendido, molto caratteristico, le case dei pescatori e le barche sotto Castel dell'Ovo. Ci sono stata d'estate, vale la pena di vederlo anche d'inverno?
Ricciardi tagli corto:
- No, non vale la pena. Noi ci dobbiamo andare per lavoro, abbiamo un paio di persone da interrogare. Va bene, Maione, vai pure. Ma torna presto, ch abbiamo da fare.
Accompagnati dalle occhiate curiose del personale della questura, nonch da un imprecisato numero di avvocati, Livia e Ricciardi si recarono nell'ufficio di lui. Un uomo in manette, che aspettava di essere condotto in cella da due guardie, si lasci sfuggire un lungo fischio di ammirazione vedendo passare la donna; uno dei poliziotti gli moll uno scapaccione, ma scambi col compagno un cenno d'intesa: non era una che poteva passare inosservata.
Ricciardi invece non sopportava di trovarsi al centro dell'attenzione, per cui affrett il passo e quando chiuse la porta dietro di loro tir un sospiro di sollievo.
- Non potevi evitare quest'entrata teatrale?
Livia si sfil i guanti:
- Anch'io sono felice di vederti, grazie. Buongiorno anche a te, come stai?
Il commissario accus l'ironia del saluto:
- Scusami, buongiorno a te. E' che non mi piace, lo sai, troppa attenzione. La questura  come un villaggio, chiacchiere, ironie, e tutto questo poi va a discapito del lavoro.
La donna si accomod in poltrona, dopo essersi tolta il soprabito guarnito da polsi e collo di pelliccia.
- Gi, il lavoro. L'unica preoccupazione. Mai concedersi una pausa, mai ascoltare quello che chiede il cuore.
- Livia, ti prego. Non mettermi in difficolt.
- In difficolt. Cos io ti metterei in difficolt. Senti, Ricciardi, e se parlassimo chiaro, una volta per tutte? Se guardassimo in faccia le cose come stanno, non credi che sarebbe meglio per tutti e due?
Ricciardi and alla finestra, osservando il traffico della piazza. I lecci spogli agitavano le poche foglie nel vento, gli ambulanti attraversavano la strada in fretta per portare la merce nelle migliori vie di passaggio. In lontananza, quasi sbiadite, le immagini di una madre e una figlia vittime di un incidente stradale, vecchio di circa tre mesi. Le donne, incoerentemente vestite con leggeri abiti estivi, si scambiavano frasi incomprensibili: Presto, ci aspetta, diceva la madre dalle gambe tranciate di netto. Lo strummolo; l'ho perso, lo strummolo, rispondeva la bambina dal cranio sfracellato. Troppa fretta, per raccogliere il giocattolo. Non si torna indietro all'improvviso, dopo aver attraversato la strada.
Non si torna indietro.
- Livia, lo sai come la penso. Ne abbiamo parlato molte volte. Tu sei una donna splendida, lo vedi, ne sei consapevole. Puoi avere qualsiasi uomo tu voglia; e se anche non fossi bella come sei, hai conoscenze, sei brillante, facoltosa. Perch io? Con tutti i problemi, con tutte le mie difficolt?
La donna prese seriamente la domanda, che peraltro si faceva spesso. Ripens ai suoi corteggiatori, sia quelli che ancora la chiamavano da Roma sia i nuovi, che ogni mattina le facevano recapitare fiori e dolci con infuocati biglietti.
= E invece voglio proprio te. Vedi, Ricciardi: io sento in te due persone, distinte e separate. Una tiene l'altra nascosta, incatenata, come se l'avesse rapita; e la costringe a una lunga, forzata solitudine. Dietro lo schermo di un'apparente assenza di emozioni, c' qualcuno che ha bisogno di ridere, di aprirsi al sole. Di essere amato. E sai che ne ho avuto la prova, non molto tempo fa.
Ricciardi sospir e gir le spalle alla finestra:
- La prova, dici?
Livia rise, nervosamente. Quell'uomo l'agitava nel profondo, per la prima volta nella sua vita non sapeva come comportarsi.
- So cosa stai per dire. Che stavi male, che avevi la febbre. Che c'era la pioggia, tanta pioggia, e il dolore per qualcosa che avevi dentro. Ma io ti ho tenuto fra le braccia, Ricciardi; e una donna lo sa, quando un uomo  ben presente a s stesso.
Ricciardi la guard a lungo. Gli fecero tenerezza l'aria spavalda, le parole aggressive e il contrasto con lo sguardo smarrito e il labbro inferiore che tremava leggermente.
- Non dir che non ero presente a me stesso. Non dir che non ricordo quello che  successo tra noi, quella notte. Ero debole, questo s, e avevo in me una gran pena. Ma la solitudine per una volta pesava troppo, e non ce l'ho fatta a portarla da solo. Ti sono venuto a cercare, Livia, lo devo ammettere: anche se poi non ho bussato al tuo portone. Volevo calore, volevo mani e pelle. Perdonami, ti prego.
Livia si trov di nuovo spiazzata; non si aspettava un'ammissione di debolezza da parte di Ricciardi.
- Ma non capisci che questo  proprio quello che voglio darti? Un po' di calore, di gioia? Ascoltami, Ricciardi: io non avanzo pretese, non sono quel tipo di donna. Sei venuto da me, ne sono stata felice. Sono stata benissimo con te, ma sono la prima a dire che quella  stata una fuga -. Si pass una mano davanti agli occhi. - Ma  anche la prova di come sia possibile per un uomo come te avere un momento, se non felice, almeno sereno.
Ricciardi ascoltava in piedi, le mani nelle tasche, la ciocca di capelli sulla fronte, gli occhi verdi senza espressione. Avrebbe potuto essere una statua.
- Ci sono cose di me che non sai, Livia. Non sono cos... distante, diciamo, per scelta. Ognuno ha le sue caratteristiche, e le mie mi tengono lontano da certe emozioni, da certi sentimenti -. Socchiuse gli occhi e sent la bambina, in piazza alle sue spalle, che cercava il suo giocattolo. - E c' dell'altro. Io provo qualcosa, un sentimento credo, per una persona. Te lo dissi, una volta. C' una donna, insomma.
Livia accus una vertigine. Il cuore le balzava nel petto. Combatti, disse a s stessa. Se davvero vuoi quest'uomo, combatti.
- E lei lo sa? Glielo hai detto, che provi questa cosa per lei? Conosci la sua pelle, hai posato le mani su di lei? Ha sentito il tuo respiro addosso?
Ricciardi apr la bocca, poi la richiuse. Impallid.
- No, non lo sa. Non gliel'ho detto.
Livia rise, ma non con gli occhi:
- E allora? Questo vuol dire che con me hai qualcosa in pi, no? Che abbiamo condiviso anche solo un attimo, ma l'abbiamo condiviso. E che stiamo parlando di questo, almeno.
Ricciardi scrut intorno: la vecchia poltrona in legno, la scrivania col logoro sottomano verde oliva, la lampadina che pendeva dal filo al centro della stanza perch il paralume, rotto da un anno, non era mai stato sostituito. Il fermacarte ricavato dalla scheggia di granata, il calamaio di cristallo. Il suo mondo.
- Guardati attorno, Livia. Che cosa vedi? Un vecchio ufficio malridotto. Io vivo qui, molto pi che in una casa alla quale sono estraneo. Che cosa pu dare a una donna, un uomo come me? Non so quanto mi sar dato da vivere, ma il mio tempo lo passer qui. Perch vuoi uno cos?
Livia si alz in piedi. Sorrideva dolce, ma lungo il viso le cadde una lacrima.
- Non lo capisci proprio, vero? Non ci arrivi. Non c' un perch. Ci si innamora, cos, senza un motivo. Anche una donna come me, che ha vissuto la propria vita intensamente, che  stata tanto felice e tanto infelice, pu innamorarsi ancora. Questo, vedi, Ricciardi,  il regalo che tu mi hai fatto, comunque, che tu mi voglia o no: mi hai fatto capire che sono ancora viva, che posso innamorarmi ancora.
Si gir, fece un passo verso la porta, strinse la maniglia. Poi si volt di nuovo verso di lui:
- E voglio che tu lo sappia: io combatter, per questo amore. Non lascer nulla di intentato: perch io so che dentro di te mi vuoi anche tu; che non chiedi altro che essere portato fuori da quella maledetta prigione che ti sei imposto, Dio solo sa come e per quale motivo. Non sottovalutare una donna innamorata, Ricciardi. Non te lo consiglio.
Usc, e and di corsa alla sua automobile. Appena dentro si abbandon al pianto.
Mentre la vettura usciva dal cortile, due occhi discreti la osservarono dall'androne del palazzo di fronte.

34.

Immergendosi in San Gregorio Armeno, Maione non pot non pensare alla baracca in cui viveva la famiglia Lomunno, o almeno quello che ne rimaneva. Cos come il Natale sembrava essersi fermato all'ingresso di quella strada sterrata, abbandonando al proprio destino chi ci abitava, qui invece ogni singola finestra, ogni porta, ogni bottega urlava a pieni polmoni che la festa principe dell'anno stava arrivando, e che bisognava prepararsi.
Da sempre, quello era il posto dei pastori del presepe, delle decorazioni per la casa, degli addobbi. Si cominciava a fine ottobre e si continuava fino all'Epifania, per poi riconvertirsi in un letargo commerciale in cui ci si specializzava nei fiori di stoffa, usati per guarnire cappelli e vestiti delle signore della citt.
Almeno tre coppie di zampognari, pagate dai negozianti di pastori, suonavano le loro melodie; pur essendoci ancora luce, ogni bottega aveva acceso le sue decorazioni luminose per attirare lo sguardo dei numerosi passanti; e tutti i figurari avevano esposto in strada le proprie opere migliori, con un effetto variopinto che ammaliava e incantava.
Maione per non guardava la merce delle botteghe; stava riflettendo su quello che aveva intenzione di fare.
Si era convinto che il ragazzo non lo avrebbe riconosciuto, vedendolo. Alle udienze del processo era andato in borghese e se ne era stato in disparte, mischiato alla folla di curiosi; aveva ben presente, dopo quasi quattro anni, il senso di estraneit che aveva provato: come se fosse stata una cosa che non lo riguardava.
 Ora, dopo tanto tempo e con la divisa addosso, se anche lo avesse visto, l'assassino di suo figlio non lo avrebbe riconosciuto. Si trattava solo di capire dove lavorava. Pensava che non dovesse essere lontano dall'abitazione che aveva scelto, ma poteva anche sbagliare: magari Biagio lavorava all'acciaieria di Bagnoli, o in qualche cantiere del Vomero, e questo avrebbe comportato un supplemento di indagine, e forse un'altra visita a Bambinella.
Proprio mentre pensava a questo, lo vide. Chino su un banchetto, nell'arco dell'entrata di una delle botteghe pi grandi di figurari, intento a modellare il legno di un volto con una spatolina. Se ne accorse perch, in una via che sembrava un fiume in movimento di gente che andava avanti e indietro, attorno a lui c'era un capannello di persone ferme, incantate a guardarlo lavorare.
Si accost, restando in terza fila: l'altezza gli consentiva di vedere al di l dei curiosi. Il ragazzo se ne stava a testa bassa, come se fosse in mezzo al deserto. Stava rifinendo un viso, una testina come si diceva. Una vecchia, coi capelli legati a crocchia, le guance scavate, gli occhi spalancati e un po' sporgenti.
Era bravissimo; dai gesti secchi andava emergendo un'espressione umana, di meraviglia e sorpresa. Sul banchetto c'erano due mani dalle dita adunche, tese come a ghermire qualcosa. Dovevano ancora essere colorate, ma davano gi l'impressione di essere assolutamente vive. Alla fine, testa e mani avrebbero avuto un corpo di fil di ferro e stoppa, alla maniera antica, e un abito di seta e merletto.
Not che il ragazzo, una punta di lingua sporgente dalle labbra e le spalle ingobbite, rifiniva con la sinistra. Con una fitta ricord il rapporto dell'omicidio di Luca, che rilevava l'unica, mortale ferita sotto la scapola sinistra. Un mancino, e il fratello condannato era destro. Nessuno ci aveva pensato. D'altronde c'era la confessione, perch andare a fondo? Maione stesso non si era posto alcun dubbio, allora.
Il pensiero lo tir fuori dalla meraviglia di vedere nascere una figura di donna da un pezzo di legno, e lo riport bruscamente al motivo per cui si trovava l. Arretr di qualche passo, prese dal banco una mucca in terracotta e si avvicin al proprietario della bottega che se ne stava, con aria soddisfatta, dietro la cassa.
- Salve. Un bel movimento di gente oggi, eh?
L'uomo guard la divisa con diffidenza, ma sorrise:
- S, brigadie', almeno la settimana di Natale alcune persone vengono; ma per il grosso vogliono solo vedere, le cose belle costano, gli piace guardare ma poi si comprano i pastori meno cari.
Maione finse partecipazione:
- Certo, non ci sono molti soldi in giro. La gente preferisce comprare da mangiare, no?
Il proprietario volle difendere la categoria:
- S, e lo capisco. Ma senza il presepe, che Natale ? Noi ci campiamo, e va bene: ma nella tradizione di questa citt c' che in ogni casa, anche la pi povera, ci deve stare almeno la Santa Famiglia. Certo, vanno meglio le botteghe che fanno cose da pochi soldi, quelle schifezze di terracotta colorate alla bell'e meglio. Ma noi, noi facciamo opere d'arte.
Maione stava portando la discussione dove gli serviva:
- Eh, ho visto che tenete cose bellissime. Quel ragazzo, l in fondo, per esempio, che sta facendo la vecchia: mi pare veramente bravo.
Il proprietario fece il giro della cassa e si affacci fuori, rilevando con soddisfazione che la gente attorno al banchetto del giovane lavorante era aumentata.
- E' bravo, s. Faccio questo mestiere da quarant'anni, e prima di me lo faceva mio padre e io stavo a bottega: non ho mai visto nessuno imparare cos velocemente. Fa pi cose lui, e meglio, di quel deficiente di mio figlio che sta qua da quindici anni e ancora il legno non lo tocca.
Maione finse un interesse appena educato:
- Ah, e invece il ragazzo da quanto tempo sta con voi?
- Biagio? Saranno tre anni e mezzo, questo  il quarto Natale. Mi ricordo quando arriv, stette un'intera giornata a gironzolare qua fuori, guardava dentro, si affacciava ma non entrava. A un certo punto lo chiamai io: guaglio', tu che vai cercando? Niente, mi disse: volevo sapere se vi
serviva uno per pulire a terra. Io dissi: va bene, ma solo per questi giorni di festa. Poi si fece male uno dei lavoranti in una rissa, gli ruppero le dita, e lui si sedette. E non si  alzato pi. E un mago, col coltello.
Maione prov un'altra fitta di dolore, a quelle parole. Non  una magia, affondare una lama alle spalle di un povero ragazzo. Non  questa grande magia.
- E insomma, vi aiuta, le cose vanno bene. E si comporta onestamente, s?
Non era una domanda rara, fatta da un poliziotto; il proprietario non si insospett.
- Assolutamente, brigadie', un ragazzo d'oro. E' sposato, ci ha due bambini piccoli. Dopo qualche mese che stava qua ha trovato un quartino sfitto, proprio nel vicolo appresso. La moglie, se la vedete,  meglio di lui, veramente una bravissima guagliona. Fa qualche servizio nelle case attorno, lascia i bambini a una vecchiarella e si d da fare. Le vogliono bene tutti, nel quartiere. Mo' sta da mia moglie, di fronte: ogni tanto si affaccia, per vedere lavorare il marito. Eccola, la vedete?
Seguendo lo sguardo dell'uomo, Maione vide affacciarsi dal secondo piano del palazzo di fronte la ragazza bruna che aveva gi visto quella mattina. Fu un'apparizione fugace, un sorriso e un bacio in punta di dita al quale il ragazzo rispose con un cenno del capo, senza smettere di lavorare.
Il proprietario cerc lo sguardo di Maione:
- Fa calore al cuore, vedere due ragazzi che si vogliono bene cos e che si faticano la vita in questo modo. Certo che a voi, brigadie', che siete abituato a vedere la peggiore marmaglia dalla mattina alla sera, vi deve sembrare strano, no?
Maione si strinse nelle spalle:
- Non lo so. A volte la gente non  come sembra. N nel bene n nel male. Ho fatto tardi, me ne devo proprio scappare. Quanto vi devo, per la mucca?

Risalendo la strada in fretta per raggiungere di nuovo la questura, Maione si sentiva la testa piena di vento.
Una moglie, due bambini piccoli; la vita di Luca avrebbe potuto essere questa. C'era quella ragazza, come si chiamava?, Marianna, s. La figlia di Rosario, il meccanico di biciclette.
I fratellini lo prendevano in giro, Luca si  fidanzato, Luca si  fidanzato, e lui ridendo faceva finta di inseguirli. Magari adesso sarebbe sposato, e io sarei nonno. Nonno di una bambina e di un bambino. E questo qua, che oggi fa sfoggio di bravura intagliando teste, farebbe il delinquente appresso alla buonanima del fratello. E magari avrebbe gi fatto una brutta fine, ammazzato da un altro criminale a un angolo di strada.
Risent la voce di Franco Massa, il padrino di Luca che si era finto prete: bisogna trovare questo Biagio e ammazzarlo come un cane, come lui ha fatto con Luca. Ammazzarlo come un cane. Come un cane. Se non te la senti tu, lo faccio io.
Nel suono degli zampognari e nella folla festosa del Natale imminente, Raffaele Maione pensava alla morte.

35.
Ascoltando il suono degli zampognari che veniva dalla strada, Lucia Maione pensava alla vita.
E pensava che la vita era una cosa strana, che nessuno aveva capito mai, filosofi, autori di canzoni: tantomeno lei, che era ignorante e che sapeva fare solo la mamma e la moglie.
Ricordava la sua, di vita, fino a qualche mese prima. Se vita si poteva chiamare. Se ne stava buttata sul letto per quasi tutto il giorno e la notte, senza dormire mai profondamente, in uno stato di perenne dormiveglia popolato di immagini, pensieri interrotti, ricordi. Se a una mamma tolgono un figlio dalla sera alla mattina, se ancora ha le sue camicie da stirare, se ancora sente la sua risata nelle orecchie, allora non si pu prevedere che cosa le potr succedere.
Continuava a sfaccendare in cucina. I figli giocavano nell'altra stanza. Sono figli miei pure questi, aveva pensato. Hanno diritto a una mamma.
Quel ragionamento per non era bastato, per quasi tre anni: e nemmeno la casa, e il marito, parevano ragioni sufficienti a ricominciare a vivere. L'unica cosa che voleva fare era guardare lo spicchio di cielo che si vedeva dal suo letto, in attesa che passasse un angelo biondo e se la portasse via.
Poi un giorno, all'improvviso, si era alzata. Qualcosa nell'aria della primavera, un profumo nuovo, forse un odore. E si era affacciata alla finestra, guardando di sotto. Aveva visto la piazzetta, i vicoli che andavano in gi e in su. Aveva visto la vita, che viaggiava come al solito, e ne aveva provato nostalgia.
Appena in tempo, pens allineando ingredienti sulla tavola. Aveva corso il rischio di perdere il marito, e l'affetto dei figli. Aveva corso il rischio di rimanere da sola nell'inferno di un dolore senza fine. E aveva capito che il suo bel figlio, quel ragazzo biondo come lei che, tornato a casa, la prendeva tra le braccia e la faceva girare fino a farle mancare il fiato, e la chiamava "la fidanzata mia", non avrebbe mai voluto vederla in quelle condizioni. Allora si era pettinata, e aveva cambiato il vestito. E aveva provato un incerto sorriso nello specchio della toelettina della camera.
Da allora aveva ripristinato, una alla volta, tutte le tradizioni della famiglia. E adesso, che si avvicinava di nuovo il Natale, da lei ci si aspettava la migliore tavola del quartiere, per cui marito e figli erano sempre stati invidiati da tutti gli amici.
Le mani sui fianchi, il grembiule umido, pass in rivista quello che c'era sul tavolo, recitando a bassa voce come una preghiera: i broccoli puliti, dalle larghe foglie verde scuro; i broccoletti, dalle foglie strette e lunghe; la cicoria; il cappuccio e le torzelle. Tutte le verdure erano presenti.
Si fa presto a dire: la minestra maritata. E invece, nella sua semplicit, era una delle pietanze pi difficili dell'anno; ma senza la minestra maritata, che Natale era?
E allora, dopo le verdure, ecco le carni: un osso di prosciutto; le cotiche, il salame, le tracchiolelle, le pezzentelle, il maiale fresco. A un occhio inesperto tutti avanzi, ritagli di carne buoni per il cane di casa, e invece il segreto della minestra perfetta. E naturalmente il lardo, le salsicce fresche da sbriciolare, la testa di caciocavallo secco, imprescindibile. Poi il suo tocco speciale, un peperoncino forte e un bicchiere di vino rosso.
Sorrise pensando a Raffaele, che della minestra maritata era golosissimo. Ma il sorriso si appann.
Lo vedeva strano. Una nota bassa, appena percepibile nella sua espressione, anche se cercava di nasconderla: una tristezza o forse un accenno di malinconia. Forse l'avvicinarsi della festa, forse il pensiero di Luca, che per lei era una compagnia costante, per il marito era arrivato invece a tradimento, col suono delle zampogne e il ricordo di quando era piccolo, e chiedeva regali costosi quanto la luna.
Ma qualcosa a Lucia non quadrava: era stato troppo repentino quel colore scuro negli occhi di Raffaele: esattamente quando era tornato a casa, sabato sera.
La nuova indagine? La compassione per quella bambina diventata orfana in un modo cos orribile, come le aveva raccontato? Forse. Ma qualcosa a Lucia non quadrava lo stesso.
Ricord, mentre tagliuzzava il lardo a dadini sul tagliere, che c'era stato un momento, proprio la primavera precedente, che aveva pensato che Raffaele potesse avere un interesse per un'altra donna. Questo era stato un motore, una spinta forte per farle riguadagnare in fretta la voglia di riprendersi il suo posto. Non avrebbe consentito mai pi a nessuno di fare ombra alla sua vita.
Perch la vita  importante: se la perdi e la ritrovi, perderla di nuovo  peccato, un peccato mortale.
Si concentr su Raffaele, canticchiando e tagliando il lardo a dadini.

Angelina sent la temperatura di Vincenzino, appoggiandogli le labbra sulla fronte. Scottava. Di nuovo.
Il mare, pochi metri dalla porta di casa, non smetteva di urlare nel vento, ma l'odore che c'era nell'aria era diverso: i vecchi avevano detto che la tramontana nelle ore successive sarebbe caduta, e il freddo sarebbe rimasto a dominare da solo.
Non era una buona notizia, per Vincenzino. I polmoni facevano un fischio, quando respirava di notte nel sonno, e Angelina lo ascoltava come un canto di morte, senza riuscire a dormire.
Il dottore aveva detto quali medicine si dovevano procurare, ma se avesse chiesto oro, incenso e mirra, come le sagome di legno con le figure incollate dei Magi, sarebbe stata la stessa cosa.
Le medicine sono per i ricchi. I dottori sono per i ricchi. O per i ladri come il centurione che aveva rovinato il marito.
Pens alla grande casa luminosa. Al caldo che ci faceva, come se l'inverno avesse rispetto per quelle mura, come se il freddo avesse paura di entrare. A tutte quelle luci, quell'argento che brillava, quei pavimenti lucidi, quei tappeti morbidi che sembravano la rena d'estate, quando si cammina a piedi nudi e pare di stare su una nuvola.
E pens alla moglie di Garofalo, al suo sorriso gentile, falso, ironico. Cappello e guanti? aveva chiesto. A loro, che i guanti non li avevano mai conosciuti, e lei aveva in testa lo stesso scialle nero che era stato di sua madre, e Aristide il berretto che sapeva di acqua di mare e di dolore, e di mille notti passate sulla barca a pregare che arrivasse il pesce.
Mentre pensava a quei due, come se le loro anime nere muovessero i fili dall'inferno, entr Alfonso, il figlio maggiore: mamm, disse concitato, mamm, stanno qua. Stanno qua nella piazzetta, e chiedono di noi.
Angelina pens al marito, e al mare vigliacco e nero che ogni notte cercava di pigliarselo ma che dava a tutti da mangiare. Pens a Vincenzino e al fischio dei suoi polmoni, che si sentiva ormai pure di giorno, e alla sua fronte che scottava. Pens a sua madre e a suo padre, che le avevano imposto l'onest e la sincerit. Pens al mangiare, alle medicine, ai tappeti e agli argenti.
Per un lungo attimo pens di non fare niente: di non dire a nessuno il loro nome, di non uscire e di non aprire la porta. Di far finta che erano tutti gi morti, come certamente sarebbe stato se non si metteva subito rimedio a quella brutta storia. Per un attimo ci pens.
Poi sospir e si alz. Prese lo scialle, se lo avvolse addosso e sulla testa. Pass lo sguardo nello specchio attaccato al muro, forse l'unico lusso che avevano nella stanza di sei metri per lato che era casa sua, e si spavent per la donna vecchia e pallida che vi vide riflessa. Fece scivolare gli occhi sul focolare spento, sul braciere accostato pericolosamente al letto di Vincenzino, nella speranza di preservarlo dalla morte che si stava affacciando su di lui, e al piccolo presepe triste che Aristide aveva intagliato e guarnito di alghe secche, perch anche per i suoi bambini fosse Natale.
Guard bene, ma non vide speranze.
E allora usc nel vento, incontro ai poliziotti.

36.

La strada per raggiungere il borgo dalla questura non era lunga, ma offriva uno scorcio panoramico di assoluta bellezza.
Si costeggiava il Palazzo Reale, col porticato della chiesa di San Francesco che delimitava piazza del Plebiscito. Da l si prendeva via Cesario Console, che piega in discesa verso il mare. A destra, i grandi, lussuosi alberghi, con le file di vetture in attesa e gli autisti che fumavano all'impiedi nel vento, fermandosi i cappelli con la mano e urlando per chiacchierare tra loro. Di fronte ancora il mare, con alti sbuffi di spuma che arrivavano in strada, facendo in modo che le automobili e le carrozze in transito si tenessero al centro della via e quelle che venivano in senso contrario a ridosso del marciapiede.
La mole del castello si stagliava scura e incombente, nella sera che si faceva avanti. Col tempo cos, smetteva di essere minacciosa, coi suoi cannoni e i suoi merli, e si faceva protettiva, lasciando il vento a urlare fuori dalle stradine del borgo.
Gli ultimi pescatori erano stati trasferiti da Santa Lucia pi di cent'anni prima nelle basse palazzine costruite appositamente. Molti, al pianterreno, avevano messo su delle piccole trattorie, che d'estate cucinavano il pesce appena sbarcato e che erano perfino diventate di moda fra i turisti, attirati dall'odore stuzzicante delle braci fin nelle loro lussuose stanze d'albergo, a poche decine di metri; ma a parte questa diversificazione stagionale, la gente del borgo si manteneva col mestiere dei padri, dei nonni e dei bisnonni.
Poche decine di famiglie, coi secoli imparentate tutte; depauperate dei giovani migliori e pi ambiziosi, che avevano scelto di partire con le grandi navi a tre fumaioli che andavano in America, o che avevano preferito soldi pi facili da cercare nel ventre molle della citt. Restava chi non poteva, o non voleva, fare altro.
Ricciardi e Maione avevano percorso la strada in silenzio: c'era vento, era difficile sentirsi, entrambi erano raccolti nei propri pensieri.

Il brigadiere aveva una gran confusione nel cuore. Pensava alla vendetta, alla giustizia, alla vita e alla morte. Nella sua mente semplice, fatta di giusto e di sbagliato, non poteva consentire che un assassino, responsabile dell'immenso dolore che portava dentro e che per tre anni aveva ridotto la moglie a un vegetale, potesse non essere punito per il delitto commesso. Di questo era certo, pi che certo.
Ma si chiedeva: era forse lui, il giudice? Era un poliziotto, abituato a seguire principi determinati altrove, nelle leggi decise da uomini pi intelligenti e colti, che gli spettava solo applicare. Lui prendeva i criminali, e li consegnava. Da quel momento, ed era un principio al quale si era attenuto per tutta la vita, non stava a lui occuparsi del destino di chi aveva commesso i delitti. N gli sarebbe piaciuto, fare il giudice: aveva sempre pensato di avere la coscienza debole, non avrebbe potuto pi dormire.
Anche lui sapeva bene, per, che per la legge Biagio l'avrebbe fatta franca: c'era gi stato un processo, seguito da una condanna; la confessione del fratello morente era stata raccolta con l'inganno da Massa che si era finto prete. E comunque non c'erano prove.
Maione si chiese che cosa avrebbe voluto Lucia. L'istinto lo portava a parlarle, a condividere con lei quella terribile notizia; a chiederle consiglio su cosa fare, e come farlo. Il pensiero della moglie lo ossessionava: la sofferenza terribile a cui aveva assistito, l'ombra che tuttora trovava in fondo a quegli occhi color del cielo, lo strazio dei giorni successivi a quello che era successo. Che piet avrebbe avuto, Lucia, per chi aveva causato quel dolore? No, non poteva rinnovarglielo. Stava tutta sulle sue spalle la responsabilit di quello che si doveva fare. Alla fine, era diventato giudice come non avrebbe mai voluto: e del processo pi importante, quello davanti alla sua stessa coscienza.

Al suo fianco, Ricciardi camminava, ugualmente preso dalla marea dei pensieri.
La visita di Livia lo aveva agitato, oltre ogni aspettativa. L'aveva gi vista da quando era avvenuto l'incidente, era stata la prima ad accorrere in ospedale, se l'era ritrovata in questura diverse volte per la gioia dei pettegoli e di Garzo, sempre pronto a proporre il faccione ridente a chi poteva segnalarlo positivamente a Roma. Ma aveva fatto in modo di non ritrovarsi mai da solo con lei.
Stavolta invece non aveva potuto sottrarsi. Non l'aveva fatto per vigliaccheria, ma per non doverla ferire. Sapeva bene, come poi era puntualmente accaduto, che non avrebbe omesso di dire quello che provava dentro, per filo e per segno; non era capace di acrobazie verbali, la diplomazia non era tra le sue poche virt.
Pensava di non amare Livia, ma si chiedeva se fosse poi vero. La sua scarsa attitudine al sentimento, la poca pratica e l'inesistenza di precedenti gli faceva venire dei dubbi in tal senso. Si sentiva gratificato dall'ammirazione che tutti avevano per quella donna esotica e felina; gli piaceva il suo odore, di spezie con qualcosa di selvatico; era lei che aveva istintivamente cercato, quando la solitudine, la febbre e la sofferenza erano diventate insopportabili nella pioggia di novembre. Ma questo, si chiedeva Ricciardi, era amore?
E c'era Enrica, naturalmente. I suoi gesti calmi, la scintilla di allegria dietro gli occhiali cerchiati di tartaruga. La commozione nel vederla, la pace che gli dava il ritrovarla dietro la finestra la sera, il dolore di vedere la stessa finestra chiusa, in quegli ultimi giorni. Era quello, invece, l'amore?
Ma l domanda che l'ossessionava di pi era: lo voleva nella sua vita, lui, l'amore?
Dopo averlo riconosciuto come uno dei due principali nemici, addirittura pi subdolo e incomprensibile della fame stessa; dopo averne visto quotidianamente gli effetti drammatici, il sangue, il dolore, le sofferenze; dopo la consapevolezza delle debolezze che comportava, col distacco e la malinconia della perdita; lo voleva nella sua vita, lui, questo amore?
Lo aveva sempre accuratamente evitato. Lo aveva sempre guardato con diffidenza, da lontano, maneggiandone gli effetti con mani guantate per scansarne la contaminazione. E ora addirittura si chiedeva la differenza tra le due emozioni, non una ma due, che provava, tentando di definirne la natura.
Che diavolo ti succede, Ricciardi?, si chiese. Hai deciso di lanciarti nel vuoto, nell'abisso sull'orlo del quale hai sempre camminato? Non hai pi paura?
Cerc di concentrarsi sull'indagine su cui stavano lavorando. Rivide in un lampo il sangue, i cadaveri, i segni delle ferite; risent le parole del Fatto, quello che gli dicevano i morti nell'ultimo alito prima di staccarsi dalla vita; l'imbarazzo dei miliziani, sospesi tra la voglia di collaborare e la paura che qualcuno, in qualche stanza nascosta, a Roma o in citt, non volesse mettere in piazza le miserie del loro ambiente; la disperazione e la sofferenza di Lomunno, un uomo ucciso e non ancora risuscitato, e dei suoi figli. Il volto serio della bambina che rimestava, sulla punta dei piedi scalzi, in quella pentola maleolente, e la triste determinazione che c'era stata nel sollevare il fratellino da terra e nel portarlo via, quando dalle parole del padre aveva cominciato a emergere la furia. Era abituata, evidentemente.
Non sapeva dire, Ricciardi, se l'ex collega di Garofalo fosse il responsabile del duplice omicidio. L'esperienza gli diceva che un colpevole non sceglie di manifestare, in genere, il rammarico di non aver compiuto il delitto: Lomunno sembrava sinceramente distrutto dal non aver portato a termine una vendetta che per lui sarebbe stata forse liberatoria, e che non aveva messo in atto solo per amore dei figli. E non aveva alibi riscontrabili: la tipica posizione che avrebbe portato all'arresto, in mancanza di meglio, e probabilmente alla condanna. Lomunno aveva cos tanto desiderato compiere quell'assassinio che forse si sarebbe convinto di essere veramente lui, il colpevole.
Le verifiche che stavano effettuando, quindi, dovevano identificare qualche altra ipotesi, altrimenti avrebbero dovuto privare i figli di Lomunno dell'unico genitore rimasto. Peraltro, riflett il commissario, era un uomo aggressivo, pieno di una rabbia senza confini e di un dolore profondo. Ricord il coltello piantato sul ripiano del tavolo, con violenza. Magari era stato davvero lui, pens.

Arrivarono al borgo quasi senza accorgersene. Nessuno dei due, persi nei propri pensieri, si rese conto che avevano camminato per venti minuti senza scambiarsi una parola.
Il mare urlava nel vento.

37.

Sapevano di essere stati avvistati, come accadeva sempre. Gi quando avevano svoltato la curva di via Partenope si erano accorti che, dal gruppo di ragazzini che stazionava davanti agli alberghi alla ricerca di elemosine dai turisti stranieri, si era staccata una staffetta che era andata a immergersi di corsa nel borgo.
Maione era preoccupato: era come muoversi preceduti da una fanfara. Non che avessero la necessit dell'anonimato: non stavano facendo un'irruzione, n avevano in mente di arrestare qualcuno, a meno che non fosse necessario. Ma poter fruire della reazione istintiva alla loro vista sarebbe stato un seppur minimo vantaggio. Al quale ormai erano abituati a rinunciare.
Lo spettacolo che si present ai loro occhi li colp. Al centro di una piazzetta deserta, battuta dal vento, c'era solo una donna avvolta in uno scialle nero. Dietro di lei due bambini, un maschio pi grandicello e una femmina che si teneva alla gonna di quella che presumibilmente era la madre.
Le figure non si muovevano: non fosse stato per l'ondeggiare della veste, avrebbero potuto essere un gruppo scultoreo, una statua alla moderna maternit. Stavano immobili, i volti nella loro direzione. Ricciardi gir lo sguardo attorno, intuendo gli occhi fissi su di s da dietro le imposte chiuse delle palazzine attorno.
Maione sospir e si fece avanti:
- Buonasera, signo'. Siamo il brigadiere Maione e il commissario Ricciardi della squadra mobile. Vorremmo parlare col signor Boccia Aristide. Lo conoscete?

La donna rimase ferma, in silenzio. Maione guard Ricciardi, in cerca di indicazioni: lo aveva sentito? Capiva quello che diceva? Mentre si accingeva a ripetere, la donna disse:
- E' mio marito. E in mare, adesso. Venite con me.
E si avvi verso la porta di un basso, seguita dai due bambini, da Maione e Ricciardi e da tanti occhi dietro le imposte.
La stanza nella quale entrarono fece pensare a entrambi a Lomunno e alla sua baracca. Questi forse erano ancora pi miserabili, ma si capiva che li almeno c'era una donna: sul tavolo, un logoro pezzo di stoffa ricamato; all'unica finestra, una tenda rammendata ma pulita; una fotografia di inizio secolo colorata a mano di una coppia, lei seduta e lui in piedi, con un lumino acceso davanti; l'odore di una zuppa di pesce aleggiante nell'aria.
Il ragazzino and di corsa a una culla, nel punto dell'ambiente pi riparato dalle correnti d'aria:
- Questo  mio fratello, Vincenzino: sta morendo!
Lo disse con orgoglio, come se il bambino nella culla si accingesse a un'impresa memorabile: Maione si concentr sulle proprie unghie.
La madre disse al ragazzo:
- Alfo', vai a vedere quando arriva pap e fallo venire subito. Mi raccomando, non ti avvicinare all'acqua, ch ci sta mare stasera.
Poi si rivolse a Maione:
- Mi dispiace, non tengo niente da offrirvi.
- Non vi preoccupate, signo'. Dobbiamo fare solo qualche domanda, aspettiamo magari a vostro marito.
La donna accenn di s col capo. Ricciardi pens che, a guardarla da vicino, sembrava molto pi giovane di quanto gli fosse parso in un primo momento.
- Signora, una domanda: come sapevate che venivamo a cercare vostro marito?
La donna sostenne lo sguardo di quegli strani occhi trasparenti:
- Commissa', le cose si sanno. Le sapete voi, che siete venuti a cercare a mio marito, le sappiamo noi.
Logico, pens Ricciardi. Logico, ma non mi ha detto niente.
La porta si apr ed entrarono Alfonso, il figlio pi grande, e un uomo che disse:
- Io sono Boccia Aristide. Cercavate a me?
Lo guardarono: la tenuta era quella tipica dei pescatori, una tela cerata a palandrana, un cappellaccio fatto dello stesso materiale. In mano aveva una lanterna spenta, ed era zuppo d'acqua.
- S, siamo qui per parlare con voi. Io sono il brigadiere Maione e lui  il commissario Ricciardi, della questura. Vi dobbiamo fare qualche domanda.
Boccia fece una smorfia che poteva essere anche un ghigno stanco. Aveva una faccia squadrata, nera di sole, dall'et indefinibile.
- E noi stiamo qua, come vedete. Non siamo scappati da nessuna parte.
Ricciardi insistette:
- Perch ci aspettavate? Come facevate a sapere che saremmo venuti?
Boccia lo fiss, senza espressione:
- Perch siamo andati dai Garofalo, io e mia moglie. Ci siamo andati due giorni prima che li ammazzavano.
Dalla culla venne come un fischio, e la madre si appress manovrando qualcosa all'interno. L'uomo riprese, quasi con tono di scusa:
- Il mio figlio pi piccolo, Vincenzino. Tiene qualcosa in petto, da qualche mese non respira bene, ma mo'  peggiorato, tiene sempre la febbre. Ha quattro anni. Il presepe lo sto intagliando per lui, chiss se fa in tempo a vederlo finito.
Il mare, da qualche parte l fuori, sottoline drammaticamente la frase dell'uomo con un boato.
Nella voce di Boccia non c'era nessun tono drammatico, nessuna autocommiserazione. Cos, come se avesse parlato delle condizioni del mare. Continu:
- E' per lui, che la settimana scorsa siamo andati dal centurione Garofalo. Se Vincenzino fosse stato bene, saremmo stati zitti e avremmo tirato avanti.
Maione chiese:
- Non capisco, che volete dire?
Boccia si era tolto la palandrana di tela cerata e l'aveva riposta col cappello su uno sgabello vicino alla porta. Il ragazzo si mosse subito, prendendola e portandola in uno stipo vicino al focolare. Gesti consolidati di una famiglia qualsiasi.
- Lo conoscete voi, il mestiere nostro? Conoscete qualche pescatore, voi?
Maione fece cenno di no col capo, Ricciardi non parl.
- Non si guadagna niente. Uno pensa che in un golfo come questo ci sta un sacco di pesce, e invece no. Ci stanno volte che stai tutto il giorno a mare e non prendi niente. Ci muoviamo, ci spostiamo, ci uniamo fra di noi: ma qualsiasi cosa facciamo, a stento riusciamo a campare.
La moglie accost una sedia al tavolo vicino al marito, che vi si lasci cadere esausto.
- Sono fuori dalle quattro. Sono pi di dodici ore. Col mare grosso  ancora pi difficile, uno non dovrebbe manco uscire: ma poi, che ci d da mangiare ai figli miei? E allora corriamo il rischio che il mare si porta via la rete, la vela non la mettiamo proprio, andiamo a remi. Siamo quattro, con una barca.
Ricciardi ascoltava attento:
- Non ci avete detto perch siete andato da Garofalo, l'altro giorno.
L'uomo si pass una mano sulla faccia. Maione not che aveva delle ferite, con sottili strisce insanguinate. Boccia segu il suo sguardo e disse:
- Queste sono sciocchezze, brigadie'. Piccoli segni che lasciano le reti, le cime, i remi. Le ferite pi profonde stanno in quella culla.
La donna prese posto in piedi, di fianco al marito, gli occhi fissi sui due poliziotti. L'uomo continu:
- Voi lo sapete, ci stanno le leggi sulla pesca. Sono leggi strane, che non si capiscono bene: ma noi ci viviamo lo stesso. Nelle buone giornate arriviamo a due, tre quintali con la barca nostra. Nelle giornate cattive, pure niente. Non possiamo pescare il novellame, e questo significa che in certe parti del mare dove i pesci fanno le uova non ci possiamo andare. Non possiamo andare nelle acque private, come se il mare tenesse i recinti e i cancelli. Non possiamo usare gli esplosivi,  giusto, questo lo capisco. Dobbiamo tenere patenti e licenze, e tutte le ricevute delle tasse che paghiamo.
L'uomo era esausto, e parlava con un filo di voce. La luce veniva da due lanterne che ondeggiavano nelle correnti d'aria e riempiva la stanza dagli infissi vecchi e mezzi rotti.
- Il controllo spetta alla milizia. Pure se uno ci ha tutto in regola, qualche altra cosa si deve pagare; abbiamo sempre fatto cos, nessuno di noi si lamenta. Come se fosse un'altra tassa. E poi  arrivato Garofalo.
Maione annu, l'informazione quadrava con quanto saputo da Bambinella.
- E che cosa  cambiato?
- All'inizio pareva meglio degli altri, meglio assai. Si  chiamato a tutti noi proprietari delle barche, tutti insieme, e ci ha detto: da ora in poi, non dovete dare niente a nessuno. A nessuno. Vi lascio immaginare la nostra contentezza, ci eravamo levati una spesa dal groppone. E' durata cos quasi per un anno.
- E poi?
- E poi un giorno viene qua, al borgo. Era estate, stavamo fuori in piazza, facevamo un poco di musica, ballavamo. Certe volte lo facciamo quando la giornata  stata buona, ci sentono perfino dagli alberghi, si affacciano e sbattono le mani. E comunque si presenta qua, da solo, in uniforme. Chiama a un paio di noi da parte, e ci dice: ma lo sapete che avete pescato nelle acque del duca Tal de' Tali, a Posillipo? Noi ci guardiamo in faccia, diciamo: centurio', ma quando mai? Noi curiamo dove andiamo, l sotto nemmeno si piglia niente. E lui: vedete? Come lo sapete che non si piglia niente, se non ci andate? E ci fece una multa.
Maione e Ricciardi si guardarono.
- Una multa? Ed  cos grave?
Boccia fece una risata sardonica: 
- La multa non  niente. La cosa grave  un'altra: se si piglia una seconda sanzione dello stesso genere entro un anno, ci sta la sospensione della licenza pure per sei mesi. Recidiva, si chiama.
Maione annu:
- E cos, stavate in mano a lui.
- Precisamente, brigadie'. Se si ritira la licenza a uno come me, allora tanto vale pigliare tutta la famiglia, metterla in barca, andare in mezzo al mare e affondarla. Meglio una morte veloce che morire di fame.
- E che cosa voleva, Garofalo?
- Si era scelto bene le vittime, commissa'. Quelli che uscivano pi spesso, quelli che tenevano figli piccoli. Quelli che non si potevano fermare mai. Ci aspettava al mercato, si pigliava i soldi da mano ai commercianti, direttamente. Il dieci, il venti per cento. A seconda di com'era andata la giornata.
- E voi, non avete mai avuto l'idea di venirlo a denunciare?
Boccia rise di nuovo:
- Denunciarlo? La parola nostra contro quella di un centurione della milizia, un fascista? A noi ci avrebbero messo in galera, e a lui l'avrebbero promosso, ve lo dico io. Avrebbero detto che ce lo volevamo levare di torno per fare il comodo nostro. Non potevamo fare niente.
Maione era incredulo:
- Cio non avete fatto niente? Vi siete tenuti questa situazione, avete pagato in silenzio?
- Siamo abituati, brigadie'. Da sempre  cos: una volta  uno, una volta  un altro, ma  sempre cos. Per a Garofalo non gli bastava mai, voleva sempre di pi. E io ce l'avrei pure fatta, se non si fosse ammalato Vincenzino.
La moglie fece un passo avanti, uscendo dall'ombra:
- Io gliel'ho detto, ad Aristide. Quando il dottore se n' andato, dicendo che senza quelle medicine non ci stavano speranze, ho detto: andiamoci a parlare. Avevo pensato che teneva una figlia pure lui, e che stava di casa vicino al mare; che lo doveva sapere, quanto era dura la vita dei pescatori. Aristide diceva di no, figurati, diceva, che gliene importa a quello di Vincenzino e di noi. Ma io ho insistito, ho detto che se lo guardavamo in faccia, se ci parlavamo, magari ci lasciava stare almeno fino a quando Vincenzino non si rimetteva un poco. In fondo, ce lo doveva.
Ricciardi pens all'immagine di Garofalo che, gettando sangue da tutte quelle ferite, ripeteva a muso duro: Io non devo niente, proprio niente.
- E alla fine, ci siete andati.
- S, commissa'. Senza portare niente, ch aveva detto mille volte a tutti di non portare niente a casa sua, perch non voleva che i vicini pensassero che era uno che ci mangiava. Sperando che almeno la moglie, che era madre come me, capisse e ci facesse la grazia come la Madonna, a noi che siamo lavoratori.
Agli occhi di Ricciardi e Maione si presentarono il san Giuseppe frantumato e la Madonna caduta sull'asinello.
- E come vi hanno accolti?
- Ci ha aperto la signora, con la bambina. Appena ci ha visto, la creatura ha detto: mamma, quanto puzzano questi. La mamma si  messa a ridere,  arrivato lui: non ci hanno manco fatto sedere.
Il marito intervenne:
- Mi ero preparato tutto il discorso, il bambino, le medicine. Macch: si sono guardati e si sono fatti una risata. Mi ha detto: se non te ne vai subito coi piedi tuoi, chiamo i miliziani miei e ti faccio sbattere in cella. Mia moglie si  rivolta alla signora...
- ... e le ho detto: signo', voi siete madre, mio figlio sta male.
Maione ascoltava senza voler ascoltare:
- E lei, che vi ha detto?
La donna aveva la faccia di cera:
- Mi ha fatto un sorriso dolce, e ha detto: ma i soldi sono questione di uomini, non lo sai? Noi ci dobbiamo fare i fatti nostri. E poi, tu di figli ne tieni tre, io ho solo la bambina. Come se, tenendone tre, io a Vincenzino ci potevo pure rinunciare.

Il mare romb di nuovo. Dalle imposte non filtrava pi luce, ormai era notte. Ricciardi chiese:
- E allora voi che avete fatto?
Marito e moglie si guardarono; lui distolse lo sguardo per primo.
- Che dovevamo fare? Ce ne siamo tornati a casa, ad aspettare il nostro destino.
Maione attese, poi chiese:
- Non ci siete pi tornati, a casa dei Garofalo?
Un silenzio che sembr infinito, poi la donna disse:
- No, brigadie'. Non ci siamo tornati pi. Ma quando  arrivata la notizia che erano morti tutti e due, vi devo dire la verit, per noi  stata come una liberazione. Non erano persone perbene, no. Non tenevano piet per chi stava nelle nostre condizioni. E una mamma e un padre la dovrebbero tenere, la piet. Almeno per i bambini. I bambini non c'entrano.
Dalla culla venne un lugubre, leggero sibilo. I genitori si guardarono ancora, brevemente. Ricciardi si alz:
- Andiamo via. Vieni, Maione.
Giunto alla porta si ferm, poi si volt verso la donna:
- Signora, verr un mio amico per vostro figlio. E un dottore, uno coi capelli bianchi, gira con un cane. E il pi bravo di tutti, se si pu fare qualcosa lui la far; e per le medicine non vi preoccupate, ci penser lui. Avete ragione: i bambini non c'entrano.

38.

Quella mattina il vento, di botto, cal.
Fu come se qualcuno avesse girato un interruttore, azzerando il soffio continuo che aveva flagellato la costa per molti giorni. I pi mattinieri se ne accorsero e guardarono in su, spaesati, annusando l'aria. Dai balconi i capponi e i tacchini, che stavano vivendo inconsapevoli le ultime ore di vita dopo un lungo allevamento domestico, si chiamavano con ritrovata foga e le galline riprendevano il dominio dei vicoli, non pi inseguite da fogli di giornale impazziti.
Gli ambulanti a posto fisso cambiarono subito strategia, riguadagnando i luoghi commercialmente pi ambiti, resi deserti dalle violente raffiche dei giorni precedenti: i lustrascarpe si ricollocarono fuori la Galleria, per intercettare avvocati e medici che attraversavano la strada proprio in quel punto; gli strilloni ricominciarono a sventolare i quotidiani in piazza, proponendosi ai gentiluomini che non dovevano pi tenersi il cappello.
Lo stesso inverno rimase sorpreso dalla brusca morte del vento del Nord: la temperatura rest mite per qualche ora, come se il clima si guardasse intorno indeciso, non ricordando la data e la stagione.
L'esercito degli ambulanti veri e propri, quelli itineranti che allargavano il proprio raggio d'azione muovendosi in continuazione, invase subito le vie del passeggio. Le urla di richiamo iniziarono a inseguirsi, proponendo merci e servizi a tutti quelli che ne avevano bisogno e a quelli che non sapevano di averne bisogno: il carnacottaro esibiva trippa e piede di porco, da mangiare con una spruzzata di limone e pepe; in gara con lui, i pentoloni perennemente bollenti d'acqua dei maccaronari, di olio per i friggitori di pizze, panzarotti e crocchette di patate bollenti, che si mangiavano bestemmiando per le scottature sulle labbra. Le acquaiole ripresero a girare con le anfore in equilibrio sulle teste, sostenute da un fazzoletto ripiegato, offrendo il fresco liquido dal sapore ferroso delle fonti del Chiatamone; i chioschi replicavano con le limonate a cosce aperte, da sorbire in quella posizione per la schiuma che fuoriusciva dal bicchiere grazie al pizzico di bicarbonato che veniva aggiunto all'ultimo.
Mangiate e bevete senza sedervi a tavola, anche a prima mattina: era quello il messaggio per gli ultimi due giorni prima del pranzo di Natale. Colonne di fumo bianco si innalzavano come un'insegna mobile, per far distinguere le braci sulle quali si cucinavano i carciofi e le caldarroste. E noci, nocciole, lupini, semi di zucca seccati al sole.
Storditi dall'ampiezza dell'offerta, i passanti cominciarono a serrare le file del proprio esercito: i potenziali acquirenti contro i venditori potenziali. In breve, strade e piazze furono un unico brulicante mercato, pieno di transazioni iniziate e mai finite, di urla e di finti litigi, di interminabili contrattazioni e di accordi precari.
Dur un paio d'ore. Poi la temperatura prese a scendere.

Suor Veronica pensava che in ogni cosa, a ben vedere, i bambini c'entrano.
Tutto si faceva per loro, tutto era incentrato su di loro, ed era giusto cos. Non sono forse i bambini, il futuro? Non sono loro, la speranza? E quindi a lei piaceva la missione che le era stata affidata, quella cio di insegnare ai bambini.
Sospettava di essere stata scelta per la bassa statura, e per quella voce acuta che sembrava una trombetta: cose che la facevano sembrare il personaggio di una favola, una fata madrina dai poteri speciali. Era nata per stare con i bambini.
La stessa Madre Addolorata, alla quale il suo ordine era consacrato, anzitutto era appunto madre, e quindi aveva un bambino di cui occuparsi: un figlio che, beninteso non per colpa sua, le aveva causato e le causava un perenne dolore.
Camminando tra i banchi e osservando gli alunni impegnati a scrivere una lettera ai genitori per Natale, pens che non esiste compito pi alto, pi impegnativo che occuparsi dei bambini; e che i figli sono figli di chiunque li ami, non solo di chi li ha generati. Altrimenti il cuore trafitto dalle spade di Maria non avrebbe avuto senso, no?
Intravide con la coda dell'occhio che due ragazzini si stavano suggerendo qualcosa, e diede un sonoro avvertimento:
- Attenzione, ch vi vedo!
Immediatamente, da un punto imprecisato della parte opposta dell'aula, part un'imitazione perfetta della sua voce, con lo stesso tono ma senza parole:
- Pepeppe, pepep!
L'intera classe non pot trattenere la risata, subito tacitata dallo sguardo arcigno della suora; dentro di s per la donna dovette ammettere che l'imitazione era notevole, e trattenne lei stessa una risata. Che deliziosi birbanti, erano.
Si avvicin all'ultimo banco, dove sedeva Benedetta, la sua nipotina. China sul foglio, una punta di lingua che le sporgeva dalle labbra, concentrata sulla lettera a una madre che non avrebbe pi rivisto.
Suor Veronica sent una fitta di dolore al cuore, al pensiero della sua povera sorella. Ma la bambina, pens, era pi fortunata di tanti altri: almeno c'era la zia, a occuparsi di lei.
La cosa fondamentale era passare il Natale: le feste sono il periodo pi difficile, per chi ha subito un lutto recente. Ma se ce l'aveva fatta la Madonna, con in petto tutte quelle spade, ce l'avrebbero fatta anche lei e Benedetta.
Accarezz benigna la testa di un bambino: appena fu passata, il ragazzino si asciug ostentatamente con un fazzoletto il punto dove la suora aveva posato la mano. La classe scoppi di nuovo a ridere.

Ricciardi e Maione si ritrovarono per l'incontro del mattino, nell'ufficio del commissario; ambedue erano di cattivo umore, distratti e con la faccia di chi ha dormito poco.
Maione aveva portato le due tazze di surrogato, secondo tradizione:
- Mamma mia, stamattina fa pi schifo del solito, 'sta brodaglia.
Ricciardi rispose:
- Almeno  caldo, no? Be', dimmi, che te ne sembra dei pescatori?
- Commissa', a me non mi pare che stiamo facendo passi avanti, in quest'indagine. Sia Lomunno che i Boccia, potrebbero essere stati. Nel caso dei Boccia, poi, ci sta pure il fatto della donna che avrebbe potuto contribuire, e questo farebbe scopa con le risultanze dell'autopsia e le due mani, una forte e l'altra debole, che hanno assassinato a Garofalo.
Ricciardi integr il discorso:
- Il quale, peraltro, era veramente un personaggio orribile, a quanto sembra. E questo significa che l'assassino o gli assassini potrebbero essere anche altri, pescatori ricattati di cui non sappiamo niente, per esempio, o anche qualche collega che stava per fare la stessa fine di Lomunno.
Maione annu, posando sulla scrivania la tazza ormai vuota con una smorfia:
- Meno male che  finita, 'sta ciofeca. Comunque, secondo me dobbiamo verificare quello che hanno detto sia Boccia che Lomunno. Il pescatore quando c' stato l'omicidio era fuori in barca, ha detto che escono alle quattro di mattina e tornano almeno dodici ore dopo: quindi, si devono sentire gli altri tre dell'equipaggio. Lomunno invece  andato in giro per le aziende del porto, magari qualcuno lo ha visto e se ne ricorda.
Ricciardi guard nel vuoto davanti a s:
- Non mi aspetto niente, per. Che vuoi che ti dicano i compagni di Boccia? Che non era con loro? E anche se avrai conferme che Lomunno ha incontrato qualcuno, come escluderai che non si sia allontanato per compiere il delitto, per poi tornare di nuovo al porto? Si deve fare per dovere d'ufficio e per riempire i verbali, d'accordo. Ma non certo per risolvere l'omicidio.
Maione guard fuori:
- Avete visto, commissa'? E' calato il vento. Magari sar una buona giornata, per i pescatori.
Ricciardi segu gli occhi di Maione e vide la piazza che si animava di traffico.
- Si deve sempre capire quello che si va a pescare, per. Mettiamoci in moto: io vado al porto, tu vai a interrogare i compagni di barca di Boccia. Prima per facciamoci un'altra passeggiata insieme all'appartamento dei Garofalo, cos cerchiamo di capire se oltre alla coppia di pescatori i nostri defunti coniugi avevano avuto qualche altra visita.

39.

Livia aveva appena finito di vestirsi, quando la cameriera buss con discrezione:
- Signo', scusatemi. Ci sta un signore che vi vuole.
Si preoccup: non attendeva visite, e se un uomo si presenta in casa di una donna che vive da sola a quell'ora del mattino, o  una scortesia oppure c' qualcosa di molto urgente.
- Fai passare in salotto, Teresa. Arrivo subito.
Il sospetto fu confermato appena entr nella stanza. In piedi, vicino alla finestra, elegante e tranquillo come sempre, c'era Falco.
Non sapeva se quello fosse il nome, o il cognome, o nessuno dei due. Aveva conosciuto l'uomo qualche mese prima, quando stava preparando il ricevimento per la venuta di Edda Mussolini a Napoli in compagnia del padre, festa che non si era tenuta a causa dell'incidente che aveva coinvolto Ricciardi. Si era presentato all'improvviso, senza essere annunciato da nessuno, e aveva preteso di condividere l'organizzazione dell'evento.
Aveva detto di far parte di una struttura molto riservata, la cui succursale cittadina aveva il compito, tra gli altri, di creare le condizioni di massima sicurezza per il Duce e per la sua famiglia. Successivamente, per, aveva fornito a Livia un dettagliato rapporto su Ricciardi, lasciando comprendere che l'organizzazione anonima di cui aveva asserito di far parte fosse nient'altro che una forma di polizia segreta.
Pur apprezzando l'utilit delle informazioni ricevute, Livia era rimasta sconcertata da quell'uomo: la freddezza con cui parlava, la sua conoscenza approfondita di dettagli della vita altrui l'avevano messa a disagio. Aveva capito che nessuno, tra le persone che avevano una rilevanza pubblica, sfuggiva allo stretto controllo di Falco e di quelli come lui. Era stata sollevata quando era uscito in silenzio da casa sua, l'ultima volta che c'era venuto, e si era augurata di non rivederlo mai pi.
Invece, eccolo qui tre giorni prima di Natale, e di mattina. Al solito, passato attraverso il portone che era assiduamente controllato senza che il custode avvertisse, come faceva perfino per i fornitori. Livia era vagamente irritata, e non aveva intenzione di nasconderlo:
- Buongiorno. Avevamo un appuntamento? Devo averlo dimenticato.
Falco volt lo sguardo su di lei, con un mezzo inchino del capo:
- Buongiorno, signora. Avete fatto caso che il vento  calato all'improvviso? Una stranezza. Adesso, vedrete, la temperatura scender ancora.
Livia sorrise, distaccata:
- Anche queste informazioni, avete? Ve l'ha fatto sapere il vostro corrispondente dal Padreterno? O magari Lui, direttamente?
Falco sorrise in risposta, senza cambiare espressione degli occhi:
- No, signora. Semplicemente avevo dei parenti pescatori, mi  rimasta la capacit di predire il tempo di qualche ora.
Livia si sent un po' sciocca, e volle riparare cercando di sembrare meno inospitale:
- Ah, ecco. Volete accomodarvi? Avete fatto colazione?
Falco non si sedette:
- Grazie, signora. S, sono sveglio da parecchio, direi. E mi scuso per l'ora, ma sapete che preferiamo muoverci quando non c' troppa gente per strada. Anche se in questi giorni prima delle feste, c' sempre molta confusione.
Livia agit la mano:
- Ma in questa citt c' sempre confusione. Sempre tanta gente, e di tutti i tipi.
- Il che a volte ci agevola, a volte meno. Immagino che nella vostra citt una tale confusione sia rara, vero?
- Ma veramente a Roma...
- Intendevo Pesaro, la vostra citt d'origine. Anche se ormai sono quasi due anni che non ci tornate, ventidue mesi per l'esattezza.
Il riferimento preciso alla sua vita per qualche motivo l'agghiacci. Non avrebbe saputo dire nemmeno lei da quanto tempo non andava a salutare i genitori, e quello sconosciuto in piedi nel suo salotto sapeva a menadito i suoi spostamenti degli ultimi due anni.
Comprese che era il modo dell'uomo di ricordarle che le chiacchiere e le schermaglie con lui erano inutili.
- A che devo la vostra visita, Falco? Non credevo di rivedervi cos presto.
- Devo ammettere, signora, che tra tutti i compiti che mi vengono assegnati, questo  tra i pi graditi.
Livia comment aspra:
- Mamma mia, che galanteria. Immagino di doverla apprezzare molto, venendo da un uomo dalla natura cos riservata.
Falco ripet l'inchino col capo:
- Un'abitudine, per voi, ricevere complimenti. Mi risulta che abbiate addirittura riscosso l'apprezzamento di un detenuto, ieri mattina.
Di nuovo Livia prov un sinistro brivido dietro la schiena. Decise di non stare oltre allo scherzo:
- Falco, vi devo di nuovo chiedere che cosa volete da me. Ho altri impegni, oggi.
L'uomo assunse un'aria rammaricata:
- Peccato, dover per forza essere antipatico. E' una parte del mio lavoro alla quale non riesco ad abituarmi. So dei vostri impegni, signora. Volete andare a prendere due biglietti per il teatro.
Questo era davvero troppo: non aveva parlato a nessuno di quell'intenzione.
- E voi, come accidenti lo sapete?
- Diciamo che siete stata ascoltata ieri, quando avete detto all'autista di preparare la vettura a questo scopo.
Immagino, ma  una mia idea, che il teatro sia il Kursaal, a via Filangieri.
Livia era rimasta a bocca aperta; riusc solo ad accennare di s con la testa. Falco sorrise: -
Qui non si tratta di indagine, per. E' una rappresentazione molto attesa, un atto unico di questa compagnia di giovani costituita da poco che va per la maggiore, i tre fratelli. Mi dicono che sono davvero bravissimi.
Livia annu, guardinga:
- S. E questa  un'opera nuova, scritta dal maggiore dei tre che fa da capocomico e autore. E' sul Natale.
- E voi ci tenete a non perdervi la prima, che  domani sera. Volete prendere due biglietti in platea: uno  per voi. L'altro?
Livia si mosse a disagio sulla poltrona:
- Non credo proprio che vi riguardi, n che sia una questione di sicurezza nazionale con chi decido di andare a teatro!
Falco abbass lo sguardo, giocherellando con la falda del cappello che teneva in mano:
- Certo, certo. Vi spiego: la sicurezza nazionale  una questione complessa, che molto ha a che fare con l'informazione, la propaganda. L'immagine pubblica delle persone, insomma, conta. Voi siete molto cara a figure di primo piano del regime. Vi vogliono bene, sta loro a cuore il vostro benessere. La vostra testarda frequentazione con quest'uomo, il cui nome  inutile fare, preoccupa un po'.
Livia stringeva i pugni per controllarsi. Gli occhi ridotti a due fessure, sibil:
- Quest'uomo si chiama Luigi Alfredo Ricciardi, ed  un commissario di pubblica sicurezza. Mi pare che la sua funzione dica che mi trovo in buone mani, no? E che siano fatti che riguardano soltanto me, chi voglio frequentare: non i miei amici, per quanto altolocati.
Falco sospir lievemente:
- Certo. E vi confermo che si tratta di una persona alla quale nulla viene allo stato addebitato, anche se alcuni atteggiamenti della sua vita personale destano incertezze. Il problema  che sarebbero tutti pi tranquilli, signora, se voi tornaste a Roma. L'uomo di cui parliamo non  del vostro stesso ambiente; alcune sue frequentazioni sono, come dire, ambigue. C' quel dottore, per esempio, che... ma questo ve l'ho gi detto. State percorrendo una via un po' scivolosa, ecco.
A Livia quasi venne da ridere: non c'era nessuno, a parte lei, che vedesse con favore il suo rapporto con Ricciardi. Nemmeno lo stesso Ricciardi.
- Falco, se questo  un avviso, credetemi, lo apprezzo. Ma vi devo dire, affinch lo riferiate a chi accidenti volete, che sono abbastanza adulta da saper fare con oculatezza le mie scelte. E a Roma, anche questo potete dirlo, non ho intenzione di tornare.
L'uomo non aveva cessato di giocherellare col cappello. Alz lo sguardo:
- Lo immaginavo. Avevo anche detto che questa sarebbe stata la vostra risposta, signora. A dire il vero, una parte di me  lieta di non aver sbagliato la valutazione. Tuttavia, mi permetto di insistere un'ultima volta sulla questione: certe frequentazioni, magari fatte alla leggera e con ottime finalit, possono rivelarsi estremamente dannose. E certi appoggi, certe amicizie, non coprono all'infinito.
Livia sbuff:
- Falco, vi ho gi detto che la mia frequentazione con Ricciardi, al momento,  molto casuale e incidentale, e purtroppo  sollecitata quasi esclusivamente da me. Se fosse lui, a cercarmi...
Falco l'interruppe:
- Io non parlo della vostra frequentazione. Parlo delle sue. Se lei dovesse, fortuitamente e nell'ambito di una conversazione di ordine generale, raccontargli di un commento, o di un viaggio di una vostra... amica di Roma, diciamo cos, e lui dovesse riferire la cosa a un suo amico, questa diventerebbe una questione di sicurezza nazionale. E voi, lui e anche noi ne diventeremmo responsabili. Questo vi  chiaro?
Ci fu un lungo silenzio; Livia si rendeva conto che con l'elaborato esempio Falco aveva voluto farle capire il livello di controllo al quale era sottoposta. Decise di mostrare apprezzamento per questo.
- Ho capito. E vi ringrazio dell'informazione. Vi prometto la massima riservatezza, state tranquillo. E riferite che stiano tutti tranquilli. Parlo fin troppo poco con Ricciardi, e lui ancora meno con me. Per questo volevo portarlo a teatro: l almeno non si deve chiacchierare.
Falco sogghign:
- Questione di tempo, signora. Non riesco a immaginare come e perch si possa resistere cos a lungo a una donna come voi. Buona giornata, e scusatemi per l'intrusione. Spero che vi divertiate, al Kursaal.

40.

Beniamino Ferro, custode dello stabile di largo del Leone 2, a Mergellina, fa un passo indietro e rimira la sua opera.
E' fiero del presepe che ha appena finito: considerando che le incombenze non gli hanno consentito di concentrarsi sul lavoro per il tempo che sarebbe stato necessario,  contento del risultato.
A dire la verit, se non avesse sentito il frequente bisogno di andarsi a rinfrescare la gola avrebbe avuto pi tempo; e se ogni tanto non avesse avuto qualche piccolo colpo di sonno, conseguenza del rinfrescante che usava per la suddetta gola, il tempo sarebbe stato ancora di pi.
Ma Beniamino tende a essere indulgente con s stesso: un uomo solo, senza famiglia, senza una moglie o dei figli che gli diano una mano, potr pur prendersi una pausa, pensa. E se durante una di queste pause si presenta qualcuno che  cos maleducato da entrare anche se non si annuncia al custode, che si trova appunto in pausa, non  certo colpa sua. Del custode, cio.
Proprio bello, il presepe. C' tutto: il muschio, le erbe per cacciare gli spiriti maligni; i due compari, zi' Vicienzo e zi' Pascale, uno allegro e l'altro triste, che rappresentano il Carnevale e la morte; la vergine Stefania, che nasconde una pietra sotto la veste per far finta di essere incinta e che poi partorisce miracolosamente santo Stefano. E Cicci Bacco, il vinaio, il suo preferito, perch il presepe  pure allegria, perch la nascita di Ges Bambino  la cosa pi bella che possa succedere al mondo.
Beniamino ora vede annebbiato, perch ha gli occhi pieni di lacrime: si ricorda del pap, e del rito della costruzione del presepe in casa. Di quando gli spiegava per filo e per segno il senso di ogni erba, di ogni casa, di ogni pastore. Perch il presepe significa il mondo intero, quello del passato, quello del presente e quello del futuro, Beniami': non te lo dimenticare. Il presepe  come il mondo: sembra tutto messo a casaccio, e invece ognuno ha il suo significato. E Beniamino, anche se non ha avuto figli, lo sa, quant' bello il presepe.
Ripone il coltellaccio affilato, e il pensiero va a Garofalo. Mamma mia, quant'era brusco, e che prosopopea: quando passava e lo trovava assopito, perch un uomo ogni tanto si pu pure assopire, lo svegliava urlando. E una volta lo era pure andato a cercare nell'osteria, un giorno che faceva un caldo terribile e lui si era andato un attimo a rinfrescare, perch teneva la gola secca che, se sputava, sputava spago.
Gli aveva fatto fare una figura pessima, davanti a tutti: gli aveva detto che un palazzo si riconosce dal custode, e che lui era la schifezza di tutti i custodi del mondo. Che prima o poi si sarebbe deciso a fargli perdere il posto, perch non poteva sopportare che un uomo come lui, del suo grado e della sua funzione, abitasse in un palazzo con un portiere cos.
Beniamino, allora, gli aveva voluto male, al centurione Garofalo. Proprio male, pure se la moglie sorrideva sempre, se la bambina era bellina e la suora, la cognata, era simpatica e lo faceva ridere.
Lui per era proprio un infame. Un infame borioso bastardo:  contento che non lo ha visto finito, il suo presepe.

Don Pierino, per l'ennesima volta, ammir il presepe della chiesa di San Ferdinando. Ci passava davanti apposta, facendo un giro lunghissimo dalla sacrestia al confessionale: era un piccolo piacere che si concedeva volentieri.
In queste cose non era diverso dal bambino che era stato: il Natale era il presepe e il presepe era il Natale, nel freddo umido della campagna di Santa Maria Capua Vetere dove aveva passato l'infanzia. Il parroco del paese, che lo aveva avvicinato alla fede semplice che tuttora lo sosteneva, ne costruiva uno che a lui sembrava enorme, pieno di personaggi, animali e case: stava ore a immaginare di essere un pastore lui stesso, e di  muoversi in quel mondo fatato fatto di pace e serenit.
A un certo punto si sent osservato, e temette si trattasse della signorina Vaccaro con qualche recente malessere da comunicargli. Quando si gir, ebbe la sorpresa di ritrovarsi accanto la signorina Colombo, la figlia del commerciante di cappelli che aveva il negozio di fronte alla chiesa. La conosceva poco, in verit. La sua era una famiglia discreta, che partecipava alla funzione della domenica ma che non frequentava molto la parrocchia negli altri giorni; ricordava di essere andato una volta, in sostituzione di don Tommaso, a benedire l'esercizio commerciale e di aver incontrato in quell'occasione il padre, un sorridente uomo di mezz'et, la madre, che gli era parsa piuttosto incline al pettegolezzo, e quella ragazza alta e discreta, con gli occhiali e un'aria dolce e riservata.
Ora per sembrava a disagio. Se ne stava in piedi, a due metri da lui, la borsetta tenuta con entrambe le mani, come combattuta fra la voglia di parlargli e quella di fuggire. Decise di toglierla dall'imbarazzo.
- Buongiorno. Siete la signorina Colombo, no? Come state?
La ragazza fu visibilmente sollevata dal non poter pi defilarsi: ormai era stata vista.
- Buongiorno, padre. S, sono io. Vorrei... avrei qualcosa da chiedervi, se avete cinque minuti per me. Ma se siete impegnato posso tornare un'altra volta.
Don Pierino la fiss; dietro gli occhiali da miope, lo sguardo della donna esprimeva un forte tumulto interiore. Era abituato a riconoscere i momenti di travaglio che tradivano una necessit, un bisogno di aiuto e l'incapacit di richiederlo esplicitamente; rifiutare quella richiesta muta equivaleva a un abbandono, e poteva generare molto dolore.
- No, no, non sono impegnato. Sono a vostra disposizione. Venite, accomodiamoci nell'ufficio.
Quello che don Pierino chiamava "ufficio" era una specie di intercapedine ricavata dal ripostiglio dei paramenti della sacrestia. Una stanzetta occupata quasi per intero da uno scrittoio e da due sedie: veniva usata per i colloqui con i fedeli, quelli che non erano una vera e propria confessione ma che dovevano essere tenuti al di fuori dell'attenzione altrui.
Enrica si sedette, un po' rigida. Cercava di trovare il modo di introdurre l'argomento, ma non aveva la confidenza sufficiente con don Pierino per cominciare a parlarne direttamente. Il viceparroco, da parte sua, sapeva di dover aiutare la donna a superare la timidezza.
- Allora, tutti bene a casa? Come vanno i preparativi per il Natale? Avete fatto il presepe, avete gi deciso cosa cucinare per pranzo?
Un tessuto di argomenti futili, per metterla a proprio agio. Enrica cap e apprezz:
- Se ne occupa mio padre, del presepe. Un compito che non delegherebbe a nessun altro, i miei fratellini si mettono l a guardare e lui finge di farsi dare una mano. Noi donne invece siamo tutte proiettate sui pranzi e le cene, ed  una faticaccia. Per la facciamo volentieri.
Don Pierino assunse la postura abituale, con le mani intrecciate sulla pancia.
- E lo spirito? Come state? Siete allegra, serena, in pace con voi stessa?
Eccoci qui, pens Enrica.
- In effetti non molto, padre. Ho sentito il bisogno di parlare con voi. Ho bisogno di... di chiedervi una spiegazione, e un consiglio.
Il prete annu, serio.
- Sono qui per questo, signorina. Per aiutarvi a essere pi serena. Solo per questo.
- S, padre, lo so. E io vi racconto una piccola storia, se avete la pazienza di ascoltarmi.
- Vi ascolto.
E la ragazza raccont.

Descrisse il crescere di un sentimento, attraverso mesi e stagioni e settimane e ore, attraverso lastre di finestre chiuse per tenere fuori il freddo dell'inverno o aperte per lasciare entrare il caldo dell'estate. Disse di interminabili ricami con la mano mancina, portati avanti lentamente nel cono di luce di un abat-jour, al suono dei ballabili trasmessi dalla radio. Disse di una figura in piedi nella penombra, le braccia conserte, a cinque metri e un piano di distanza; e di quanto quella distanza fosse difficile da colmare, per tutte le convenzioni sociali che avvelenavano la vita delle persone.
Raccont poi di due fugaci incontri, uno nei pressi di una bancarella di verdure, di due occhi verdi disperati a pochi centimetri e di una fuga precipitosa, con una scia di broccoli abbandonati alle spalle da lui; e un altro sul quale fu vaga, per lavoro e alla presenza di un'altra persona con la quale aveva finito per scambiare qualche parola, mentre lui la guardava come se stesse per affogare, a bocca aperta e occhi spalancati.
Infine parl di due lettere, incerte e formali ma lette e rilette, una che chiedeva un assurdo permesso di salutarla e l'altra che quel permesso lo accordava, eccome.
Poi tacque, gli occhi bassi, con la consapevolezza di aver tratto dalla borsa il fazzoletto, non avrebbe saputo dire quando durante il discorso, e che lo stava martoriando con le mani.
Don Pierino aveva ascoltato in silenzio, respirando piano e partecipando alla vicenda con le mille espressioni del suo volto mobile. Intu che non si trattava di una semplice storia d'amore vissuta a distanza, e attese il seguito.
Quando riprese a parlare, Enrica aveva un altro tono, pi accorato e meno evocativo.
Raccont l'emozione di sentirsi a un passo dall'incontro, dalla caduta delle barriere; della presa di posizione, insolita per lei, nei confronti della madre che voleva mettere in piedi un rapporto con un altro uomo, combinandole un appuntamento. E poi del contatto con una persona di famiglia di lui, una vecchia tata gentile e determinata, che la considerava favorevolmente. Accenn anche alla misteriosa, affascinante forestiera che aveva intravisto vicino a lui: ma disse subito che l'atteggiamento dell'uomo nei riguardi di quella signora non le era sembrato particolarmente coinvolto o affettuoso.
Infine tir un profondo respiro, e disse dell'incidente. Dell'ospedale, dei momenti di terribile tensione in cui aveva creduto che lui sarebbe morto. Del viso terreo di chi era presente, pochissime persone, la tata, quella signora, un collega di lavoro.
E disse della sua promessa alla Madonna di Pompei, che non lo avrebbe pi rivisto se si fosse salvato.
Gi dalle prime parole sull'incidente, nella mente di don Pierino si era insinuato un dubbio: gli sembrava davvero troppo assurda, una coincidenza con la vicenda del suo amico commissario Ricciardi. E man mano che Enrica procedeva nel racconto, nel cuore gli si schiuse una speranza che non avrebbe mai immaginato, di amore e di felicit per quello strano uomo disperato dagli occhi verdi. Un bellissimo regalo di Natale, si disse don Pierino. Anzi, un bellissimo regalo del Natale.
Enrica stava continuando a raccontare, mentre la mente del prete lavorava veloce: stava dicendo che si sentiva vincolata dalla promessa, anche se la tata era andata a cercarla per convincerla a non uscire dalla vita di lui; che comunque era incerta, perch non conosceva bene il sentimento che l'uomo provava, e che la donna che gli vedeva accanto, forse, era pi adatta di lei a stargli vicino; che per, pur pensando razionalmente tutte quelle cose, quando di sera faceva a meno di aprire le imposte della finestra si sentiva morire.
- Padre, che devo fare? Ho fatto una promessa, e voi mi direte di mantenerla; l'ho fatta volontariamente, e la rifarei. E allora, perch mi sento morire?
Don Pierino giunse le mani davanti alla faccia e chiuse gli occhi. Poi li riapr, e lo sguardo era assolutamente determinato.
- Signorina, voi avete promesso alla Madonna qualcosa che non era vostro. Avete promesso il sacrificio dell'amore di un'altra persona; avete promesso la sua solitudine, la sua infelicit e la vostra. Non  questo che vuole la Madonna; non  questo che vuole Dio, per i Suoi figli.
Enrica ascoltava, gli occhi spalancati rossi di lacrime e di insonnia.
- Sono certo che nel cuore voi siate gi consapevole di quello che  giusto e di quello che  sbagliato. La nostra fede non  fatta per mettere barriere, mura o sbarre all'amore:  fatta per aumentarne la presenza nella vita,  fatta per donarsi e per vivere in comunione, per mettere in piedi famiglie che ci aiutino a non essere soli nelle notti d'inverno. Che Dio sarebbe, quello che preferisce rinchiudere nella cella della solitudine chi pu provare l'amore?
La ragazza pendeva dalle labbra del prete, rapita:
- Quindi voi dite che... insomma, io dovrei...
- Voi dovreste lottare per la vostra felicit, come fanno tutti, sempre. Rispettando gli altri, nell'amore per il prossimo e per la vita che  il dono pi grande che ci sia stato fatto. Dovreste parlare e ascoltare, sorridere e mostrare tutto l'amore che avete dentro a chi, forse, non ha la forza per sollecitarvi.
Enrica aveva cominciato a sorridere. Don Pierino pens che fosse una di quelle persone che quando sorridono cambiano completamente l'espressione, come se sorridessero con ogni singola parte del corpo.
- Dovrei forzarmi, dunque: dovrei prendere coraggio, e combattere per la mia felicit,  cos? Dovrei prendere l'iniziativa.
Il prete si rese conto che la signorina non parlava pi con lui, ma con s stessa. Si riaccomod sullo schienale, di nuovo con le mani intrecciate sulla pancia e l'espressione contenta.
- Avete capito perfettamente. Se poi lui non dovesse volere, se la sua scelta dovesse essere diversa, allora troverete un'altra strada per essere felice, credetemi, ce ne sono davvero tante. Ma l'importante sarebbe, per voi, avere la certezza di aver fatto tutto quello che era in vostro potere per guadagnarvi la felicit. Semplice, no?
Enrica si alz in piedi. Da dietro gli occhiali, il suo sguardo mandava un nuovo bagliore.
- S, padre. Semplice. E' questo che non avevo mai visto, quello che non sapevo vedere. In realt  tutto cos semplice. Se si vuole essere felici, bisogna darsi da fare per esserlo. Vi ringrazio, vi ringrazio infinitamente.
Don Pierino sorrise:
- Ringrazio io voi, per avermi scelto come confidente. E mi raccomando: tenetemi informato.

41.

Faceva proprio freddo ormai.
Maione e Ricciardi arrivarono al largo del Leone intirizziti, nonostante non ci fosse pi vento e avessero camminato assai velocemente fin dalla questura per riscaldarsi. Il brigadiere non ci provava nemmeno pi a proporre un tram: il suo superiore si avviava direttamente a piedi, la testa incassata nel bavero del soprabito, a passo svelto nella direzione del luogo che dovevano raggiungere.
Avevano mangiato qualcosa lungo la strada, una sfogliatella Ricciardi e due panzarotti Maione, per guadagnare un po' di tempo e trovarsi cos il pi avanti possibile con l'indagine, visto che fra non molto sarebbe calato il buio. Sapevano che col Natale si sarebbe fermato tutto, e il sonnacchioso periodo fino all'Epifania avrebbe alzato una cortina di silenzi e porte chiuse davanti alla loro inchiesta, giocando punti decisivi in favore degli assassini.
Maione non capiva bene quale fosse il motivo di un'altra visita al luogo del delitto. Credeva che fosse inutile: doveva ancora passare per il borgo a interrogare i compagni di barca di Boccia, e prima di sera voleva fare un altro passaggio a guardare cosa facevano le mani che avevano assassinato suo figlio, ora impegnate a intagliare sapientemente volti a San Gregorio Armeno. Cos, solo per avvicinarsi ancora un po' alla decisione di rovinare la propria vita e quella dell'omicida, secondo l'assurdo codice morale in cui aveva vissuto.
Ricciardi invece voleva vedere di nuovo il custode. D'accordo, era spesso ubriaco e non aveva un'aria particolarmente efficiente, ma lui non l'aveva ancora interrogato sulla scena del delitto; e magari questa volta, se fosse stato un po' pi sobrio, avrebbe potuto ricordare qualcos'altro.
Furono fortunati: Ferro era al suo posto e aveva l'aria pi consapevole. Aveva appena finito di collocare il presepe nell'androne del palazzo, e pareva orgoglioso di s stesso. Attorno, un gruppo di bambini esprimeva la propria ammirazione con brevi fischi, sospiri e sporadici battimani.
Vedendo arrivare i due poliziotti, l'uomo cambi espressione. Lo sguardo si fece preoccupato e diffidente; allontan i ragazzi con un gesto, come se fossero mosche, e gli si fece incontro:
- Buonasera. Desiderate?
I due si guardarono sorpresi. Pareva che non li avesse riconosciuti.
- Salve, Ferro. Ci dovete accompagnare nell'appartamento dei Garofalo.
Ricciardi era stato volutamente brusco, per vedere la reazione dell'uomo, che strinse gli occhi.
- Ah, commissario, scusatemi, ero controluce e non avevo capito chi eravate. Ho appena sistemato il presepe, alla fine ho pensato che, una volta che era completo, tanto valeva metterlo nell'androne. Lo stavo facendo vedere ai bambini del palazzo.
Maione intervenne nella conversazione:
- Mentre ci accompagnate di sopra, Ferro, vi chiedo se vi  venuta in mente qualcosa, in questo paio di giorni. Se magari c'era stato qualcuno che era venuto in visita, se avevate sentito qualche discussione, cose cos.
Ferro aveva preso un mazzo di chiavi da una rastrelliera e stava salendo le scale davanti a loro.
- A pensarci, s, brigadie'. Era venuta una coppia, un uomo e una donna, direi tre, quattro giorni prima... prima dell'incidente, diciamo.
- E com'erano, questi due? Vi dissero il nome?
- No, veramente no, non me lo dissero. E io non glielo chiesi, perch li vidi quando scesero; quando erano saliti, io... io mi ero allontanato un momento.
- E come sapevate che erano andati da Garofalo?
- Questo glielo chiesi dopo. Per curiosit.
Quindi, pens Maione, la visita dei Boccia era confermata.
- Li avevate mai visti, prima? O li avete visti, successivamente?
- No, brigadie'. N prima n dopo. Solo quella volta, e non vi so dire quanto tempo sono restati, perch... Maione fin per lui:
- Perch quando sono arrivati voi non c'eravate, s. Ferro aveva aperto la porta e si era fatto da parte, senza guardare all'interno. Ricciardi l'osservava:
- Fate strada, Ferro. Conduceteci dentro. L'uomo gli rivolse uno sguardo terrorizzato:
- Commissa', io preferisco... insomma, vi aspetto qua, fuori la porta.
Ricciardi sostenne lo sguardo:
- No. Non ci aspettate. Ci accompagnate dentro.
Il tono non ammetteva repliche. Maione fece un passo verso l'uomo, che socchiuse gli occhi e apr la porta per entrare.
L'interno era in penombra, per la poca luce che filtrava dalle tende parzialmente chiuse; sul pavimento dell'ingresso si distinguevano comunque le chiazze del sangue che era uscito dalla gola squarciata di Costanza Garofalo. Ferro barcoll e si sostenne allo stipite della porta, mentre Ricciardi fu investito dell'immagine traslucida della donna, che sorridendo a occhi bassi chiedeva: Cappello e guanti? Onde di liquido nero le uscivano dal taglio mortale.
- Ges, ma quello...  sangue, quello l?
Ricciardi studiava l'espressione dell'uomo; non sembrava che fingesse: era impallidito e pareva sul punto di stramazzare svenuto al suolo.
Maione si avvicin e lo prese per il braccio.
- Venite, Ferro. Portateci in camera da letto.
L'uomo fece resistenza, passandosi una mano sulla faccia come a voler nascondere la vista del sangue; poi si avvi con passo malfermo verso il corridoio. Ricciardi lo segu con lo sguardo, rilevando la conoscenza della casa che il custode dimostrava. Al di l del fatto che era sconvolto, si muoveva con sufficiente sicurezza. Il commissario not che stava molto attento a dove metteva i piedi, scansando le gocce di sangue che segnavano il percorso tra i due cadaveri, anche se queste erano appena visibili per la scarsa luce.
Giunti in camera da letto, alla vista della larga macchia nera sulle lenzuola, Ferro si lasci cadere su una poltroncina con un lamento.
- Madonna. Madonna santa, aiutateci.
Ricciardi volt le spalle all'immagine di Garofalo che ripeteva: Io non devo niente, proprio niente, e si rivolse al custode:
- Volevo che vedeste coi vostri occhi, Ferro. E vi chiedo se avete idea, una qualsiasi idea, di chi possa essere stato.
Il portiere cominci a piangere, piano. Mormor, gli occhi fissi sulla chiazza di sangue:
- Nessuno, commissa'. Se conoscessi qualcuno che pu fare una cosa come questa, me ne scapperei lontano, credetemi. E quella povera bambina, quant'era bella l'altra mattina, con quelle trecce... e ora alla mamma e al pap non li vedr mai pi. Il centurione Garofalo era... insomma, teneva un carattere particolare, pace all'anima sua. Forse non tutti gli volevano bene, forse qualche volta poteva far arrabbiare, ma ammazzarlo in questo modo... nessuno, commissa'. Nessuno al mondo.
E invece, evidentemente, qualcuno al mondo c'era stato, pens Ricciardi.
- Facciamoci un giro per le altre stanze. Cos vediamo se hanno preso qualcosa che voi vi ricordate e che noi non possiamo sapere.
L'idea era quella di vedere se l'uomo tradiva qualche reazione: avevano controllato tutto in sede di sopralluogo, e se fosse mancato un oggetto sarebbe stato evidente dal vuoto lasciato sui mobili o sulle pareti.
Ferro sembr sollevato dall'abbandonare il luogo dei delitti, e condusse Maione e Ricciardi nelle altre stanze, in silenzio, camminando come un automa. In prossimit del presepe, nella stanza di fianco alla camera da letto, sospir ma non mostr di accorgersi della mancanza di san Giuseppe, n della statuina della Vergine piegata su quella dell'asinello.
Completarono il giro della casa, ritrovandosi all'ingresso. Il custode trattenne il respiro alla vista delle tracce del cadavere della donna, le scavalc e usc sul pianerottolo dove inspir aria rumorosamente. Tir fuori dalla tasca una sigaretta sgualcita, cerc di accenderla con un fiammifero ma non ci riusc per la mano tremante; desistette, e finalmente vomit in un angolo della scalinata.

42.

Decisero di percorrere il lungomare. Il freddo era lo stesso, non c'era vento da cui cercare riparo tra gli alberi della Villa Nazionale: tanto valeva godersi lo spettacolo del mare finalmente calmo, che abbracciava la sera calante.
La reazione di Ferro e le poche informazioni che avevano raccolto da lui furono l'argomento delle sporadiche frasi che Maione e Ricciardi si scambiarono lungo la strada.
- Commissa', a me  sembrato veramente sconvolto. Non ce la faceva proprio, si vedeva che non era abituato al sangue.
Ricciardi invece era perplesso:
- Un po' teatrale, come reazione, non ti pare? E comunque, oggi era sobrio; quello che ti succede da ubriaco sembra diverso, quando lo rivedi dopo la sbronza. Non lo so. Piuttosto, quando siamo passati vicino al presepe, non ha cambiato nemmeno espressione.
- Infatti. E ha ammesso di aver visto i Boccia, quando sono venuti a parlare con Garofalo. Questa per ora  l'unica cosa certa che teniamo, eh, commissa'?
Ricciardi annu, camminando a testa bassa:
- S, la visita dei Boccia. Che sono anche in coppia, quindi le due mani che hanno ucciso il centurione sarebbero spiegabili, tranne che per il fatto che la mano "leggera", quella delle ferite meno profonde, per Modo era una mano sinistra, e a me  parso che la signora Boccia fosse destra. Ma questo non vuol dire. E Lomunno, per esempio, potrebbe essersi fatto accompagnare.
Maione approv:
- E il nostro amico custode, qua, in stato di ebbrezza potrebbe aver fatto una fesseria che nemmeno si ricorda. Pu essere tutto e niente. Mamma mia, certe volte questo mestiere fa schifo.
Costeggiarono la spiaggia, tenendo a sinistra la strada sulla quale transitavano automobili e carrozze e a destra il mare. I pedoni erano pochissimi, e quelli che si vedevano camminavano rannicchiati per il freddo.
Sull'arenile si riunivano in gruppi i pescatori sprovvisti di barca. Era il momento della sistemazione delle reti, operazione che in quel periodo dell'anno veniva fatta due volte al giorno.
Piccole barche a un remo si allontanavano di qualche centinaio di metri lasciando un capo a terra e gettavano le ampie maglie, che le donne rammendavano a prima mattina e la sera, chiudendo le falle aperte dalla corrente; una volta calate le reti, le barchette tornavano a terra srotolando le funi sul marciapiede antistante la spiaggia. A quel punto gli uomini, a piedi scalzi e coi pantaloni rivoltati a mezza gamba, agganciavano le funi delle reti a una tracolla di tela e, in gruppi di quattro o cinque per lato, cominciavano a tirare prima la fune e poi la rete, indietreggiando lungo il tratto riservato al passeggio e poi avanzando man mano che la rete arrivava a riva, portando al suo interno la speranza di un altro giorno di vita per tutte quelle famiglie. Via via che tiravano, i bambini avvolgevano le funi in grandi rotoli sulla spiaggia.
In altri momenti, quando il mercato era meno florido che a Natale, il faticoso lavoro veniva fatto solo la mattina; ma ora un gruppo di potenziali acquirenti, in cerca di pesce fresco a buon mercato perch non gravato da altri passaggi attraverso grossisti e dettaglianti, era riunito in attesa sulla strada, e quindi l'ulteriore sforzo valeva la pena.
Maione, rallentando l'andatura, si rivolse a Ricciardi:
- Certo che se la faticano la giornata, i pescatori. E questi sono quelli di spiaggia, guardate l, commissa', con il freddo che fa a piedi nudi nell'acqua, le gambe sono nere per il gelo.
Ricciardi convenne:
- S,  dura. Ma pure quelli che escono in barca, come Boccia, hai visto che vita infernale che fanno. E poi arriva un Garofalo qualunque a mangiarti addosso, e non ce la si fa pi a tirare avanti.
Erano arrivati all'altezza del borgo, sotto la mole scura e imponente del castello. Ricciardi fece un cenno col capo a Maione:
- Separiamoci qua. Tu fai un passaggio sui compagni di Boccia, che a quest'ora stanno tornando dalla giornata in mare. Io vado al porto, a fare qualche domanda sulla mattinata di Lomunno il giorno dell'omicidio. Poi per vattene a casa,  inutile che ripassi per la questura. I rapporti, se ci sono novit, li scriviamo domani.
Maione annu:
- Come comandate, commissa'. Domani  l'antivigilia, ormai. Siamo arrivati a Natale.
- S, ormai ci siamo arrivati. E non abbiamo concluso molto, temo. Buona fortuna.

Siamo arrivati al Natale, ormai.
Il pensiero dava a tata Rosa il solito miscuglio di sensazioni: ansia per quello che restava da fare in casa, aspettativa per la festa, preoccupazione per l'anno che stava finendo e quello che doveva arrivare di li a qualche giorno.
C'era da pensare al pranzo della vigilia: anche se erano soltanto in due, ci teneva che le tradizioni della sua terra fossero rispettate; che almeno sopravvivesse il ricordo delle radici, in quella caotica citt alla quale non si sarebbe mai completamente abituata.
L'organizzazione non era semplice, il cerimoniale cilentano per il Natale era piuttosto rigido. Alla vigilia si mangiava rigorosamente di magro: lo scmmaro, spaghetti fatti in casa con alici, olive, capperi e peperoncino; cavolfiori, patate e broccoli di contorno e rinforzo, e il baccal alla salernitana, impanato, fritto e messo al forno sotto una cascata di cipolla bianca, pomodorini che avevano atteso l'occasione per mesi appesi al balcone e olive verdi.

Il pranzo di Natale era un'altra cosa: per quello si preparavano i fusilli, arrotolandoli a uno a uno attorno a una stecca d'ombrello a sezione quadrata, che sarebbero stati conditi col denso sugo di carne e sommersi di formaggio di capra stagionato e grattugiato; a seguire, il fianchetto di manzo in brodo e gli scauratielli, le zeppole fritte nell'olio bollente in forma di serpentelli intrecciati, da ricoprire di miele e mangiare all'istante.
Un lavoro duro, ma gratificante: se le cose con la ragazza Colombo si fossero messe al meglio, le avrebbe insegnato tutto per filo e per segno, perch non se ne perdesse memoria in quella casa.
Non c'era solo il cibo, per. Il Natale significava anche altro. La baronessa giovane, la madre di Luigi Alfredo morta ormai da tanti anni, aveva portato con s dalla citt un presepe; era appartenuto alla sua famiglia, poche statuine molto antiche, la Sacra Famiglia, i re Magi, qualche pecora e un paio di pastori. Rosa la ricordava bene, con quelle mani sottili da bambina, disporre i pezzi su un tavolino qualche giorno prima di Natale e poi rimuoverli dopo l'Epifania per riporli con attenzione in una scatola fiorata. Ci teneva tantissimo, specialmente quando il signorino era piccolo: diceva che per i bambini alcune immagini rappresentano la festa, e le portano nel cuore per tutta la vita.
La scatola con i fiori dipinti era venuta in citt con loro, e Rosa faceva in modo che ogni volta il Natale trovasse, sul tavolino, il piccolo presepe della baronessa Marta di Malomonte: come una carezza al figlio, dall'altro mondo.
Chi avrebbe pensato a quelle cose, il pranzo, il presepe, quando lei non ci sarebbe stata pi? Si guard con tristezza la mano destra, che tremava lievemente. Aveva bisogno di raccontare, di descrivere, di inculcare fatti, aneddoti e tradizioni; altrimenti, morta e dimenticata lei, il signorino si sarebbe ritrovato la sera del Natale in qualche fredda trattoria, da solo. E senza nulla da ricordare.
Si chiese se la ragazza Colombo avesse finalmente deciso di darsi da fare per prendere in mano il proprio destino: sperava di s, dopo il colloquio che avevano avuto il giorno precedente. Lei non poteva proprio fare di pi.
Si avvi a prendere la scatola a fiori; finch lei c'era, le tradizioni sarebbero state mantenute.
Tutte.

43.

Maione si rec al piccolo molo del borgo, dove attraccavano le barche da pesca. Era uno stretto pontile di legno, ancorato al fondo da massi pesanti.
Si dispose all'attesa, nascosto dall'ombra di un deposito del vicino circolo nautico. Voleva vedere i compagni di Boccia, per poi avvicinarli singolarmente e confrontarne le versioni. Non che si facesse illusioni: avrebbe giurato sulla compattezza dei pescatori, a difesa del loro amico.
Le barche arrivarono a una a una, ripiegando le vele. Il brigadiere si rese subito conto che la giornata era stata buona: gli uomini erano allegri e le grandi ceste che scaricavano erano piene di pesce, spesso ancora vivo, una cascata d'argento che brillava nella luce calante del sole.
L'imbarcazione di Boccia fu tra le ultime ad attraccare: evidentemente aveva sfruttato fino al massimo la situazione positiva. Gli uomini scaricarono e misero a posto la barca, smontando la vela e riponendo i remi, poi raccolsero la rete.
Maione attese, osservando che due dei compagni erano chiaramente padre e figlio adolescente, mentre il terzo era un uomo segaligno e scurissimo di carnagione, tanto da sembrare di colore. Sul molo c'era Alfonso, il figlio di Boccia, venuto a prendere il padre come la sera precedente. L'uomo salut i compagni e segu truce il bambino: Maione pens che forse era preoccupato per il figlio piccolo; ma poteva anche essere assillato da qualche fantasma della coscienza.
Gli altri tre si separarono dopo poco: padre e figlio andarono insieme verso il portone di una palazzina vicina, mentre l'uomo magro e scuro se ne and fumando e a passo lento verso un'osteria poco distante. Maione scelse i due.
Buss vigorosamente alla porta della casa, venne ad aprire il ragazzo. Nessuna paura, nessun disagio: solo curiosit, poi un barlume di consapevolezza; Boccia doveva aver raccontato della loro visita.
Maione fu fatto entrare, gli fu offerto un bicchiere di vino che rifiut. Coi due uomini c'era una donna molto anziana, forse la nonna del ragazzo. Maione chiar il motivo della visita, ma ebbe l'impressione che non ce ne fosse alcun bisogno.
- S, brigadie', potete stare sicuro: Aristide era fuori con noi, - gli disse l'uomo. - Non avremmo potuto uscire, altrimenti.
Maione chiese:
- E perch?
L'uomo fumava tenendo la sigaretta all'interno della mano, chiusa a coppa, per l'abitudine al vento.
- Noi usiamo la rete a sciabica. Sapete che vuol dire?
Maione si strinse nelle spalle.
- E io ve lo spiego. Dunque, la rete a sciabica ha due capi: uno viene calato in mare legato a un'ancora, cos la rete resta ferma; l'altro rimane sulla barca, che fa un giro a cerchio trascinandola. Servono due persone per lato, e ne servirebbe un'altra per controllare i pezzi di stoffa colorata posti sulle cime, per vedere che si proceda con ordine, altrimenti la rete si arravoglia. Noi facciamo a meno di questa quinta persona, dividere per cinque sarebbe impossibile, e uno, in genere proprio Aristide, mentre tiene un capo controlla pure le cime.
Maione chiese:
- E quindi?
L'uomo allarg le braccia:
- E quindi  gi difficile in quattro, in tre sarebbe impossibile.
- E non avreste potuto sostituirlo? Non dico che l'abbiate fatto, sia chiaro.
Il ragazzo fece un risolino e disse:
- Davvero? E chi ci verrebbe, a fare una fatica cos? E poi ognuno  impegnato con la barca sua.
Il brigadiere non ebbe pi fortuna con l'altro uomo, occupato a ubriacarsi nell'osteria del borgo. Il quarto componente dell'equipaggio, l'individuo magro e scurissimo di pelle, rispose infatti a monosillabi, confermando la presenza di Boccia in barca il venerd "come in ogni altro giorno che il Padreterno manda sulla terra".
Mentre Maione andava via, per, gli disse:
- Brigadie', Aristide  un uomo veramente perbene, e Garofalo era un bastardo della specie peggiore. Avesse fatto a me la stessa cosa, io gli avrei strappato il cuore dal petto a morsi.
La frase durissima, detta da quella bocca in mezzo a una faccia cos nera che a stento si distingueva nel buio, fece venire un brivido al poliziotto, che rispose:
- Esiste una giustizia, sapete. Nessuno se la pu fabbricare con le mani sue, la giustizia.
L'uomo annu, e disse:
- La giustizia esiste, s. Ma se vi stanno levando un figlio, la giustizia ve la fate voi. Ve lo dico io.
Parlava di Boccia e del suo bambino, ma Maione avvert come un vuoto nello stomaco.
Il pensiero di Vincenzino, e dell'orribile fischio che veniva dalla culla, gli fece sentire il bisogno di passare per la casa del pescatore prima di andarsene via dal borgo.
Fuori la porta che dava sulla piazzetta c'era Alfonso, il figlio maggiore, che giocava con un cane dal mantello chiazzato di marrone dall'aria familiare. All'interno, in maniche di camicia e chino sul lettino, c'era il dottor Modo.
- Oh, mio caro brigadiere. Adesso siamo pure alle visite domiciliari su ordinazione, avete visto? L'amico vostro d gli ordini e io devo correre.
- E va bene, dotto', una volta tanto per non vi chiamiamo a vedere qualche morto, no?
Modo si pass una mano sulla fronte, ravviandosi i capelli bianchi che gli pendevano davanti agli occhi
- Per ci andiamo vicino pericolosamente, direi. Questo bambino  in condizioni pessime, mi sa che sono arrivato giusto in tempo. Teneva una febbre altissima, fortuna che di costituzione  forte.
In disparte stavano entrambi i genitori, vicini e terrorizzati. Il volto della madre era pallido e segnato dalle notti in bianco, il padre non aveva ancora smesso gli indumenti da lavoro.
Maione gli volle fare coraggio:
- Non vi preoccupate, il dottore Modo, qua, come vi ha detto il commissario,  l'unico medico a Napoli che fa i miracoli.
Modo finse un moto di fastidio:
- S, i miracoli chiedeteli al vostro Dio, che un altro poco  pure il suo compleanno. Io sono uno scienziato, e da scienziato vi dico che  un crimine lasciare che un bambino si riduca in questo stato, quando sarebbe bastata una cura semplice fatta all'inizio della malattia per guarirlo.
Boccia parl con tono cupo:
- Dite bene, dotto'. Ma le medicine costano, e se uno deve scegliere se far mangiare i figli o curarli, spera che il bambino guarisca con le forze sue.
Modo era irritato:
- E sbagliate, a pensare cos! Almeno venite in ospedale, no? Chiedete quanto  grave, informatevi!
Maione sorrise ai Boccia:
- Non vi preoccupate, quello il dottore fa cos, strilla e si incazza, ma poi risolve tutto. State tranquilli.
Il medico lo guard in cagnesco, poi si concentr di nuovo sul bambino. Dopo alcuni minuti si sollev, rassettandosi le bretelle e stringendo la cravatta allentata.
- Ora febbre non ne ha pi. Bisogna aspettare l'effetto dei medicinali che gli ho dato. Tra... vediamo... sei ore gli dovete far prendere queste pillole, e fra otto queste altre. Se tossisce o sentite di nuovo il fischio, signo', gli date un cucchiaio di questo sciroppo qua. Mi avete capito bene?
Boccia fece un passo avanti e guard Modo con orgoglio:
- Dotto', io le medicine non ve le posso pagare. E nemmeno la visita.
Modo guard Maione e poi rispose:
- E chi vi ha detto che mi dovete pagare, o che dovete pagare le medicine? Non avete sentito, che io sono il medico al servizio personale del commissario Ricciardi e del brigadiere Maione, qua? State tranquillo, non mi dovete nemmeno un centesimo. Ci vediamo domani sera, vengo a controllare.
Maione segu lo sguardo dei genitori, che osservavano il sonno finalmente sereno di Vincenzino. Al di l della finestra, il mare faceva sentire il suo lento sciabordio sulle barche ormeggiate.
La donna si distese in volto; era la prima volta che il brigadiere la vedeva serena.
- Dotto', allora permetteteci di farvi trovare un po' di pesce. Domani  l'antivigilia di Natale.
Modo la guard compiaciuto:
- Ecco, cos toccate le corde del mio animo. Grazie, signora, accetto volentieri.
Fece un lieve fischio, e dall'ombra usc una sagoma scodinzolante che lo segu nel cono di luce di un lampione. E se ne and, alzando il bavero del cappotto e calzandosi in testa il cappello.

44.

Ricciardi si sentiva intirizzito per il freddo e con le idee molto confuse.
Il giro per le poche aziende di importazione ed esportazione che lavoravano nell'ambito del porto non aveva fornito alcun risultato: i responsabili ricordavano vagamente che Lomunno, nei giorni precedenti, era passato a chiedere un lavoro, ma non avrebbero saputo dire esattamente nemmeno la data, figurarsi l'orario. Alcuni non lo avevano neppure ricevuto: non c'era posto, o temevano di mettersi contro la milizia per aver assunto uno che quelli avevano cacciato con disonore. Tutti per confermarono di aver avuto di lui, nei contatti precedenti al suo licenziamento, un'impressione molto positiva e di essere rimasti sorpresi delle accuse e dell'arresto.
Un uomo, responsabile amministrativo di una societ di armatori, gli disse che aveva addirittura l'impressione che non tutti, nella milizia, fossero convinti della colpevolezza di Lomunno e che avessero mal sopportato il defunto Garofalo, la cui irreprensibile facciata non convinceva molto.
Quell'ultimo colloquio spinse Ricciardi, d'impulso, a fare un altro passaggio per la caserma Mussolini, forse anche per riscaldarsi un po'.
Il miliziano alla porta era lo stesso dell'ultima volta, e infatti lo riconobbe salutandolo col solito entusiasmante battitacco. Chiese direttamente del console e, dopo un breve scambio di comunicazioni al citofono, arriv il soldato che stazionava all'impiedi fuori la porta del comandante, per condurlo da lui.

L'accoglienza fu abbastanza cordiale; il console gli venne incontro attraverso il suo immenso ufficio:
- Commissario, eccovi qui. Stavolta il vostro arrivo non  stato preannunciato, come mai?
Ricciardi fece una smorfia:
- Buonasera, console. Avrebbero dovuto leggermi nel pensiero; l'ho deciso due minuti fa, di venirvi a salutare.
Freda rise, divertito:
- Ah, ecco: l'unico modo di prevenire le segnalazioni. Che posso fare, per voi? Come stanno andando le indagini?
- Non benissimo. Abbiamo seguito, stiamo seguendo un paio di piste. Purtroppo, o forse per fortuna, non basta che qualcuno abbia un ottimo motivo per uccidere, per poi farlo in realt.
Il console si lasci cadere nella poltrona:
- Capisco. E mi rendo conto delle difficolt; certe situazioni possono essere di complicata lettura.
Ricciardi si sporse in avanti:
- Signor console, vi devo chiedere una cosa. E ve la devo chiedere in veste non ufficiale, come non ufficialmente sono qui stasera. Per quale motivo ci avete indirizzati verso Lomunno? Quando siamo venuti, l'altro giorno, avete fatto in modo che avessimo tracce e indizi di quello che era successo all'epoca, per cui Lomunno era stato cacciato dalla milizia e Garofalo promosso. Perch?
Freda rivolse lo sguardo alla finestra, nonostante ormai fuori fosse scuro. Sembr riflettere a lungo sulla risposta.
- Quando abbiamo saputo della tragica fine di Garofalo, tutti qui abbiamo pensato a Lomunno. Aveva grosse motivazioni, ammetterete, per... fare questa cosa. E quanti di noi, non ufficialmente, lo avevano incontrato appena era uscito di galera, avevano riferito di un uomo esacerbato dalla rabbia e dal dolore, per la moglie morta, per la carriera perduta, per la condizione in cui vive con i figli. Sia chiaro, commissario: nessuno ha il bench minimo elemento indiziario a suo carico; ma che fosse stato Lomunno ci poteva stare. Per, ecco, noi qui dentro a forza di lavorare fianco a fianco impariamo a conoscerci. E Lomunno piaceva a tutti, al contrario di Garofalo.
Ricciardi aspettava:
- E quindi?
- E quindi, - continu il console, - abbiamo preferito che la situazione la apprendeste da noi, piuttosto che da un freddo rapporto giudiziario o dalla maldicenza della gente. Tutto qui.
Ricciardi rifletteva velocemente: era cruciale sapere se il console, e quindi la milizia, sospettava che Garofalo avesse altri affari loschi in piedi, che taglieggiasse i pescatori. Indirizzare le indagini su Lomunno poteva essere un modo per coprire quella che per il corpo era un'ulteriore vergogna.
- Dalle nostre indagini, per ora, non  venuto fuori un movente diverso, che possa aver indotto qualcun altro a uccidere i coniugi Garofalo. Allo stato, quindi, Lomunno  l'unico sospettato.
Sul volto di Freda si dipinse quello che a Ricciardi sembr un autentico dispiacere.
- E allora vi prego, commissario: cercate ancora. Noi qui siamo tutti convinti che il povero Lomunno abbia pagato abbastanza il suo errore, che poi  stato solo di fidarsi di un sottoposto infedele. Non crediamo che sia stato lui. Non ve lo chiedo da comandante della legione, n da vecchio ufficiale della marina militare. Ve lo chiedo da uomo e da padre: fate in modo che Lomunno sia accusato solo se davvero siete persuaso che non pu essere stato che lui.
Ricciardi fiss a lungo il volto di Freda e si convinse che della vita di Garofalo era tutto ci che sapeva. E cap pure che accusare i Boccia avrebbe reso liete un sacco di persone, in quella caserma.
- D'accordo, console. Ve lo prometto. Cercheremo ancora. Ma per adesso non abbiamo nulla in mano. Casomai vi tornasse in mente qualcosa, o venisse a galla qualche altro elemento, non esitate a farmi chiamare.

Per la decima volta, and nel salotto a guardare il vecchio orologio a pendolo che segnava rumorosamente il passare del tempo. Lucia Maione era nervosa, e ogni singolo secondo aggiungeva ansia al suo stato d'animo. L'indagine, d'accordo. I primi giorni che sono i pi importanti, sicuramente. Le piste che non si possono mollare, certo. Il mondo pi sicuro senza assassini, anche per i nostri figli, come no. Ma le assenze, gli sguardi nel vuoto, le mancate risposte alle domande, quelli sono segnali: e io, per scema, non mi faccio pigliare da nessuno.
Ragione per cui chiam la pi grande delle figlie, una bambina, per carit, ma sufficientemente adulta da badare ai fratelli per un'oretta, e le diede qualche indicazione; dopo di che prese il cappotto, il cappello e i guanti e scese di casa, furtiva e determinata.

Mai dare per finita la giornata, prima di aver chiuso dietro di s la porta di casa: un principio cardine di un suo vecchio capo. Ricciardi pens alla sua voce gracchiante e graffiata da un milione di sigarette quando, ripassando in questura solo per vedere se c'erano novit, si trov di fronte a una Livia sorridente e sfavillante in una toilette nuova di zecca.
- Eccoti, finalmente. Pensavo di assumere qualcuno dei tuoi colleghi, qui, per farli indagare su dove ti trovassi. Rischiamo di fare tardi, lo sai?
Ricciardi cadde dalle nuvole, senza cessare di prendersela col suo eccessivo zelo: se se ne fosse andato direttamente a casa dal porto, ora non si sarebbe trovato in imbarazzo.
- Tardi per che cosa? Scusami, Livia, ma sono davvero stanco;  stata una giornata durissima.
Il sorriso della donna non cal di un millimetro: era decisa a prendersi la sua serata.
- Guarda, Ricciardi, che non sento ragioni. Dio sa quello che mi ci  voluto per trovare questi due biglietti per il Kursaal, ho dovuto millantare conoscenze che non ho per ottenerli, e voglio andarci. E tu, stavolta, mi accompagnerai.
- Davvero, Livia, non mi pare una buona idea. Guardami, ho camminato tutto il giorno, sono sporco e in disordine. Ti farei fare brutta figura.
Gli occhi della signora si riempirono di lacrime di frustrazione. Il labbro inferiore le trem, e rivolse altrove lo sguardo.
- Sai, non credo di meritarmi questi tuoi continui schiaffi. Non ti sto chiedendo niente, in fondo, se non di accompagnarmi a teatro. Non mi pare tanto, no?
Ricciardi non aveva esperienza sufficiente per contrastare una delle maggiori forze della natura, cio le lacrime di una donna. E poi sapeva leggere, e tra le righe delle parole di Livia c'era scritto: quando tu hai avuto bisogno di me, io c'ero. Infine, un involontario pensiero and alle imposte ostinatamente chiuse della finestra di fronte.
Sospir, e disse:
- D'accordo, ti accompagner. Ma dopo il teatro devo andare subito a casa: domani mi aspetta un'altra giornataccia.

45.

Sapeva che avrebbe dovuto tornare a casa, dove lo aspettavano moglie e figli. Aveva fame, il freddo che diventava pi intenso di minuto in minuto gli entrava nelle ossa.
Eppure, il brigadiere Maione si ritrov a ora di cena, quando le botteghe stavano chiudendo i battenti, a San Gregorio Armeno, attirato come una falena da una lanterna in una notte d'estate.
Era tornato in questura dal borgo, per vedere se era successo qualcosa. Il commissario non era ancora rientrato, ma nel cortile c'era la macchina della signora Vezzi che lo attendeva; si era detto che magari, per una volta, il commissario avrebbe anche potuto godere della compagnia di una bella donna, lui che era giovane e solo.
Aveva guardato l'ora sull'orologio che teneva nel taschino della giubba: il turno era finito. Era il momento di tornare a casa. Si era anche avviato per andarci, a casa, cominciando la salita che da via Toledo portava alla Concordia e agli occhi azzurri di Lucia.
Lucia. Il pensiero di lei lo aveva richiamato, come un'accusa sulle spalle, ad andare con la mente a Biagio Candela, l'uomo che aveva ucciso Luca. I piedi allora avevano cambiato strada, per conto loro: si erano diretti a piazza del Ges, e da li attraverso via Tribunali verso la strada dei figurari.
Cosa stai cercando?, si chiese. Che vuoi vedere? Che vuoi sapere?
Del suo lavoro amava la semplicit: accadevano fatti illeciti, e lui doveva trovare i responsabili per fare in modo che pagassero. Era facile. Stavolta invece si sentiva in un labirinto, condannato a girare e girare in tondo, alla ricerca di un'uscita che forse non esisteva. Non sapeva cosa stesse facendo.
Invidiava Franco Massa, che aveva le idee chiare: il ragazzo doveva pagare, perch aveva commesso il pi terribile dei crimini.
Ma, si diceva Maione, qui non c' bisogno soltanto di un poliziotto. Qui mi si chiede di fare il poliziotto, il giudice e il boia. Una cosa  mettere in ceppi un criminale, un'altra  guardarlo vivere, lavorare, amare e poi volerlo morto.
Era arrivato davanti alla bottega dove aveva visto Biagio intagliare davanti a un piccolo pubblico ammirato. Adesso non c'era nessuno, anche se la via recava ancora le luci e gli addobbi natalizi che sarebbero stati rimossi solo dopo l'Epifania, secondo tradizione. Cerc l'ombra di un androne, e si mise a osservare quello che succedeva.
I battenti erano accostati, il proprietario, l'uomo che si era intrattenuto con lui, era alla cassa e contava i soldi, visibilmente soddisfatto. A qualche metro, il ragazzo biondo spazzava i trucioli dal pavimento. Gli si strinse il cuore: da lontano e per un momento aveva confuso l'assassino con la vittima; Biagio aveva i capelli dello stesso colore di Luca, che poi era quello dei capelli di sua moglie Lucia.
L'occhio allenato vide, prima ancora che fossero nella luce del lampione che pendeva al centro della strada, tre giovani che camminavano spediti verso la bottega. Dapprima con un'andatura lenta, da sfaccendati che tiravano tardi; poi avevano preso una camminata pi decisa. Gli occhi di quello davanti erano fissi sul denaro che era nelle mani del proprietario della bottega..
Maione si rese conto di quello che stava per succedere, e contemporaneamente vide arrivare la giovane moglie del ragazzo biondo, con la bambina per mano e il bambino in braccio.
Guard la strada da un lato e dall'altro: non veniva nessuno. L'istinto lo portava a intervenire, ma se l'avesse fatto, in quelle circostanze cos particolari, avrebbe rivelato il proprio appostamento e lo avrebbe dovuto spiegare. Esit per un lungo minuto.
I giovinastri erano arrivati alla porta della bottega: due si disposero in corrispondenza dei battenti, l'altro fece per entrare.
Gli eventi si susseguirono velocissimi: il rapinatore sfoder un coltello e si avvicin alla cassa; Biagio si par con un balzo davanti a lui, con in mano la lama che aveva usato al mattino per intagliare la testa della vecchia; l'uomo fece per colpirlo, ma lui lo schiv; la moglie, accortasi di quanto stava accadendo, lanci un urlo che fece affacciare qualcuno alle finestre; i due alla porta si guardarono e si dileguarono nell'ombra.
Maione comprese che Biagio, pur brandendo il coltello con molta pi abilit dell'avversario, si limitava a scansarne i colpi e non tentava di ferirlo a sua volta. Decise di aver visto abbastanza e, dall'ombra dove si trovava, tir fuori il fischietto che utilizzava per avvertire della sua presenza e soffi forte. Al suono acuto, il rapinatore si gett all'indietro e si diede alla fuga risalendo il vicolo.
Il proprietario tremava come una foglia, e guardava attorno smarrito chiedendosi dov'erano i poliziotti che avevano fischiato. La ragazza, in lacrime, si era gettata fra le braccia del marito, pallido alla luce delle lampadine decorative. Lanci il coltello lontano, come se scottasse, e la lama rotol a terra, fuori la porta della bottega.
Tutto era durato meno di due minuti.
All'improvviso Maione prov una fortissima nostalgia di casa. Usc dall'ombra e si avvi sulla strada del ritorno, col cuore ancora pi pesante.

Ricciardi fu sorpreso da quanta gente ci fosse, con quel freddo, sui marciapiedi davanti al cinema-teatro Kursaal, nell'elegante via Filangieri. Si respirava il clima dell'attesa: tutti erano molto eleganti, si rideva e si fumava sbattendo i piedi a terra e interrogandosi sul clima.
Livia, in macchina, gli aveva spiegato che questa dei tre fratelli era una compagnia in forte ascesa, che cominciava a farsi un nome importante anche fuori dalla citt. Si trattava, gli aveva detto, di tre persone molto diverse e perfettamente compatibili sulla scena: la sorella, brutta ma bravissima, in grado di far ridere e far piangere senza difficolt; il fratello minore, dall'istintiva, bruciante vis comica, giovane ma gi in grado di trascinare la platea in risate travolgenti; il fratello maggiore, capo della compagnia e autore del testo di quella sera, un genio del palcoscenico che si diceva avesse un carattere molto difficile.
Ricciardi aveva chiesto come mai una prima in una data cos insolita, due giorni prima del Natale. Livia aveva risposto che quello era il bello: la commedia, un atto unico, rappresentava proprio il Natale vissuto in una famiglia borghese della citt.
La donna era eccitata, ma l'evento teatrale non c'entrava: era riuscita a coinvolgere un uomo cos refrattario a ogni forma di divertimento sociale, e quella disponibilit, anche se fortemente sollecitata, l'aveva intenerita. Era l, con lei, al suo fianco. Le bastava: per quella sera, almeno.
Presero posto, al solito osservati con curiosit da molti. La bellezza esotica di Livia e la rilevanza delle sue amicizie l'avevano resa un centro dei pettegolezzi dell'alta societ cittadina; ci si chiedeva, in tutti i salotti, come mai una donna cos non avesse un marito o almeno un paio di amanti, giacch erano in tanti a proporsi con asfissianti corteggiamenti. E pi lei declinava cortesemente inviti, maggiore era il numero degli uomini che mandavano fiori e dolci, e delle donne che asserivano di averla vista qua e l in equivoche compagnie.
Per questi motivi, vederla accompagnata era uno spettacolo nello spettacolo: e da quello strano individuo, poi, che nessuno in societ aveva mai visto e il cui nome era ignoto. Vestito in maniera ordinaria, assurdamente privo di cappello, l'aria stranita e l'atteggiamento diffidente, incuriosiva tutti; si pens che fosse qualcuno venuto da fuori, magari da Roma, e come tale fortemente implicato nel regime. Con quegli strani occhi verdi che spiccavano sul volto affilato, ispirava pure un vago timore, come se potesse vedere cose che gli altri non vedevano.

La commedia fu divertente e perfino Ricciardi, stanco e distratto da mille pensieri, in certi punti sorrise e in altri si intener. Alcuni elementi oltretutto lo riportavano all'indagine che stava svolgendo, come i costanti riferimenti al presepe: un'ulteriore dimostrazione di quanto fosse importante la rappresentazione artigianale della nascita di Ges per la gente di quella citt.
Pens a quanto gli aveva detto don Pierino, nel pesante odore d'incenso della chiesa di San Ferdinando: ogni figura, ogni costruzione  un simbolo. Nulla  casuale, ogni cosa ha un significato. E si disse che cos forse era tutta la citt, che immagin vista dal piazzale di San Martino, migliaia di piccole finestre illuminate, apparentemente uguali tra loro e invece ognuna con una sua storia, una sua famiglia, un suo dramma.
In fondo, riflett, non  che un presepe che dura tutto l'anno, questa citt. Un immenso presepe vivente, che brulica di amori, fame, odi e rancori, che si ripara dal caldo e dal freddo come meglio pu e medita come migliorare la propria terribile condizione. Un presepe i cui pastori sono pronti a tutto.
Un presepe di cui una parte, una gran parte, la vedeva solo lui: quella costituita dalle urla di coloro che erano stati strappati alla vita, che per quanto disperata fosse, era l'unico bene che avevano.
L'opera si concluse con un gran successo. Ricciardi colse uno sguardo in tralice tra i due fratelli, quando furono chiamati sulla ribalta ad accogliere il convinto applauso della platea, ma forse era stata una sua impressione. Gli mise tristezza pensare di essere diventato, per deformazione professionale, uno che cercava i sentimenti negativi, come la gelosia, anche quando non ce n'era fondamento.
Livia, radiosa e attaccata al suo braccio, prov a convincerlo ad andare a cena insieme, seguendo il flusso degli spettatori che non volevano concludere la serata, ma Ricciardi riusc a resistere; la donna, del resto, adesso vedeva i segni profondi della stanchezza sul suo volto e non voleva tirare troppo la corda. Per quella sera andava bene cos.
Quando furono sotto casa di Ricciardi, a via Santa Teresa, lui la salut e fece per scendere dall'automobile; lei gli mise la mano sul braccio, e gli disse:
- Grazie. Grazie, Ricciardi. Mi hai fatto un meraviglioso regalo, stasera; non lo dimenticher.
E prima che lui potesse rispondere, pos le labbra sulle sue in un rapido bacio.
Istintivamente il commissario, appena in strada, rivolse lo sguardo alla finestra di Enrica, e per la prima volta fu contento di vederla chiusa.

La vecchia Enrica avrebbe atteso, come la nuova, dietro le imposte chiuse il ritorno dell'uomo che amava, preoccupata dalla luce spenta e dall'ora tarda.
Avrebbe percorso silenziosa, come la nuova Enrica, la distanza tra camera sua e la cucina che affacciava in strada, per non svegliare i genitori; e avrebbe tenuto fra le mani un bicchiere d'acqua, per fornire una spiegazione incidentale a qualche famigliare nottambulo.
La vecchia Enrica, che era esistita fino a quella mattina, avrebbe assistito col cuore in gola all'arrivo della lucente vettura a un'ora cos tarda, e alla sosta della stessa davanti al portone del numero 107 di via Santa Teresa. Proprio come la nuova.
Similmente alla nuova Enrica, la vecchia avrebbe aguzzato gli occhi dietro le lenti recuperate frettolosamente dal comodino, per vedere quello che succedeva nella macchina in attesa col motore ronfante nel buio, come una tigre di Salgari nella giungla; e avrebbe visto, sul sedile posteriore illuminato dal lampione, la sagoma pi piccola farsi vicina a quella pi alta, per parlarle meglio. Prima di fare uno scatto della testa in avanti, come un serpente velenoso, e accostarsi all'altra in quello che inequivocabilmente a entrambe le Enriche sarebbe sembrato un bacio.
E la vecchia Enrica, come d'altronde la nuova, avrebbe visto l'uomo di cui era perdutamente innamorata scendere dalla vettura che ripartiva uscendo finalmente dalla vista, e guardare in alto, proprio verso di lei che era invisibile nel buio, dietro le imposte chiuse, prima di sospirare e aprire a testa bassa il portone per andare a dormire.
La vecchia Enrica si sarebbe sentita disperata, e forse si sarebbe chiusa in camera a singhiozzare in silenzio. Ma la vecchia Enrica non esisteva pi.
La nuova Enrica strinse gli occhi a fessura, serr la mascella e sorrise felina. Poi mormor: e va bene. Va bene.
E se ne and a letto.


46.

La mattina del 23 dicembre comunic al mondo che ora non si poteva pi scherzare, perch il Natale era arrivato.
Il cielo era del colore del piombo per la pesante coperta di nuvole grigie in attesa, arrivate dal Nord a convegno durante la notte e decise a partecipare ai festeggiamenti in qualche modo, per ora noto soltanto a loro.
L'aria era come sospesa, fredda e inospitale come si conviene, per rendere chiaro a tutti che il posto riservato agli esseri umani era al chiuso e al coperto, col suono delle canzoni e delle risate, al caldo delle stufe e dei camini e alla luce delle mille lampade e lampadine che decoravano le sale, aperte per l'occasione.
Le strade erano percorse dagli stessi pedoni, ma con una differente ansia. Il tempo era scaduto, i regali dovevano essere stati gi acquistati o almeno decisi, i menu stabiliti, gli ingredienti dovevano essere ormai nelle dispense e le decorazioni al loro posto. Chi non aveva ancora finito di comprare si aggirava torvo, in preda a un vago senso di colpa, rassegnato a spendere di pi e peggio dei previdenti che si erano mossi con largo anticipo.
Eppure la merce c'era ancora, ad attirare i clienti in un ultimo, disperato e ammaliante richiamo.
Le botteghe gareggiavano in mostre ricche di fantasia, proponendo pareti di salumi pendenti su montagne di fichi secchi e datteri, adornate da fili d'argento e d'oro; invadendo il marciapiede con sacchi di mandorle e noci e castagne, sotto archi di fronde e di rami intrecciati.
Anche i macellai si giocavano le ultime carte, esponendo tutta la merce residua: a fare da sfondo nelle vetrine i quarti di bue e di maiale, puliti attentamente e annaffiati a intervalli per dare l'impressione della bont e della giovent degli animali defunti, davanti l'avanguardia di capponi, tacchini, galline e conigli, con piume e pelo o scuoiati, a far paura ai bambini coi loro occhi vitrei.
Spettacolari le vetrine dei dolcieri, al centro delle quali si stagliava un Bambinello di zucchero filato, traboccanti di ogni genere di croccante, di colline di struffoli, le palline di pasta fritta guarnite con miele e confetti colorati, di cassate; e degli immancabili dolci tradizionali, dalle coloratissime paste di mandorla disposte su ostie tagliate a misura ai taralli duri a base di mandorle chiamati roccoc; dai mustacciuoli a forma di rombo ricoperti di glassa di cioccolato agli speziati quaresimali profumati; dalle pignolate a mezza luna ai susamielli, i delicati serpentelli alla cannella. E i raffioli, le sapienze, le pasticelle ripiene di crema alla castagna e chiodi di garofano, alla disperata ricerca di un'ultima tavolata che li potesse ospitare, come i quintali di loro simili gi venduti nei giorni passati.
I1 23 dicembre  l'ultima occasione.
Lo sanno i verdummari, seduti con lo sguardo stanco e preoccupato al centro delle loro installazioni elaborate. Hanno vegliato per una settimana, alternandosi alla guardia con mogli e figli di notte, perch gli scugnizzi non rubacchiassero la merce esposta. Hanno costruito finte grotte della Nativit, intrecciando rami di limone e di arancio coi frutti ancora appesi, mescolando sapientemente il verde dei broccoli, l'arancione dei mandarini, il giallo dei grossi limoni di Sorrento, fiancheggiati dalle appese di meloni e pomodorini e a far da corona alle piramidi di fichi d'India, mele e pere.
Il freddo  benvenuto, perch diminuisce il flagello degli insetti, ma quello che non  stato ancora venduto il 23 rischia seriamente di restare a marcire; ecco il perch del tono supplichevole delle offerte ai passanti, cos diverso dal trionfante richiamo delle mattine precedenti, quando le voci risuonavano allegre chiamando a raccolta le massaie.
Adesso si prega, si scongiura: comprate, comprate. Abbiate piet.
Perch il 23 di dicembre  l'ultima occasione.

Maione e Ricciardi si ritrovarono nell'ufficio di quest'ultimo, davanti al surrogato del brigadiere, con la consapevolezza di essere giunti a un crocevia decisivo per l'indagine sulla morte dei Garofalo. Le notizie che avevano raccolto, ognuno per la sua parte, al borgo e nel porto non avevano aggiunto n tolto niente alla fragilit della condizione dei sospettati, proprio come avevano immaginato.
Maione esord:
- Insomm, commissa', siamo di nuovo punto e a capo, come ieri e come ieri l'altro. Lomunno e i Boccia, sempre se non  stato qualche altro pescatore che fino a mo' non  uscito in mezzo; perch ricordiamoci che i Boccia intanto li abbiamo trovati, perch sono andati a casa dei Garofalo qualche giorno prima. Se gli assassini veri si fossero appostati sotto al palazzo, in attesa che il custode faceva la sua sosta in osteria per entrare senza essere visti da nessuno, noi che ne potremmo sapere?
Ricciardi fu d'accordo:
- Infatti. Se fossimo di quelli che devono sbattere per forza qualcuno in galera, per chiudere una pratica, potremmo indifferentemente mettere dentro sia Lomunno che i Boccia. Il primo magari si  tolto lo sfizio in un momento di disperazione, i secondi non avrebbero come difendersi perch la testimonianza dei compagni di barca non  attendibile pi di tanto. Per tu e io sappiamo che il fatto che uno possa aver ucciso, e abbia delle buone motivazioni per averlo fatto, non significa che poi l'abbia fatto veramente; e non siamo di quelli che buttano uno che forse  innocente in galera, no? Altrimenti, avremmo fatto i giudici, non i poliziotti.
Altrimenti avremmo fatto i giudici, pens Maione.
- E allora, commissa', mo' che dobbiamo fare? Servirebbe qualcosa che li faccia venire fuori, che li tradisca. Qualcosa di imprevisto.

Ricciardi rifletteva, nella caratteristica postura con le mani giunte davanti alla bocca, gli occhi perduti sul ripiano della scrivania.
- Qualcosa di imprevisto. Sai, Raffaele, ieri sono stato a teatro: Livia mi ci ha trascinato. Ho visto quest'atto unico sul Natale, quello dei tre fratelli.	
- E come no, commissa', ho presente, quelli sono bravi veramente, ne parla tutta la citt.
- E cos, sono bravi, pure se io non ne capisco molto di teatro, lo sai. E comunque, a un certo punto si trovano tutti insieme, e i nodi vengono al pettine. Chiss, forse avremmo bisogno di questo, di un incontro.
- Un incontro probabilmente ci sar. Oggi  il 23 dicembre, il giorno conclusivo del mercato del pesce a via Santa Brigida.
- Conclusivo? In che senso? Maione sorrise:
- Io mi scordo sempre che voi non siete di qua e quindi qualche tradizione cittadina vi sfugge. Praticamente nel periodo natalizio, per comodit dei clienti e dei commercianti, il pesce si vende tutto in una strada, appunto via Santa Brigida, qui vicino. Si mettono tutti l, coi vasconi di legno dipinti d'azzurro per dare l'idea del mare, e la gente si va a prendere il pesce per la cena della vigilia e il pranzo di Natale. E una specie di lotta, i commercianti vogliono vendere presto e a prezzi alti, i clienti aspettano l'ultimo momento per comprare a prezzi bassi, correndo per il rischio di non trovare pi niente.
Rcciardi ascoltava:
- E allora? Perch ci dovrebbe essere questo incontro?
- Perch tutti gli operatori del settore del pesce, inclusi i lavoranti sporadici, si ritrovano l. Sicuramente ci saranno Boccia e i suoi compari, per guadagnare di pi dalla vendita diretta del pesce, e forse pure Lomunno, con qualche commerciante che ha bisogno di braccia.
Ricciardi annu:
- In effetti ieri al porto l'ho sentito dire da un tizio, che lo avrebbe visto oggi al mercato. Allora intendeva proprio questa vendita di via Santa Brigida.
Maione assent:
- Non poteva riferirsi ad altro. Facciamoci questa passeggiata, commissa', magari nel primo pomeriggio quando ci sar pi gente, ora corriamo il rischio che i pescatori approfittino per fare un'altra uscita con le barche. E ci sar magari pure una squadra della portuaria, per controllare i movimenti delle merci.
Ricciardi si gratt brevemente la ferita che si era ormai rimarginata:
- A dirti il vero, c' sempre la simbologia del san Giuseppe a solleticarmi. Che avranno voluto dire, frantumando quella statuina?
Maione scosse la testa.
- Non lo possiamo sapere, commissa', finch qualcuno ce lo confesser.
Ricciardi fece una smorfia triste:
- Se qualcuno lo confesser.

47.

Io sono un poliziotto, pensava Maione. Un poliziotto.
Quella notte, nell'agitazione di sogni incoerenti, ricordava le proprie mani. Ricordava che si trovava in un vicolo deserto, che non conosceva: che lo percorreva per tutta la sua tortuosa lunghezza, salite e discese, per ritrovarsi nello stesso punto da cui era partito.
E allora si rimetteva in cammino, e camminando provava un mortale senso di stanchezza, e soprattutto un intorpidimento alle mani.
Se le guardava e se le riguardava, nel sogno: non le riconosceva. Gli sembravano parti estranee, due animali dotati di una propria vita, completamente separata dalle sue braccia e dalla sua volont. Gli prendeva l'ansia, e ricominciava a camminare, anzi a correre, e lo inseguiva Franco Massa, che lo chiamava Orso come quand'erano bambini, e gli diceva: lo devi ammazzare, lo devi ammazzare. Tocca a te. Per mano tua, deve succedere. Per mano tua.
E nel sogno gli si stringeva il cuore: rivedeva i due bambini, la bella ragazza bruna, e di Biagio non vedeva il viso ma solo i capelli biondi.
Per mano mia, ripeteva. Per mano mia.
Ma io sono un poliziotto, diceva a Massa nel sogno. Un poliziotto, non un giudice, non un boia. Come posso farlo?
E in fondo al vicolo, che terminava con una discesa, vedeva i due bambini che ridendo gli andavano incontro e lo chiamavano nonno. E lui da dietro raggiungeva Biagio, che non si girava, e le sue mani senza il controllo della volont gli si stringevano al collo. Per mano mia, gli
diceva' la voce nella testa. E Biagio si girava nello spasmo della morte, e Maione si accorgeva che era Luca, suo figlio, che moriva di nuovo per mano sua.
Si era svegliato madido di sudore, di soprassalto. Per fortuna, Lucia dormiva serena al suo fianco.
Approfittando del fatto che col commissario si dovevano incontrare nel primo pomeriggio per dare un'occhiata al mercato del pesce, invece di tornarsene a casa decise di andare ancora una volta a San Gregorio Armeno. La bottega dove lavorava il ragazzo era chiusa al pubblico, ma con la porta di legno accostata.
Si affacci all'interno e vide che c'era solo il proprietario.
- Brigadie', prego, accomodatevi. Un piacere rivedervi.
Maione si guard attentamente attorno:
- Scusatemi, volevo prendere un paio di pecorelle, ma vedo che siete chiusi. Come mai? E' successo qualcosa?
L'uomo emise un sospiro teatrale:
- Non potete sapere, abbiamo sfiorato una tragedia!
- E perch, che  successo?
Il proprietario del negozio gir intorno alla cassa e si piazz al centro della bottega vuota:
- Ieri sera, in chiusura, me ne stavo a contare i soldi della giornata che erano assai, perch lo sapete che questi sono periodi particolari che ci devono mantenere per tutto l'anno. E insomma, stavo qua dietro, vedete, quando entrano quattro persone mascherate, coi coltelli in mano!
Maione finse raccapriccio per la notizia, sorridendo tra s per la moltiplicazione dei banditi, all'improvviso bendati come nelle pellicole di indiani e cow-boy.
- Voi che dite, veramente? E vi hanno rapinato?
L'uomo assunse un'aria drammatica:
- Sarebbe stata una tragedia, l'incasso di due giornate intere. Mi sono visto perduto. E invece, si  buttato in mezzo Biagio, vi ricordate?
Maione neg con aria smarrita:
- No, chi ?
- Come, quel ragazzo che avete detto che era bravo, l'intagliatore, vi ricordate?
Il brigadiere finse di ricordare in quel momento:
- Ah, s, il biondino.
L'uomo fece cenno di s:
- Proprio lui. Si  messo qua, dove sto io adesso, tra i banditi e la cassa, con in mano il coltello che la mattina usava per intagliare, e ha fatto un duello con quei mariuoli, come sul palcoscenico della sceneggiata, sapete, quando c' l'ultima scena? Proprio uguale.
- E allora? Che  successo?
- E' successo che quelli, visto che le cose si facevano difficili, se ne sono scappati per il vicolo. Caso ha voluto che proprio in quel momento stavano arrivando in negozio la moglie e i bambini di Biagio, che se i ladri scappavano dall'altra parte se li vedevano arrivare addosso. Un pericolo enorme.
- Insomma, ve la siete vista brutta.
- Esatto. Siamo stati pure aiutati dal fatto che, proprio quando quelli stavano qua dentro, si  sentito un fischio come quelli che fanno gli sbir... che fate voi, insomma, coi fischietti vostri. Ma poi polizia nei dintorni non ce n'era. Mah... strano, no?
Maione fece la faccia incerta:
- Sapete, a volte qualche bambino li imita tali e quali, i fischietti della polizia.
- Metteteci poi le squadre di fascisti, che pure vanno girando attorno. Quelli sono peggio di voi, senza offesa, brigadie', prima buttano le mani e poi parlano. Per pure loro, quando servono non ci stanno mai.
Maione fiss in faccia l'uomo, un po' torvo: lui c'era stato, eccome, ma non aveva potuto venir fuori.
- E allora, come mai siete chiusi, oggi?
Il proprietario fece un largo sorriso, magnanimo:
- Ho voluto dare una mezza giornata di festa al ragazzo, pure per premiarlo per ieri. Se n' andato in Villa Nazionale, a portare i bambini a pigliare un poco d'aria e qualche mandorla arrostita, gliel'ho dato io qualche soldo. Poi oggi, dopo mangiato, riapriamo.
In Villa Nazionale, pens Maione. Una famiglia felice, a passeggio l'antivigilia di Natale.
Si avvicin al banco e prese in mano un san Giuseppe in terracotta, simile a quello di cui avevano trovato i cocci a casa dei Garofalo. Lo soppes saggiandone la consistenza.
- Bello, eh, brigadie'? I prodotti nostri, non per dire, sono raffinati, non come quelle schifezze che fanno qua attorno che non si capisce qual  la faccia e quale il corpo, per come sono dipinte malamente. Guardate che lineamenti, la barba, il bastone.
Maione aggrott la fronte:
- Ma secondo voi, san Giuseppe che rappresenta?
Intendeva il lavoro, la falegnameria, gli artigiani. E l'uomo invece rispose:
- Il padre dei figli, rappresenta, brigadie'. Tutto l'amore e tutta la sofferenza che si porta un padre addosso. Perch si dice sempre: la madre, la madre. Ma noi; che buttiamo il sangue in silenzio dalla mattina alla sera, per chi lo facciamo se non per i figli? Solo che i padri non si considerano mai. E san Giuseppe questo rappresenta, un padre che se ne sta in disparte, che lavora nell'ombra e in silenzio per tutta la vita, per il bene dei figli.
Maione ascolt, sorpreso. Poi disse:
- Tutto si fa, per i figli. Loro sono la cosa che conta di pi, no?
- S, brigadie'. Io quando ieri sera mi sono trovato davanti a quei coltelli, a questo ho pensato: che uno chiede solo di lavorare in pace, per il bene dei figli.
Il poliziotto si sent all'improvviso schiacciato da un'immensa angoscia. Il bene dei figli, s. Ma dei figli di chi?
- Grazie, statevi bene. E mi raccomando, la sera chiudete in orario: i ladri approfittano delle strade deserte.

48.

Un'uscita ancora, in quel mare freddo che sembra una tavola di vetro nero, compresso da un cielo pesante come il marmo.
Un'uscita ancora, a sfidare il tempo, a strappare un alito di vita all'acqua. Nelle ore in cui il giorno combatte con la notte, quando le luci tremano nell'aria ferma e le mani intirizzite non fanno presa sulle corde e sui remi.
Un'uscita ancora, pi breve e quindi pi disperata, coi gesti concitati e resi frenetici dal tempo e dalla necessit.
Una sola possibilit, correre da un lato all'altro della barca per essere certi che non ci siano nodi nella rete, che sotto la superficie nera le maglie non si attorciglino catturando solo s stesse, che non tirino su con fatica soltanto una massa di corde e di alghe, dopo tanta cura, dopo tanto impegno.
Una sola uscita, e nella met del tempo, per vedere che cos'altro porteremo nelle ceste di giunco sotto gli occhi di quelli il cui unico pensiero  di dover preparare il pranzo di Natale.
Un'uscita ancora, con le ossa che fanno male e che ci porteranno su una sedia a cinquant'anni o poco pi, paralizzati dal dolore, a guardare giovani che faranno la nostra stessa fine. Una sola, in quest'alba gelida del giorno prima della vigilia, cos diverso dagli altri.
Sognando di tirare su una rete piena di retunni e calamari, di boccadoro e menoli dalle pance d'argento, di astici e capitoni di mare, tanto da riempire il fondo della barca e sentirli friccicare attorno ai piedi, la loro vita per la vita nostra e dei nostri figli.
Un'uscita ancora, vita contro vita, per quei quattro soldi.
E per un altro Natale.

Ricciardi decise di passare per casa, invece di restarsene in questura fino al pomeriggio o di andare al Gambrinus per la solita sfogliatella fugace.
Era un evento piuttosto raro: normalmente non rinunciava al tempo che ci voleva per arrivare a Santa Teresa e ritornare, pi di un'ora complessivamente, che non voleva sottrarre agli impegni di lavoro e alla tediosa burocrazia che faceva da contorno.
Stavolta per voleva andare a casa. La folla che sciamava per strada nonostante il freddo avrebbe invaso il caff, costringendolo a una lunga attesa in piedi, quindi la pausa sarebbe stata pi faticosa che rilassante; ma il motivo principale non era quello.
Il motivo era Rosa. Da qualche giorno si era accorto che il rumore di fondo delle lamentele della donna sulla sregolatezza della sua vita, la poco gradevole colonna sonora delle sue ore serali, si era attenuato fino quasi a scomparire. La tata era distratta, nervosa, come preoccupata.
Dapprima era stata una sensazione, poi era divenuta una certezza. Voleva chiederle come si sentiva, se accusava qualche malessere; voleva chiederglielo, anche se sapeva che questo l'avrebbe esposto a una lunga tirata sulla solitudine, sulla necessit di mettere su famiglia, su tutti quegli argomenti, insomma, che costituivano i cavalli di battaglia di Rosa.
Riflett, facendosi strada nella massa di gente che affollava via Toledo, sul fatto che lui una famiglia ce l'aveva, invece. Ed era proprio quella strana vecchietta, energica e semplice, fragile e fortissima che l'aveva accompagnato da quando era nato, essendoci sempre, vigile nella sua posizione di retroguardia, pi del padre morto presto, pi della madre sempre ammalata, pi di chiunque altro. La sua famiglia, che gli era cara molto pi di quanto fosse capace di dimostrare, molto pi di quanto sarebbe stato disposto ad ammettere.

Lungo la via, la folla dei vivi era punteggiata di morti. Un ragazzo caduto da un'impalcatura, dal collo spezzato, che chiamava la madre; un uomo vittima di un pestaggio, che inveiva dalla mandibola fratturata contro un certo Michele; una donna messa sotto da un'automobile al centro della strada, che recitava come una preghiera la lista delle cose che stava andando a comprare, mentre dalla gamba tranciata di netto l'arteria pompava sangue nel vuoto.
Eccomi qui, pens Ricciardi. Uno come tanti, in mezzo alla folla. N grasso n magro, n alto n basso; le piccole mani nervose affondate nelle tasche del soprabito, un ciuffo ribelle di capelli sulla fronte. Uno come tanti, in mezzo alla folla.
L'unica differenza, riflett con amarezza,  proprio la folla. La mia  fatta di vivi e di morti, di indifferenza e di dolore, di urla e di silenzi. Sono l'unico cittadino di una citt fatta di gente che  morta e pensa di essere viva, o di gente che respira e pensa di essere morta.
Arrivato a casa, apr la porta e si accorse che qualcuno, nel salotto, stava piangendo.

La Villa Nazionale era piena di gente, nonostante facesse freddo.
Era piena di gente perch anche quello era un campo di battaglia del 23 dicembre, tra gli opposti schieramenti dei venditori e degli acquirenti di ogni tipo di merce; ogni spazio libero era occupato da bancarelle, dietro le quali i commercianti tentavano di difendersi dal freddo e dall'umidit che veniva dal mare coprendosi fino agli occhi con tutti i generi di indumento.
La natura ludica del passeggio in Villa orientava anche la scelta delle merci esposte: palloncini, giocattoli in latta e in legno, dolciumi; ma anche soprammobili, ceramiche, cineserie e stoviglie. Il risultato era la solita multicolore cacofonia di richiami e di contrattazioni, sotto un cielo sempre pi scuro che non prometteva niente di buono.
Maione ci mise un po' a individuare chi stava cercando, una famiglia simile a tante altre, una giovane coppia con due bambini. Regol l'andatura su quella dei Candela, a un centinaio di metri di distanza, coperto da una cortina di persone che si preparavano al Natale con un'ultima passeggiata tra gli alberi, vicino al mare.
Non si potevano permettere una carrozzina: la bambina per mano alla madre, il piccolo a cavalluccio del padre che gli teneva i piedini con le mani. Maione not che, contrariamente alla maggior parte dei ragazzini, i figli di Biagio non chiedevano con insistenza un dolce o un giocattolo. Erano stati educati a resistere ai propri desideri, o semplicemente erano felici della passeggiata e non sentivano il bisogno di altro.
Dopo un po' si fermarono in uno spazio aperto sedendosi sul prato, non lontano dal palco dove un'orchestra rimaneggiata e infreddolita suonava arie d'opera senza cantanti. La madre sfil da una sporta un involto con dei pezzi di pane e li distribu a marito e figlia, mettendosi a ridurre in piccoli frammenti qualcosa che dava da mangiare al piccolo con le dita. Maione si appost sotto un albero, a una ventina di metri.
Che ci faccio io qui?, si chiese. Che cosa voglio da questa gente? Perch continuo a osservarli, a impararne gesti, espressioni? Non sar continuando a guardarli vivere, che capir che cosa voglio fare. O che cosa devo fare. Sar solo peggio, quando verr il momento. Sapere come sorride ai figli, averlo visto rotolarsi nell'erba con la bambina come adesso, o intagliare il legno con la mano sinistra e la lingua in mezzo ai denti come un ragazzino, o rischiare la vita per salvare da una rapina soldi che non sono suoi, non mi aiuter. Nemmeno un po'.
Attorno, la Villa brulicava di frenesia, di attesa per il futuro, di entusiasmo e di ottimismo. Le espressioni delle persone erano allegre, la povert e la disperazione sembravano lontane e invece stavano l, appena sotto la superficie della festa che stava per arrivare e che sarebbe passata fin troppo presto.
Maione era confuso, impaurito. Per la prima volta nella vita, il giusto e lo sbagliato si scambiavano continuamente posto dentro di lui, perdendo i contorni e trasformandosi in concetti sospesi e inafferrabili come quel palloncino sfuggito di mano al suo piccolo proprietario, che volava nel cielo grigio.
Sent il freddo addosso, e si rese conto che veniva dall'interno. Avrebbe voluto qualcuno vicino che l'aiutasse. Si pass una mano sugli occhi, sconsolato.
- Potresti parlarne con me. Una volta facevi cos, lo potresti fare ancora.
Si gir col cuore in gola. A pochi centimetri dai propri, vide gli occhi azzurri della moglie.

49.

Ricciardi si precipit nel salotto e trov Rosa in lacrime con qualcosa in mano, seduta sulla poltrona. Appena lo vide, la donna cerc di rialzarsi in tutta fretta asciugandosi il viso con l'orlo del grembiule, ma rinunci.
- Che  successo? - chiese Ricciardi, ansioso. - Stai male? Sei caduta?
Rosa non tent nemmeno di controllarsi. Tra i singhiozzi diceva:
- Inutile, sono inutile... una vecchia inutile... mi dovete portare in un istituto, di quelli dove tengono i vecchi come me... io non ce la faccio, a non vedermela da sola...
Ricciardi si guardava attorno, cercando di intuire i motivi di quello strazio. Da quanto poteva ricordare, e cio da tutta la sua vita, aveva visto Rosa in lacrime una sola volta: quando era morta sua madre. L'aveva accompagnata al funerale di alcuni fratelli, avevano passato momenti tristi, come il definitivo distacco dalla casa di Fortino in cui era cresciuto, ma non l'aveva pi vista piangere.
Adesso eccola qui, che si scioglieva in un pianto irrefrenabile sulla poltrona del salotto.
- Rosa, ti prego, smettila, non so che devo fare. Mi fai preoccupare, cos! Che dici, tu non sei inutile, sei necessaria per me. Non dire sciocchezze, ti prego.
Mentre lo diceva, si rese conto che era vero, e che quello che aveva pensato lungo la strada per tornare a casa non era altro che questo: la vecchia tata era tutta la sua famiglia, e senza di lei sarebbe stato infinitamente pi solo di come si sentiva.
- Invece io sto diventando un peso, per voi. Tra poco non sar capace nemmeno di vestirmi da sola, figuratevi cucinare, stirare e badare alla casa. Sono una vecchia invalida, e faccio solo guai...
Ricciardi si inginocchi a terra vicino alla poltrona. Allung una mano incerta sul capo della donna, che ora si copriva la faccia, disperata, e le accarezz piano i capelli grigi raccolti in una crocchia.
- Smettila, adesso. Tu non sei inutile, anzi, sono io un pazzo che ti faccio lavorare in questo modo alla tua et. Sai che facciamo, domani? Assumiamo una cameriera, cos i lavori li fa lei e tu la dirigi. Che ne dici?
Rosa alz di scatto la testa, piantando uno sguardo bellicoso in faccia a Ricciardi:
- Siete pazzo? Una per casa, a rubarci i soldi? Farei una fatica peggiore a controllarla che a farle io stessa, le cose. Ma gi, mi dimenticavo che a voi dei soldi vostri non ve ne importa proprio, che se non fosse per me i contadini, al paese, vi avrebbero tolto pure i vestiti che tenete addosso.
Finalmente la Rosa che conosceva.
- Come vuoi, come vuoi tu. Magari potremmo far venire qualcuno dal paese, che ne dici? Cos ti troveresti bene, forse una tua nipote, la figlia di qualche tuo fratello. Solo per aiutarti.
Rosa mosse infastidita una mano nell'aria, come per scacciare una zanzara:
- Si deve vedere, per ora non se ne parla.
Ricciardi annu, senza smettere di accarezzarle la testa: il gesto sembrava avere un benefico effetto, avrebbe fatto qualsiasi cosa pur di non vederla pi piangere.
- Ma insomma, mi vuoi dire che accidenti  successo?
Per quale motivo piangevi cos disperata?
Rosa sospir profondamente e alz il pugno davanti al viso di Ricciardi. L'apr lentamente, e lui vide dei frammenti di qualcosa di vagamente familiare.
- Be'? Che cos'?
Rosa assunse un'aria disperata:
- Non lo riconoscete nemmeno... E il Ges Bambino di vostra madre, la baronessa. E io l'ho fatto cadere, perch non ce la faccio neppure pi a tenere in mano le cose!
Le lacrime ripresero a scorrerle sul viso, e a Ricciardi si strinse il cuore in petto.
- Non ricominciare, ti prego! Non  niente,  un pezzo di ceramica vecchio, vedrai che lo aggiustiamo. Basta incollarlo, no? Mi hai fatto pensare che fosse successo qualcosa di veramente grave e invece  una fesseria.
- No, che non  una fesseria. Mi dispiace assai,  una cosa antica, e vostra madre ci teneva che vi facevo il presepe ogni anno!
A Ricciardi veniva da sorridere, ma non voleva minimizzare la cosa che per la tata era importante:
- E va bene, ne compreremo un altro. Mi hanno spiegato che il vero presepe  cos, si devono aggiungere i pezzi, uno o due all'anno.
Rosa stava zitta, guardando la propria mano. All'improvviso l'alz e disse:
- Guardate. Guardate qua.
Ricciardi si accorse del tremito, con una nuova stretta al cuore, pi forte di prima. Stette zitto per un po', poi prese la mano di Rosa e la baci teneramente:
- Tranquilla, non ti preoccupare, stai tranquilla. Vedrai che non  niente. E mettiti subito in contatto col paese, fai venire una tua nipote. Voglio che tu non rimanga mai pi sola, hai capito? Ce lo possiamo permettere, e voglio cos.
La donna abbass lo sguardo. Poi mormor:
- Se voi vi eravate fatto una famiglia, come era naturale, non c'era bisogno di nessuna nipote.
Rosa era Rosa, non la cambiava niente, nemmeno la mano che le tremava. Per fortuna.
- Facciamo comunque prima a far venire tua nipote, senti a me. Io sono un poco lento, in queste cose. E mo' alzati, di, ch ho fame e devo tornare al lavoro.

Antonio Lomunno si guardava le mani. Pensava a quanto fossero inadeguate alla nuova situazione.
Si era illuso di essere destinato a una vita da scrivania, a una progressione costante di una carriera luminosa, a un destino di crescente benessere per s e per la propria famiglia: poi era finito tutto, e ora gli sarebbe servito saper fare qualcosa di umile ma proficuo.
Da ragazzo gli piaceva intagliare il legno, ma non aveva mai esercitato quella passione perch, come diceva suo padre, lo distoglieva dallo studio; si fabbricava piccoli eserciti, che faceva combattere a lungo, l'uno contro l'altro, nelle domeniche di pioggia in cui non poteva andare a giocare in cortile. Ora, quella sua antica abilit gli era servita solo per fare il presepe ai figli.
Lo guard: un lusso assurdo per una baracca nella quale mancava tutto. I figli non si lamentavano mai, nemmeno quando quel vino bastardo da quattro soldi gli annebbiava il cuore e lui si metteva a urlare per un nonnulla contro il mondo intero. Lo guardavano fisso, ma non piangevano e non scappavano via da lui.
Era tutto quello che avevano, e loro erano tutto quello che aveva lui.
Al pensiero dei bambini si era aggrappato, nei lunghi, terribili mesi della galera; e l'amore che provava lo aveva salvato dalla follia, quando il direttore del carcere gli aveva comunicato quello che aveva fatto sua moglie.
I figli, certo: e il desiderio di vendetta.
Due sentimenti opposti, ugualmente forti, ugualmente intensi. Nelle notti passate a guardare a occhi aperti il soffitto, con gli scarafaggi che attraversavano veloci la cella, attento alle mani ruvide che si allungavano su di lui, quelle passioni giocavano insieme nel mantenerlo vivo.
Nel momento in cui era uscito, invece, le due emozioni erano diventate nemiche: se voleva portare i figli avanti, se voleva mantenere una speranza di salvezza per loro, doveva rinunciare alla vendetta.
Mentre si preparava per la giornata di lavoro provvisorio che si era procurato, pens al sangue versato; e al suo stesso sangue, che scorreva nelle vene dei due bambini diventati vecchi troppo presto, che lo osservavano mentre si vestiva.
Di nuovo si guard le mani, e pens che caricare e scaricare pesce al mercato, quello s che lo avrebbe saputo fare. Non ci voleva poi tanto. E tutto era onorevole, se serviva per i figli.
Allung la mano sul presepe e prese san Giuseppe. La statuina originale, quella che aveva nella bella casa della sua vita precedente, era andata perduta; questa l'aveva intagliata lui nel legno, colorandola con un po' di vernice. Eri un padre anche tu, mormor. Un padre che pensava a lavorare per il figlio, senza tante chiacchiere, senza tanta filosofia.
Rimise la figura a posto, fra le altre, e sorrise tristemente. Fra le tante casette del presepe, c'era posto anche per le baracche come la sua.
Si alz, diede un bacio ai bambini e and al mercato.

50.

Maione boccheggi due volte, come una triglia appena pescata sul fondo di una barca. Provava un senso di straniamento, come se Lucia gli si fosse materializzata al fianco in seguito alla sua evocazione. Come se fosse arrivata in Villa Nazionale sull'onda del suo pensiero.
La guard fissa, il cappello stretto da un nastro, il cappotto dal collo di pelliccia che le aveva regalato tanti anni prima e che lei teneva come nuovo, le guance arrossate dal freddo e gli occhi azzurri rivolti nella direzione in cui lui stesso stava guardando fino a pochi secondi prima.
- Luci', e tu che ci fai qua?
La moglie non gli rispose, le labbra serrate e l'espressione decisa. Poi disse:
- Non  lavoro. Non ci provare nemmeno a dirmi che stai qua per lavoro, che stai seguendo qualche criminale il giorno prima della vigilia di Natale. Quella non  gente che va scappando: quella  una famiglia normale, che piglia un poco d'aria nella Villa. Non ci provare, Rafe', a dirmi bugie.
Maione conosceva la moglie. Scherzando in famiglia, quando c'era Luca, usavano dire che il vero poliziotto di casa in realt era proprio lei. Tuttavia ci prov lo stesso:
- E che vuol dire, questo? Sapessi quanta gente pare normale, inoffensiva, e poi invece fa cose che non si possono nemmeno immaginare. Guarda che le persone sono diverse da quello che sembrano.
Lucia, senza distogliere lo sguardo dalla famiglia di Biagio, rispose:
- Sciocchezze. Un minuto fa ti sei messo le mani in faccia: lo fai solo quando sei confuso, quando non sai che devi fare. E tu sul lavoro incertezze non ne tieni mai. Qua il problema  un altro, e io lo voglio sapere.
Maione non sapeva cosa dire. La donna continu:
- Sono due giorni, che ti seguo. Da quando sei tornato la sera di tre giorni fa, hai cambiato l'umore. Sei triste, distratto, pensoso. Ci provi, a sembrare normale, ma io ti conosco: a me non m'incanti. Ti compenetri, quando l'indagine ti piglia te la porti pure a casa, ma sempre entro certi limiti. Questa  un'altra cosa, e io voglio sapere che cos'.
Il tono non ammetteva repliche.
- Vieni, Luci'. Sediamoci su quella panchina, cos ti racconto.
Qualche raggio di sole si faceva strada fra le pesanti nuvole scure e colpiva il mare, qua e l. Il sedile era gelido, ma l'assenza di vento lo rendeva sopportabile. Il passeggio andava riducendosi per l'ora di pranzo, ma l'orchestra resisteva eroica, mantenendo l'atmosfera natalizia alta come la bandiera di un reggimento in trincea.
- Tu pensi che certe cose possono mai finire, Luci'? Pensi che a certi dolori si pu mettere fine, e ricominciare a vivere?
La signora Maione si era seduta rigida, il viso incassato nel collo di pelliccia. Il brigadiere non ne vedeva l'espressione. Meglio cos: era la cosa migliore per trovare la forza di raccontarle tutto.
- Penso che dolori e gioie lasciano il segno. E con quei segni si devono fare i conti. Non finiscono, no, ti lasciano diverso. Ma a chi dipende da te devi dare una spiegazione. Io questo l'ho scoperto dopo tre anni, lo sai. E non ne abbiamo mai parlato: un giorno ti ho sorriso, e tu mi hai abbracciata. Io questo so, e questo voglio sapere.
Due gabbiani urlarono contro l'inverno. La moglie di Candela raccontava qualcosa ai figli, che l'ascoltavano rapiti; lui guardava il mare, fumando seduto a terra.
Lucia e Raffaele, a qualche metro dalla coppia e dai bambini, li guardavano e oltre guardavano il mare, bucato dai raggi di sole. Il Natale incombeva su tutti, a met fra una promessa e una minaccia.
- Dimmi. Raccontami tutto. Sento che non  una cosa solo tua, che riguarda pure me. Se  cos, e io so che  cos, allora mi devi dire tutto.
Era cos, Maione lo sapeva. La sua mente semplice capiva che avrebbe dovuto condividere con Lucia quello che stava succedendo, ma il terrore di infrangere il sottile equilibrio che erano riusciti da poco a ritrovare dopo la morte di Luca lo terrorizzava.
Si rese conto all'improvviso di aver passato quella linea nello stesso momento in cui aveva saputo che quel ragazzo biondo, dall'aria gentile e inoffensiva, che se ne stava seduto a cos poca distanza da loro, era l'assassino del figlio.
Sospir, Maione. E prese a raccontare.
Raccont, e la sua voce sembrava il mormorio del mare sulla spiaggia deserta. Raccont, e le sue parole sussurrate scavavano un solco profondo quanto l'inferno. Raccont, e raccontando raccontava anche a s stesso, mettendo ordine in pensieri vaghi e ribelli che viaggiavano tra la mente e il cuore, senza lasciare pace.
Raccont, e sembrava passato un secolo dalla sera di tre giorni prima, in cui aveva trovato il fantasma di Franco Massa in piedi, all'angolo di via Toledo, ad aspettarlo.
Raccont di quella voce graffiata che veniva dal cuore spezzato di un padre che non aveva avuto figli, e attraverso quella voce raccont di una confessione estorta con una estrema menzogna, e dell'estrema verit che era venuta fuori da quella confessione.
Raccont di un uomo colpevole di tanti delitti e innocente di uno, che era morto convinto di pentirsi davanti a un prete, e di quel finto prete che decideva la condanna a morte per un uomo innocente di tutto tranne che di quel delitto. E della remissione di quella condanna nelle sue mani, il padre che aveva avuto un figlio e che ora non l'aveva pi.
Raccont della salita fino al sottotetto di Bambinella, di un nome e di un indirizzo sussurrato fra tende di seta e piccioni morenti. E della strada fino a San Gregorio Armeno, nel bel mezzo di un Natale che sembrava una vuota recita collettiva attorno alla canzone di morte che gli suonava nel cuore.
Raccont del vuoto allo stomaco e della testa che gli girava, quando nella luce dell'alba aveva visto per la prima volta la mano che gli aveva cambiato il colore del sole e il gusto della felicit. Di quanto orrore avesse provato nell'accorgersi degli stessi capelli biondi, della stessa giovent nell'assassino e nella vittima.
Lucia navigava in silenzio nelle onde del racconto del marito, come nella nebbia fitta. Le sembrava di ascoltare una storia che non la riguardava, osservava da lontano i fatti e i personaggi come al cinematografo.
Maione seguitava a parlare guardando fisso davanti a s, seguendo il flusso dei propri sentimenti. Si sentiva schiacciato, ma si andava liberando.
Raccont della mano che stringeva ancora il coltello, ma per dare vita a un pezzo di legno, non per toglierla dalla schiena del figlio. Dell'orgoglio del proprietario della bottega, del sorriso della giovane moglie dal balcone del palazzo di fronte, della gioia della bambina che saltava al collo del padre.
Raccont della rapina, della reazione istintiva del ragazzo, dei banditi che se la davano a gambe, e non sapeva che a qualche metro di distanza da lui Lucia assisteva alla stessa scena, chiedendosi perch il marito non intervenisse e augurandosi che non lo facesse per non correre rischi.
Poi si ferm. Ma riprese a parlare, con lo stesso tono, sussurrando nell'aria ferma e gelida del 23 dicembre, quando la citt trattiene il fiato in attesa del Natale; e disse della tempesta che era in corso nella sua anima disperata, l'anima di un poliziotto che voleva fare il padre e che invece le circostanze e Franco Massa volevano giudice e boia.
Disse a Lucia di Lucia, di quanto il dolore di lei, i giorni dell'abisso passati sul letto a guardare lo spicchio di cielo, fossero l'obbligo maggiore che sentiva in petto a eseguire la sentenza. Di quanto pesasse sulle sue spalle il carico della sofferenza che giorno dopo giorno portavano tutti, senza mai parlarne.

Alla fine tacque. E nel silenzio si resero conto entrambi di star fissando la nuca dell'assassino del figlio che a sua volta guardava sporadici raggi di sole sul mare scuro. I due gabbiani si chiamarono e si risposero.
Lucia parl. La sua voce era secca e veniva dal profondo di un'anima che non aveva mai smesso di morire. Ascoltandola, Maione si rese conto di quanto fosse falsa l'impressione di aver superato l'abisso, di quanto la moglie avesse solo imparato a convivere col dolore, cessando di combatterci contro.
- Lo sai, a volte me lo sento che succhia dal seno. E assurdo, no? L'ho visto grande, gli stiravo quelle camicie immense. Mi pigliava in braccio lui a me, mi faceva girare fino a quando mi mancava il fiato, ti ricordi? E ho avuto altri cinque figli, e mi sono cari, tu sai quanto e come. Ma mi sento a lui che mi succhia la vita. Il primo figlio, Rafe', non  la stessa cosa. E quello che ti ha detto chi sei, e chi sarai per tutta la vita. Una mamma. Solo una mamma.
Maione lottava contro le lacrime. Annu col capo, ma la moglie non lo guardava.
- Io ho sposato l'unico uomo che ho amato nella vita. L'ho sposato perch mi faceva ridere e mi commuoveva. L'ho sposato perch  testardo e onesto, perch  un poliziotto. Perch combatte quello che  male, e soprattutto perch il male lo riconosce e lo insegna ai miei figli, cos capiscono il bene. E la differenza che c'.
Maione respir profondamente. Gli sembrava di sognare. Il bambino di Candela gatton verso il padre e si sedette di fianco a lui, passandogli la manina dietro la schiena. L'uomo non si mosse. La voce di Lucia riprese.
- L'amore di mio figlio. L'amore di mio marito. Io questo sono, Rafe': niente di pi, niente di meno dell'amore di mio figlio, dell'amore di mio marito.
Si gir verso Maione, e i suoi occhi sembravano una finestra sul mare d'estate.
- E' Natale, Rafe'. A Natale Luca ci scriveva una lettera, ti ricordi? La metteva sotto al tovagliolo tuo, e tu facevi finta di sorprenderti, come fai adesso con le lettere degli altri figli. Ti ricordi che ci scriveva, in quelle letterine? Io le tengo ancora tutte conservate. Ci diceva che voleva fare il buono, com'eri buono tu.
Maione pens di stare per morire, l su una panchina gelida della Villa Nazionale, a pochi metri dal mare. Morire col cuore spaccato dal rimpianto.
- E' Natale, Rafe'. Luca non ritorna, per Natale. Io metto il posto a tavola, come faccio sempre, col piatto e le posate. Ma lui non ritorna. E non ritorner mai pi. E dopo tutta una vita, glielo vuoi dire proprio adesso che sta nel mondo della verit, che sei disposto a fare quest'infamit terribile di togliere un padre a una moglie e a due bambini innocenti? I figli nostri, i figli degli altri: sempre figli, sono.
Il brigadiere guard la moglie, incerto.
- Che devo fare, Luci'? Che devo fare, io, adesso?
Dal cappotto venne fuori una mano, bianca e sottile. Sali verso il viso del marito e lo accarezz, asciugando una lacrima che Maione non sapeva di aver pianto.
- Te lo dico io, che dobbiamo fare. E Natale. Ci dobbiamo alzare da qua e dobbiamo andare via. Tengo ancora da cucinare il secondo piatto per stasera, e tu devi finire la giornata. E poi faremo la festa, perch  Natale e teniamo cinque figli che vogliono una mamma che sorride, e un pap onesto per scrivere la loro letterina.
Davanti a loro la bambina si era addormentata e il padre aveva preso in braccio il piccolo, continuando a seguire con lo sguardo perduto nel vuoto i fantasmi della sua coscienza.
Lucia si alz, prendendo per mano il marito e avviandosi verso l'uscita della Villa, mentre l'orchestra suonava e il mare restava fermo sotto pochi raggi di sole e molte nuvole nere.
La citt sopra di loro, arrampicata sulla collina, accendeva pian piano le proprie luci. Ed era uguale a un presepe.

51.

A Ricciardi e Maione il Natale arriv addosso urlando, appena girarono l'angolo di via Toledo. Come da tradizione, il 23 dicembre trasformava una delle pi storiche strade della citt, quella che dagli antichi quartieri dell'esercito aragonese conduceva al porto, nel grande mercato a cielo aperto dell'alimento principe delle tavole festive napoletane: Sua Altezza il Pesce.
Decine di cassoni di legno dipinti d'azzurro per dare l'idea del mare e della freschezza erano stati sistemati, come accadeva ogni Natale, sui marciapiedi, decorati con reti da pesca, ricci, alghe e perfino cavallucci marini. All'interno guizzavano, in venti centimetri d'acqua di mare costantemente annaffiati, pesci di tutti i colori, anguille, alici e ogni genere di pescato recente.
La via, larga e breve, si prestava perfettamente all'esposizione e al passeggio dei corteggiatissimi acquirenti. I pescivendoli avevano installato i propri banchi, con un'alzata posteriore che li inclinava verso la strada per offrire la massima superficie alla vista; in ordine simmetrico, su di essi erano state disposte le spaselle, basse ceste di giunchi intrecciati in cui brulicavano vongole e telline, cozze e aragoste dalle chele legate con lo spago e dalle antenne in perenne movimento, cefali boccheggianti e triglie di scoglio.
I banchi erano illuminati dalle lampade all'acetilene, che mandavano una luce quasi abbagliante nel pomeriggio che si faceva sempre pi buio. Attorno, le decorazioni faticosamente innalzate dalle mani delle donne quella stessa notte: fiori, alghe verdi, conchiglie, pietre colorate
a rafforzare l'impressione del mare venuto in visita alla citt per il Natale.
E del mare era intenso il profumo, sia per la vegetazione che per la fauna presenti in gran misura; ma anche per l'acqua salata che veniva continuamente sparsa sulla merce per accentuare l'impressione di freschezza, e soprattutto per le facce brune che parevano di cuoio dei pescatori cotti dal sole e conciati dal vento, con i pantaloni arrotolati sulle cosce muscolose e i cappelli a piramide flosci sulle spalle, portati all'indietro. Pronti ad aprire sorrisi invitanti sulle bocche sdentate, la giacca su una spalla e la bilancia in mano, la sfida negli occhi: provateci, se ci riuscite, a trovare merce migliore della mia.
Il rumore era quasi insopportabile. Al brusio costante della folla immensa che si accalcava in cerca di occasioni, si aggiungevano i richiami di tutti i venditori:
- Mo' l'ha pigliato 'a rezza, frcceca ancora!
- Chesta  'a pesca nova, 'a pesca nova!
- Facitevllo co' 'o limone, 'o pesce frisco!
E non mancava chi decantava la provenienza specifica di quello che vendeva:
- E Marechiaro, chiaro chiaro!
- Vene 'a Pusilleco, frisco 'e Pusilleco, vi' che addore!
- L'anema 'e Mergellina, tneno 'sti cozze!
Sul pesce, si sa, non era possibile anticiparsi nell'acquisto e nessuna tavola poteva farne a meno. Si giocava perci in poche ore, e in quell'unico territorio, la disperata partita dei pescatori napoletani per il Natale. Per questo motivo tutti erano coinvolti, mogli e figli, parenti che di norma si occupavano d'altro; venivano assunti lavoranti a giornata, sperando di guadagnare abbastanza per poterli pagare adeguatamente.
I due poliziotti se ne stavano in silenzio, ognuno perso dietro i propri pensieri. Il commissario, preoccupato, si chiedeva da cosa dipendesse il tremito della mano di Rosa; si era ripromesso di parlarne al dottor Modo e gli dispiaceva di averla lasciata sola, nelle condizioni in cui si trovava. Era deciso a costringerla a farsi aiutare, alla sua et non poteva pi reggere tutta la fatica che si imponeva.

Irrazionalmente, il suo pensiero continuava ad andare a Enrica, a quello che gli sembrava la sua maniera calma e serena di affrontare la vita. Gli sarebbe piaciuto consigliarsi con lei. Poi, la mente lo riportava lungo la vecchia, triste strada dell'impossibilit di renderla veramente partecipe della sua vita, e questo lo avviliva.
Livia era diversa. Lei era consapevole delle sue tristezze improvvise, dell'impronta di solitudine che gli gravava addosso, e pareva convinta di volersene far carico comunque. Chiss, pensava Ricciardi: forse alla fine  lecito che ognuno scelga la vita che vuole.
Ancora una volta, Maione si sentiva la testa piena di vento. Il dialogo con la moglie alla Villa, pochi minuti prima, lo aveva lasciato sfibrato.
Non c'erano codici d'onore, non c'erano sentenze da emettere e da eseguire, aveva voluto dirgli Lucia; c'era solo una vita da vivere, e cinque figli da portare avanti. Ogni gesto aveva delle conseguenze, e bisognava esserne consapevoli, costantemente.
Il brigadiere avrebbe dovuto sentirsi sollevato, e in parte lo era: dentro di lui, tuttavia, una voce continuava a chiedersi se aveva fatto bene, e se avrebbe potuto convivere con l'idea che un assassino, di suo figlio o di altri, continuasse la propria vita tranquillo senza scontare pene.
Ma, si chiedeva Maione, non pu essere che la pena sia proprio questa? Vivere con un perenne rimorso, e col rimpianto di un fratello morto in galera anche per qualcosa che si  commesso di propria mano?
Nello sguardo di Biagio aveva letto, quella mattina in Villa, una profonda malinconia. Le feste, lui lo sapeva bene, sono anche famiglia e ricordi dell'infanzia. Se l'uomo avesse continuato a fare il delinquente, il brigadiere non avrebbe esitato nell'arrestarlo e portarlo dentro: ma l'onest della sua vita attuale equivaleva ad aver scontato molti anni di prigione, e a non volerci tornare a nessun costo.
Sapeva, dentro di s, che avrebbe continuato a osservare da lontano la vita di Biagio Candela; che non avrebbe consentito nuovo dolore per mano sua, a nessuno.
Quell'obbligo se lo assumeva volentieri, come padre e come poliziotto. Sarebbe andato a cercare Franco Massa, gli avrebbe parlato a lungo, convincendolo a condividere quella decisione, che era stata di Lucia pi ancora che sua. Basta dolore. Basta sofferenza.
Con uno sforzo, sia Ricciardi che Maione erano tornati con la mente all'indagine che stavano svolgendo: i cadaveri dei Garofalo e la solitudine della loro bambina meritavano la massima attenzione, anche perch ormai il Natale era arrivato a seppellire ogni cosa sotto la festa che avrebbe bloccato la loro attivit insieme a tutte le altre per molti giorni.
Si aggirarono per un po' piuttosto sconsolati, alla ricerca di qualche volto noto. Dopo quasi un quarto d'ora passato a cercare di farsi strada nel fiume di persone, intravidero Lomunno che scaricava casse di pesce da un carro legato a un cavallo, portandole al banco di un pescivendolo sul marciapiede. Aveva il volto arrossato dal sudore e dalla fatica, l'espressione concentrata e un'attenzione estrema a non lasciar cadere nulla. Si muoveva rigidamente, svelando la poca abitudine a quel tipo di lavoro.
Maione diede di gomito al commissario, indicandolo. Mentre si avvicinavano, intravidero una squadra di miliziani che attraversava la strada; erano l per controllare che il mercato si svolgesse con regolarit, e al loro passaggio la folla si apriva come se volesse evitarne il contatto.
Ricciardi riconobbe tra loro Criscuolo, il capomanipolo con i baffetti mobili che gli aveva raccontato le vicende della promozione di Garofalo. Si guardava attorno circospetto, come se cercasse qualcuno.
Il commissario trattenne Maione per il braccio: voleva osservare la situazione non visto. Trasse il brigadiere da parte, sottraendosi con lui alla corrente della folla, e si accost a un venditore di calamari che continuava a palleggiare nella mano un enorme animale vantandone la vitalit.
A qualche metro da lui, Criscuolo si ferm nei pressi del banco rifornito da Lomunno, che in quel momento era al carro. Il pescivendolo riconobbe il miliziano e lo salut con deferenza, togliendosi il berretto e inchinandosi; l'ufficiale gli rispose sbrigativo con un cenno del capo, e i baffetti vibrarono di conseguenza. Ci fu uno scambio di sguardi, interrogativo quello di Criscuolo, ammiccante quello del pescivendolo che accenn in direzione di Lomunno, il quale sopraggiungeva in quel momento.
Gli occhi del miliziano e dell'ex collega si incrociarono. Lomunno arross visibilmente, vergognoso di essere visto in funzione di semplice scaricatore da quelli che erano stati i suoi sottoposti, ma consapevole di dover essere grato all'amico per avergli procurato quel lavoro. Criscuolo, con un fremito dei baffetti, essendosi assicurato del buon fine della sua raccomandazione, volle risparmiare a Lomunno la mortificazione di essere riconosciuto dagli altri miliziani e ordin un rapido dietro-front al gruppetto che si diresse altrove.
Ricciardi e Maione si scambiarono un'occhiata, avendo compreso quell'ulteriore dinamica dei rapporti tra Lomunno e quelli che erano stati i suoi compagni di lavoro: la vita aveva disposto diversamente, ma certe relazioni affettive erano rimaste intatte. Se anche pensavano che avesse ucciso Garofalo, i miliziani ritenevano che Lomunno avesse scontato una pena sufficiente.
Ripresero posto al centro della corrente di gente e si lasciarono trascinare, alla ricerca degli altri protagonisti dell'indagine, che reperirono a una decina di metri di distanza. C'erano tutti, i Boccia, marito e moglie, i tre compagni d'equipaggio della barca, un paio di donne con loro imparentate, perfino il piccolo Alfonso, che era addetto ad aspergere la merce con l'acqua recuperata da un secchio, compito al quale attendeva coscienziosamente.
Si davano da fare con cura e professionalit, e le loro espressioni, cos parve a Ricciardi, tradivano la preoccupazione di non riuscire a vendere tutto il pesce che avevano in esposizione; richiamavano i passanti a voce alta, cercavano di capire il prezzo che quelli erano pronti a pagare, si mostravano disponibili a praticare sconti.
Il commissario li osservava, e osservava anche Lomunno che infaticabilmente caricava e scaricava casse di pesce, qualche banco pi in l. Attorno, il rumore dei richiami dei venditori e delle contrattazioni era fortissimo, quasi insopportabile: a un metro da lui un ragazzo giurava sulla Madonna a una signora di rimetterci sul prezzo al quale le vendeva una sporta di molluschi: signo', quanto  vero Iddio, queste non so' vongole, questa  la freschezza del mare del golfo che arriva in casa vostra.
Ricciardi pens ai profili dei due sospettati, e alla non perfetta corrispondenza degli stessi con le risultanze delle indagini: Lomunno aveva la forza, le motivazioni e la rabbia per l'efferatezza del delitto, e anche la cultura sufficiente a distruggere il san Giuseppe, per dimostrare che togliere il lavoro a un padre era un peccato mortale; ma era solo, mentre le mani assassine sembravano due, e la vendetta sarebbe stata mortale anche per i suoi figli, oltre che per Garofalo. E non sembrava nemmeno il tipo, a Ricciardi, da uccidere a casa sua il delatore che l'aveva rovinato, ammazzando anche la moglie: probabilmente lo avrebbe aspettato altrove, per compiere pi comodamente il suo disegno.
I Boccia avevano una motivazione ancora pi forte: la vita del figlio. Ed erano gi andati a casa dei Garofalo, erano stati visti uscire, sapevano delle abitudini del custode e avrebbero potuto introdursi di nuovo. Inoltre erano due, e per arrivare a compiere il delitto avrebbero dovuto necessariamente far fuori anche la donna. Ma non ce li vedeva, Ricciardi, a dare tutte quelle coltellate su un corpo gi morto; e non erano proprio in grado di attribuire una simbologia a san Giuseppe, e di lasciare quel tipo di firma trattenendosi sul luogo del delitto oltre il dovuto.
Fermo sul marciapiede, sballottato dalla folla insieme a Maione, Ricciardi prendeva una volta di pi coscienza che qualcosa non quadrava in entrambe le ipotesi, ma che non ne aveva altre.
Poi, da un cassone a pochi metri, scapp un capitone.
E come per incanto, ogni tessera del mosaico and al suo posto.

52.

Se il pesce  il principe delle tavole natalizie, il capitone ne  sicuramente il re.
Questa grossa anguilla dalla mascella sporgente, grassa e viscida, in perenne movimento, portata a casa istupidita dal cartoccio in cui viene avvolta, si rianima appena la si getta in acqua per lavarla e ridiventa simile a un serpente, sotto gli occhi terrorizzati e affascinati dei bambini che assistono alla cruenta preparazione per non dimenticarla mai pi. I pezzi tagliati, infatti, continuano a muoversi nel sangue come se fossero dotati di vita propria, come se l'animale fosse in grado di sconfiggere la stessa morte, fino a quando, impanati nella farina, approdano alla padella per diventare il piatto principale della cena di Natale, contornato dalle tipiche foglie d'alloro.
A via Santa Brigida le vasche coi capitoni erano letteralmente prese d'assalto, man mano che il tempo passava e si avvicinava l'ora del ritorno a casa. Uno dei venditori pi attivi, un bel ragazzo bruno dal sorriso accattivante e dalla voce profonda, attirava le donne prendendo in mano gruppi di capitoni e rimestando nel vascone che aveva davanti, urlando:
- So' vive e so' muorte, capitune verace, 'e ccode d'o Diavulo!
La frase simbolica, il richiamo alle code del Diavolo e alla vita e alla morte, attir l'attenzione del commissario che si avvicin separandosi, nella folla, da Maione, che osservava ancora i 'Boccia ai quali le vendite sembravano andar bene.
Quando Ricciardi fu vicino alla vasca dei capitoni, nel passaggio dalla bilancia al cartoccio un grosso animale ebbe uno scatto improvviso e vol in strada.
La ragazza che l'aveva comprato ne segu il volo con lo sguardo, sorpresa quanto il pescivendolo dal rigurgito di vitalit dell'anguilla che atterr tra i piedi di una coppia che stava transitando in quel momento. L'uomo se ne accorse per primo, con uno scarto laterale che gett a gambe all'aria un bambino che camminava per mano alla madre, mentre la donna lanci un urlo e, alzatasi la gonna con entrambe le mani, si produsse in una specie di danza propiziatoria attorno alla povera bestia che si contorceva sulle pietre del marciapiede.
In pochi attimi si scaten un putiferio: c'era chi urlava e chi rideva, qualche ragazzina scoppi a piangere perch si trov separata dai genitori, tutti cercavano di acchiappare il capitone che, viscido e contorto secondo la propria natura, riusciva a sfuggire da tutte le mani.
Ricciardi guardava, a bocca aperta, unico a rimanere immobile nella confusione generale.
Guardava l'anguilla, imprendibile, inafferrabile. La guardava scivolare fra le dita di tutti, fino a quando, con un tuffo in avanti, lo stesso pescivendolo che l'aveva fatta fuggire l'agguant riconducendola al proprio destino.
A quel punto, per, Ricciardi era sparito.

53.

Si chiedeva come avesse fatto a non capire; eppure tutto era molto evidente.
E fin dall'inizio, chiaro come il sole.
Mentre correva attraversando le strade ancora piene di gente, di banchi, di cibo e di merce.
Mentre correva nel freddo, passando vicino a vivi e morti cos presi di s da non ascoltare, capaci di guardare soltanto al proprio minuscolo mondo, capaci solo di non vedere e non capire.
Aveva fatto lo stesso errore, Ricciardi. Se ne accorgeva soltanto adesso. Aveva guardato vicino, dove gli avevano detto di guardare. Si era fermato alla prima stazione, e poi alla seconda, e alla terza, senza considerare che il treno poteva anche fare un lungo percorso per arrivare esattamente al punto di partenza.
Ce l'aveva con s stesso, per essere stato distratto da s stesso. Un passo indietro, maledizione, si disse mentre affannava lungo via Chiaia, facendosi largo tra quelli che ancora guardavano vetrine, tra quelli che ridevano e parlavano a voce alta senza dirsi niente, tra quelli che camminavano a testa bassa e fronte corrugata, nel silenzio dei propri pensieri. Sarebbe bastato un passo indietro, per vedere le cose nella giusta prospettiva, per raccogliere tutti i segni.
Pens a Rosa, al suo pianto, al disagio e alla sensazione di inutilit. Ancora una volta se la prese con s stesso, con l'incapacit della sua mente di effettuare i corretti collegamenti fra gli indizi che aveva raccolto. E sperava con tutte le forze di riuscire a chiudere il cerchio e che non succedesse nient'altro di terribile. Trem al pensiero del rischio mostruoso che avevano corso in quei giorni, inseguendo chimere. E s che gliel'avevano detto tutti, i morti e i vivi: e aveva ragione Modo, le mani che avevano vibrato le coltellate erano due, con forza e da angolazioni diverse.
Le mani assassine.
Si mise a correre pi veloce.

Maione si ritrov solo nel turbine di folla che invadeva via Santa Brigida. Se n'era stato l a osservare la famiglia Boccia, la sua lotta disperata per vendere la merce; poi i suoi occhi si erano incrociati con quelli della moglie di Aristide, Angelina, che gli aveva fatto un cenno di saluto col capo senza interrompere la trattativa per la vendita di due cefali con un signore baffuto e poco incline alla spesa. Il brigadiere era affascinato dal sincronismo col quale si muovevano tutti, e dalla determinazione che leggeva in volto perfino ad Alfonso, il figlio maggiore dei Boccia, che era pur sempre solo un bambino.
La sua attenzione fu poi attirata dal tumulto per la fuga del capitone, e si accorse di aver perso di vista Ricciardi. Si guard attorno, ma non lo vide. Si chiese dove fosse finito, poi si rese conto che in lontananza qualcuno, controcorrente rispetto al flusso delle persone che venivano verso il mercato, si dirigeva verso via Chiaia. Si chiese, perplesso, cosa potesse aver spinto Ricciardi ad andarsene cos di corsa, senza nemmeno chiamarlo, e cerc di ricostruire i pensieri del suo superiore.
Il capitone, pens; il bambino dei Boccia, Lomunno; i miliziani.
Con una sgradevole sensazione di pericolo imminente, cominci a farsi largo a spintoni tra la folla.

54.

Fu fatto passare in una sala che nelle precedenti visite non aveva visto, al pianterreno. Ormai era sera, e l'aria andava facendosi sempre pi fredda.
Dapprima non vide nessuno: l'illuminazione dell'ambiente non era forte, un paio di lampade basse emanava una luce giallastra che lasciava gli angoli al buio. Al centro della stanza, a dominare lo spazio, c'era uno dei presepi pi grandi che Ricciardi avesse mai visto: una vera e propria citt in miniatura, che digradava dalla collina verso un popoloso quartiere al centro del quale, in una grotta ampia e illuminata da una serie di lampadine nascoste, c'era la Sacra Famiglia.
Pur preso dai pensieri, il commissario rimase affascinato dalla struttura: case lontane dalle finestre che brillavano nel buio, greggi di pecore, bovini al pascolo, pastori e contadini erranti; osterie, taverne e ogni genere di botteghe nel livello intermedio, con le merci esposte e negozianti e avventori impegnati in mute, realistiche conversazioni; davanti, angeli, re Magi, adoratori del Bambino, raffigurati attraverso statuine di straordinaria bellezza e foggia antica. Ricciardi non era certo un intenditore, ma ritenne che il valore di quel presepe e l'impegno per costruirlo dovessero essere davvero notevoli.
Mentre guardava a bocca aperta, una voce stridente come un gesso spezzato su una lavagna lo fece sobbalzare:
- Il nostro presepe  famoso in tutta la citt, commissario.
Suor Veronica spunt all'improvviso, rossa in volto e sorridente.
- Ci sono pastori del Settecento, e ogni anno qualche anima pia del circondario, tornando alla Casa del Padre, ci fa qualche donazione, e sta a noi completarlo e farlo crescere ancora. A me, veramente; da sette anni a questa parte sono io che ho questo compito.
Ricciardi si avvicin alla suora, per salutarla. Lei gli porse la piccola mano, al solito fredda e umida di sudore. Il poliziotto continuava a far vagare lo sguardo per il panorama in miniatura.
- Davvero impressionante. E fate tutto da sola, sorella?
La donna rimir soddisfatta il risultato delle sue fatiche:
- Questa stanza  dedicata al presepe, resta chiusa tutto l'anno fino al giorno dell'Immacolata. La struttura rimane intatta, i pastori per vengono rimossi dopo l'Epifania e chiusi in alcune scatole, imballate con attenzione: ci sono alcuni pezzi che valgono moltissimo, sapete. Il mio lavoro consiste nella sistemazione e nell'aggiunta di qualche elemento ogni anno, cos i bambini e le mie consorelle hanno una sorpresa tutte le volte che vengono a vederlo, quando l'8 dicembre si apre la porta.
- E quest'anno, cosa c' di nuovo?
La suora era eccitatissima dall'interesse di Ricciardi:
- Continuo a lavorarci fino alla vigilia di Natale, anche quando  gi visitabile. Quest'anno, servendomi degli attrezzi e del materiale che vedete su quel banco, ho aggiunto una collina. Ci ho distribuito delle pecore, l e l, e ci ho messo tre case facendoci arrivare due lampadine, vedete? Non ho ancora terminato. Sto finendo di incollare il muschio, ma ci siamo quasi.
Saltellando sulla punta dei piedi e indicando i luoghi di cui parlava a Ricciardi, suor Veronica sembrava una bambina. La voce, gi stridente, era diventata ancora pi acuta, accentuando l'impressione del ringiovanimento. A un tratto si ferm, si ricompose e sembr prendere coscienza di chi fosse il suo interlocutore:
- Scusatemi, commissario. Quando si tratta del presepe, perdo la testa;  che mi piace davvero tantissimo,  il trionfo della fede nella vita di tutti i giorni, coi simboli di quello in cui crediamo che si mischiano a quello che ci succede attorno. E serve a far capire ai bambini che Dio, la Madonna e i santi ci vedono sempre, qualsiasi cosa facciamo, e quindi dobbiamo comportarci secondo la Loro volont anche quando pensiamo di essere da soli.
Ricciardi ascoltava, le mani nelle tasche del soprabito, gli occhi fissi sul volto della piccola suora. Sentiva ancora le dita della mano umide del sudore della donna.
- Avete ragione, sorella: La vita di tutti i giorni nasconde molte cose. Noi lo sappiamo bene, purtroppo, confrontandoci con quello che gli uomini fanno ai loro simili. Sono qui proprio per questo, vorrei farvi qualche domanda: ho una teoria su chi possa essere stato a fare questa cosa terribile a vostra sorella e al marito. La bambina sta bene? Dov', adesso?
Suor Veronica si strinse nelle spalle:
- E triste, a volte. Non ne parla, ma si capisce che pensa a casa sua, ai genitori. Ma finch  qui  al sicuro, con me, le mie consorelle che le vogliono bene, i compagni con cui gioca e si diverte. Certo, adesso  Natale, la festa della famiglia. Ha anche scritto la letterina alla madre e al padre, pensa che siano in viaggio, abbiamo finto di spedirla.	
Ricciardi tir un sospiro di sollievo. Almeno quel peso sulla coscienza non l'avrebbe portato. La suora riprese a parlare:
- Ma mi dicevate, commissario, che avete un'idea su chi possa essere stato a fare questa cosa orribile?
Il commissario si accost al presepe, vicino alla grotta con la Nativit.
- L'altra volta, quando sono venuto a parlare con vostra nipote, voi avete rimproverato un bambino che, passando davanti all'immagine della Vergine, non si era segnato. Ricordate?
La donna aveva raggiunto il banco degli attrezzi, e saggiava con la mano la consistenza di un pezzo di sughero attaccato meno saldamente degli altri. Sorrise.
- Certo, mi ricordo. Era Domenico, un discolo, corre sempre nei corridoi, anche se gli ho detto mille volte di non farlo. Ma non  cattivo:  solo un bambino.
Ricciardi annu, sempre guardando la Sacra Famiglia.
- Naturalmente, un bambino. Ma questo mi ha fatto pensare all'importanza delle immagini sacre, al loro valore. Non onorare l'immagine sacra, come diceste voi in quell'occasione,  peccato, un peccato grave.
Suor Veronica si era spostata in modo da poter continuare a maneggiare gli attrezzi guardando Ricciardi. Seguiva attenta le parole di lui:
- Proprio cos, certo. Ma sono bambini, commissario: non  giusto punirli oltre misura, vi pare?
Il commissario prese in mano la statuina di san Giuseppe e la soppes sul palmo:
- Ma se un adulto, volontariamente, non onorasse un'immagine sacra? O se, peggio ancora, la distruggesse deliberatamente?
La donna guardava il poliziotto minacciare l'integrit del san Giuseppe, pietrificata dall'orrore:
- Commissario, che fate? Mettete subito a posto san Giuseppe! Voi non avete idea del valore di quel pezzo!
La voce si era fatta ancora pi acuta, la suora sembrava avere dei pezzi di vetro nella bocca.
- Cosa pensereste di me, suor Veronica, se gettassi a terra questa statua e la rompessi in mille pezzi?
- Non osate! Non osate! Non avete il diritto nemmeno di toccarla, quell'immagine! Mettetela subito al suo posto!
Ricciardi non fece una piega:
- E invece  proprio quello che far. Posso farlo, se voi stessa l'avete fatto.
La suora, sfigurata dalla rabbia, emise un urlo altissimo che pareva una lama su una lastra di metallo. Con un gesto repentino prese dal banco un lungo coltello affilato e fece per scagliarsi su Ricciardi, ma una mano ferma le blocc il braccio.
Si gir, e si trov di fronte i centoventi chili di un affannato brigadiere.
- Non lo farei, sorella. Se fossi in voi, non lo farei.

55.

Adesso  calma. Parla, e la voce e i concetti stridono, e risuonano nella mente e nel cuore di Maione e di Ricciardi.

Io non l'ho rotta! Non l'ho gettata a terra, capite? Non l'avrei fatto mai, da allora prego giorno e notte perch nessuno, in Paradiso, pensi che l'ho fatto apposta.
Rompere un'immagine sacra, proprio io, non lo farei mai. Mi  caduta, per colpa di queste maledette mani. Mi  scivolata dalle dita,  andata a terra e si  rotta, che Dio mi perdoni per questo.
Solo per questo, mi deve perdonare il Signore. Non per il resto. Il resto  giusto. Il resto l'ho fatto bene. Me l'ha detto la Madonna in persona; con tutto il dolore che sente per le spade nel cuore, me l'ha detto lei, che era venuto il momento di farlo.
Dovete starmi a sentire. Vi devo raccontare tutto, per filo e per segno. Non voglio il vostro perdono, sia chiaro: e nemmeno la vostra comprensione. Ve lo voglio raccontare solo per farvi capire quello che  successo, perch sappiate come si deve comportare una persona perbene.
Perch io sono una suora, sapete? Sono suor Veronica. La suora che costruisce il presepe, la suora piccola e con la voce squillante come una trombetta: io sono come una fatina, i bambini mi adorano. E io adoro i bambini, sono la mia missione, la Madonna mi ha chiamato per questo.

D'improvviso, il voltosi trasfigura, diventa dolce e devoto, come quelli dei santini che le donne baciano e gli uomini tengono nel portafoglio.Io li volevo, i bambini, da ragazza. Ne volevo di miei, tanti figli nati da una famiglia, i figli dell'amore. Aspettavo di incontrare l'uomo giusto, scrivevo poesie su un diario, e perfino lo disegnavo, per quanto lo immaginavo, per quanto ci pensavo dalla mattina alla sera.
E mia madre me lo diceva, aspetta e lo incontrerai, il padre dei tuoi figli. Io le chiedevo, mamma, ditemi, ma come lo riconoscer quando lo incontrer? E lei mi diceva, stai tranquilla, sentirai una vocina dentro che ti dir:  lui, proprio lui.
Io ho aspettato. Preparandomi giorno per giorno per essere una buona moglie, imparando a cucire, a lavare, a stirare, a cucinare. Altrimenti, non mi sarei accontentata di qualcun altro. Piuttosto, ne avrei fatto a meno.
Mia sorella invece pensava solo a s stessa, si pettinava, si pavoneggiava davanti allo specchio. Era cos, mia sorella.
E un giorno l'ho incontrato. Mio padre lavorava nel porto, aveva una piccola ditta, io gli portavo qualcosa da mangiare quando non riusciva a liberarsi per tornare a casa; quel giorno, a parlare con mio padre, c'era lui. Emanuele.

Ricciardi vede il rimpianto, la malinconia. E vede l'amore, il vecchio nemico.
Faceva il funzionario dell'autorit portuale, la milizia ancora non l'avevano inventata. Era bellissimo, sapete? Bellissimo. Mi guard, lo guardai e sentii quella voce dentro, la vocina che mi aveva detto mia madre:  lui, mi disse. E lui, mi dissi io.
A mio padre non piaceva, secondo lui era un arrivista. Che maneggiava il denaro con troppa disinvoltura. Ma io avevo sentito la voce dentro, e da quel giorno non pensai ad altro.
Ci vedevamo di nascosto. Lui mi diceva che sembravo una bambina, e sorrideva. Io ero felice, come mai ero stata, come mai sarei stata dopo.
Poi, un giorno, ebbi la febbre; a portare da mangiare a mio padre, ci and mia sorella.

Una nuvola, sulla faccia. Non rimorso, non dispiacere. Piuttosto fastidio. Un intoppo, un contrattempo infelice. La sorella vanitosa, la sorella stupida. La sorella che vinse.

Non so che cosa successe. Io di lui non avevo parlato a nessuno, perch mio padre non voleva. Non sapeva mia madre, non sapeva mia sorella. Ma lui s, lui sapeva eccome. E finse di non sapere. Non si fece pi trovare da me per un paio di mesi, e poi una sera me lo vidi a cena: il fidanzato di mia sorella.
Io l'avevo sempre detto: o quello che il destino mi aveva riservato, o nessun altro. La notte dopo, mentre piangevo a letto, ho sentito la voce dentro che mi diceva: allora vieni da me.
Era la Madonna. Era sua, la voce: ora lo sapevo. Mi voleva, lei s che mi voleva. Entrai fra le novizie la settimana dopo, i miei non fecero tanta resistenza, mia sorella invece s: ma non volevi tanti bambini?, mi chiese. E io: s, e infatti ne avr tanti. Tantissimi.

Faceva paura adesso, quella voce stridente da bambina con un'espressione cupa, da vecchia di cent'anni. Maione, in piedi alle sue spalle pronto a immobilizzarla ancora, rabbrivid.

Sono passati anni, almeno cinque. Ci andai, al matrimonio, ma mai a trovarli. Vederli felici, non me lo poteva chiedere nessuno, solo la Madonna, ma non me lo chiese. Mor mio padre, mia madre si ammal, ma noi suore diciamo che la nostra famiglia  il convento.
Seppi che mia sorella aspettava un bambino. Andai da lei. Era infastidita, arrabbiata, preoccupata. Mi disse che sarebbe diventata una vacca, che il marito si sarebbe rivolto altrove, quella era la sua preoccupazione.
Io le risposi che sarebbe andata sicuramente all'Inferno, con quei discorsi. Che un figlio  la pi grande delle benedizioni, che era sacrilega a lamentarsi. E lei: allora, se tanto ti piace, te lo cresci tu. E io dissi: certo che me la crescer io. Perch sar una bambina, e cos fu.
Il sorriso, un sorriso freddo che fa paura. O forse sono le luci del presepe che pare una citt lontana, e il freddo che cresce di minuto in minuto.

Fu una bambina, e fin dall'inizio  stata pi con me che con la madre. Mia sorella, vedete, non era nata per fare la mamma. Lei sorrideva, era gentile e si guardava allo specchio, ma non serviva a nient'altro.
L'avete vista, Benedetta. E' come me. Seria, brava, intelligente. Preferisce star qui, che a casa: me lo dice sempre.
E andava bene, tutto bene, io a lui lo incontravo raramente, faceva finta di non vedermi, mi salutava solo per non fare insospettire mia sorella. Un paio di volte lei me l'ha detto, mio marito non vuole che la bambina sta tutto il tempo in convento: ma lui lavorava sempre e a lei faceva comodo poter ricevere la parrucchiera o andare in giro per le vetrine.
La conoscete, quella canzone che parla di balocchi e profumi? Quella che fa piangere tutti quelli che la sentono? Mia sorella era come la mamma di quella canzone.
Ma nella canzone la bambina  sola e si ammala, per Benedetta ci sono io. E andava tutto bene.
Finch, a met dicembre, quel demonio si mette in testa di fare il presepe.

Guarda Ricciardi, come se fosse quella la spiegazione. Come se bastasse a spiegare tutto quel sangue, tutto quel dolore. Come se bastasse.

Il presepe, capite? Il presepe, in quella casa. La rappresentazione della famiglia nella sua forma pi sacra, la fede, l'amore, proprio in quella casa. Io dissi: il presepe? E perch, il presepe?
Mia sorella rise, mi rise in faccia. Mi disse: lo chiedi proprio tu, che ci pensi tutto l'anno, che te ne vai mendicando donazioni in giro, che lo costruisci pezzo per pezzo? E comunque la colpa  tua, la bambina  cos innamorata del vostro presepe al convento che Emanuele ha deciso di farlo anche qui. Anzi, ha detto a Benedetta che ne comprer uno ancora pi bello.

Comincia a piangere, uno spettacolo terribile. Le lacrime scendono lungo quella faccia da bambina vecchia, arrossata, rabbiosa. La voce continua a graffiare la lavagna.

Io ho aspettato, e ho pregato la Madonna di perdonare quell'atto blasfemo: come poteva rappresentare la Famiglia Santa uno come lui, che mi aveva gettata via, che aveva avuto una figlia che non voleva, che faceva finta di non ricordare tutto quello che c'era stato fra di noi? Come poteva? Ho pregato di perdonarlo, di perdonarli. Credetemi, davvero volevo salvarli. Ma la Madonna una notte mi ha detto di no, che il peccato era troppo grande. Che il mondo non si poteva sporcare cos, e che andava pulito.

Ci siamo, pensa Ricciardi. Ci siamo. L'amore, il vecchio nemico, degenera e diventa follia.

Ho aspettato il sabato, quando lui esce pi tardi; conosco le abitudini. Sono andata la mattina a prendere Benedetta; speravo che quell'ubriacone del custode fosse all'osteria come al solito, invece stava mezzo addormentato nella guardiola, nell'androne.
Mia sorella si stava preparando per uscire, lui era ancora a letto. Ho detto che andavo di fretta, ho preso la bambina e sono uscita. Arrivata alla fine della scalinata, ho finto di accorgermi che c'era quel terribile vento gelido, e di aver dimenticato il cappello e i guanti della bambina.
Allora l'ho lasciata nell'androne, e sono tornata di sopra.

Ricciardi prova una fitta di rabbia, per non aver capito subito. Ferro che aveva ricordato la bellezza delle trecce della bambina, quella mattina, perch l'aveva vista senza cappello; l'immagine della donna morta, che dice: Cappello e guanti? Non perch li chiede, ma perch li offre e sono quelli della bambina; e guarda in basso, per la statura della sorella o perch cerca la figlia. Sono un idiota, un povero idiota.
La Madonna mi aveva detto di farlo, e io non sapevo come. Poi avevo pensato di portarmi dietro il coltello per tagliare il sughero, che  affilato come un rasoio. Appena lei mi ha aperto la porta, porgendomi il cappello e i guanti della bambina, li ho presi e l'ho fatto. Un colpo, uno solo. Bastava. La dovevo solo far stare zitta.

Un colpo, un colpo solo. Da destra a sinistra, come aveva detto il dottore, con forza e decisione. L'aveva detto la Madonna.
E poi sono andata dentro, in camera da letto. Con il coltello in mano. Dovevo fare presto, ch la bambina poteva prendere freddo, senza il cappellino e i guanti. E' cagionevole, sapete? Soffre di gola. Ogni inverno le viene la febbre, almeno una volta.
Lui dormiva, tranquillo. Gli ho appoggiato il coltello sul cuore, e ho aspettato. A un certo punto ha aperto gli occhi. Non ha detto niente, forse pensava di sognare: forse mi sognava, come io sognavo lui, ancora dopo tanti anni.
Devi togliere il presepe, gli ho detto. Lo devi togliere.
Ha fatto la faccia brutta, e ha detto...

Io non devo niente, proprio niente, ha detto. E io, pensa Ricciardi, ho creduto che parlasse di denaro.

.:. che non doveva fare niente. E allora io ho affondato il coltello, in quel cuore nero di peccati. E ho colpito, ho colpito, ho colpito: il protettore era san Sebastiano, forse lui voleva morire cos. La mia mano, le mie mani sudano, sudano sempre. Quando sono nervosa sudano di pi. Ho cambiato mano, e ho colpito ancora. Doveva essere punito, doveva andare all'inferno. E ci doveva andare per mano mia.

Le mani erano due, aveva ragione il dottore, pensa Ricciardi; con forza differente per il sudore e l'angolazione diversa. Le mani assassine. E il sangue schizzato da tutte le parti non si vedeva, perch la veste della suora  nera. L'unico modo per andarsene tranquilla, lorda di sangue. E le mani assassine.

Poi ho pulito il coltello sul lenzuolo: sapete, mi serviva. Dovevo aggiungere una collina, l, vedete? Devo mettere ancora un po' di muschio. Il coltello mi serviva.
Ma prima di andarmene dovevo fare una cosa, e sono andata nell'altra stanza. Volevo portare via san Giuseppe, perch una figura come quella in una casa cos non ci poteva stare. Un padre, che vive per il figlio: tutto il contrario di lui. L'ho preso, ma mi  scivolato; ve l'ho detto che certe volte mi sudano le mani?

Ecco perch ho capito. Me l'ha detto Rosa, quando le  caduto il Bambinello, e il capitone, quando sfuggiva da tutte le maniche cercavano di prenderlo. Caduto, il Bambinello, non gettato a terra, non frantumato volontariamente; e viscido, umido il capitone, come il coltello nella mano assassina. Doveva morire, aveva detto. Per mano mia.

Mi dovete credere, non avrei mai rotto apposta un'immagine sacra. Questo non lo dovete pensare, vi prego. Ditemi che non lo pensate. Io non la romperei mai un'immagine sacra, mai. La Madonna non mi ha parlato per due giorni, eppure lo sapeva che non l'avevo fatto apposta.
Ho dato un calcio ai frammenti, li ho buttati sotto il telo, speravo nessuno li vedesse. Io non li potevo toccare, con le mani che avevano appena fatto quello che avevano fatto.
Ditemi che mi credete, vi prego. Mi credete, vero? Mi credete?

56.

La vigilia di Natale alla fine arriva; e dopo tanta attesa coglie tutti impreparati.
Le tavole sembrano inadeguate alle padrone di casa, sempre un po' pi spoglie di come se le erano figurate nei preparativi; i regali sono insufficienti, ci si  dimenticati di uno zio, della moglie di un amico, di uno dei nipotini; si teme che i dolci siano pochi, ma con quello che costano proprio non si poteva fare di pi.
Dalla mattina cominciano i botti, cadenzati, come a segnare il tempo dell'attesa di quando, a mezzanotte, la citt esploder come una polveriera felice inondandosi di fumo e luce: e gli ospedali verranno invasi dai feriti di questa guerra dell'allegria, due dita, un occhio in meno, cos, giusto per ricordarsi della festa.
La vigilia di Natale alla fine arriva.

Il vicequestore Angelo Garzo si guardava attorno parzialmente soddisfatto.
Aveva voluto fortemente quella cena della vigilia a casa sua, invitando tanti personaggi importanti, ma quasi nessuno aveva aderito, preferendo starsene ognuno coi propri famigliari. Ma non aveva importanza, perch qualcuno c'era e lui si sentiva gratificato.
La moglie, aiutata dalla domestica, aveva preparato una bellissima tavola, con fiori, candele, argenti e cristalli. Il presepe, piccolo ma antico, era stato collocato al posto d'onore, sotto la campana di vetro.
Tra gli ospiti c'era addirittura il duca Freda di Scanziano, il console della seconda legione della milizia portuaria. Non poteva certo rifiutare l'invito, dopo la brillante soluzione dell'omicidio di quel centurione, di cui Garzo non ricordava il nome. Una soluzione che non aveva visto, come a Roma temevano, il coinvolgimento di qualche altro miliziano.
Il vicequestore aveva opportunamente approfittato della telefonata di ringraziamento per invitare il console e la moglie, quella sera: una vera fortuna.
Certo, subito dopo l'Epifania, Garzo si aspettava la telefonata di lamentele del vescovo per l'irruzione nel convento, anche se poi la suora aveva confessato. Che ci poteva fare, lui?
Certo, una suora: maledetto Ricciardi, mai che prendesse un delinquente che pareva un delinquente. Ma ci avrebbe pensato dopo le feste, adesso doveva coltivare l'ospite importante. Prima o poi sarebbe stato utile alla sua carriera.
Si avvicin, e disse con lo splendido sorriso provato mille volte sotto i baffi nuovi: - Console, un altro roccoc?

La vigilia di Natale alla fine arriva. E fra tanto disordine, qualcosa riesce perfino a sistemarla.

Lomunno si guard attorno, e per la prima volta l'ambiente della catapecchia gli sembr meno squallido.
Era riuscito a trovare un paio di candele e una tovaglia, e i soldi guadagnati al mercato erano serviti a mettere insieme qualcosa da mangiare di diverso dal solito. Per premiarlo del duro lavoro svolto, il principale gli aveva regalato del pesce fresco.
I bambini mangiavano di gusto; ogni tanto, per qualche motivo noto solo a loro, ridacchiavano. Facevano cos anche nell'altra vita, mille anni prima, quando il Natale era la festa di un'altra famiglia che non esisteva pi.
Lomunno pensava che la mente  una cosa strana. Non avrebbe mai avuto la forza di vendicarsi di Garofalo: la paura di quello che sarebbe successo ai figli, rimasti soli, glielo impediva. Ma sapere che lui era vivo, che godeva del benessere che gli aveva rubato, che rideva e ingrassava senza che la coscienza lo schiacciasse, lo distruggeva.
Ora che il responsabile della sua rovina era morto, forse era venuto il momento di pensare a qualcos'altro; a come ricominciare a vivere, per esempio, e a ricostruire un'esistenza decente per i bambini.
Lomunno allung la mano e accarezz la figlia, che con espressione seria si alz e lo baci sulla guancia.
A volte dal male, pens Lomunno, pu venire pure qualcosa di buono, insomma. E in fondo oggi  la vigilia di Natale.
La vigilia di Natale arriva, e si diverte a mettere insieme cose lontane fra loro.

Il dottor Modo si asciug le mani e si rivolse ai genitori di Vincenzino:
- La febbre  passata. Certo, il bambino  debole: ma man mano che l'infiammazione regredisce, torner vispo e affamato. Boccia, mi sa che dovrete pescare di pi, d'ora in poi: questo lupetto divorer molto cibo, per rimettersi in pari.
Aristide rispose accorato:
- Dotto', credetemi: svuoto il mare, per Vincenzino mio. Mi credevo che lo perdevo, non sapete quanti bambini nostri, qua, se ne vanno per malattie cos.
- E ci credo, con quest'umidit e queste carenze di alimentazione, a campare sono solo i pi forti. Ma Vincenzino nostro, qua, lo .
Angelina si volt smettendo un attimo di mescolare nel pentolone che aveva sul fuoco:
- Dotto', mi posso permettere? Ma voi, stasera che  la vigilia di Natale, dove andate a mangiare? Vi aspettano a casa vostra?
Modo sospir, infilando la giacca:
- No, no, signo', nessuno ci aspetta, a me e al cane, qua. Ci facciamo una passeggiata e cerchiamo una bella trattoria, ci beviamo un poco di vino, io, non il cane, e ce ne andiamo a dormire. Sempre che non ci tengono svegli, con quest'usanza cretina dei botti di Natale che servono solo a riempire gli ospedali di gente mutilata.
La donna scambi uno sguardo col marito e gli fece un cenno imperioso con gli occhi. Lui allora disse:
- Dotto', se non vi offendete, perch non rimanete con noi? Qua usiamo che cuciniamo tutto quello che non abbiamo venduto al mercato, che per fortuna non  molto quest'anno, e ce lo mangiamo tutti insieme con le famiglie degli altri della barca. Poi facciamo un poco di musica, si balla, si ride. In povert, ma pure in allegria. Che dite, ce lo volete fare quest'onore?
Modo spost il cappello e si gratt la testa. Guard il cane, accucciato sulla soglia con un orecchio alzato.
- E tu che dici, cane? Ce la vogliamo passare, questa vigilia con i nostri nuovi amici?
Il cane abbai una volta sola, e agit la coda.
- Comanda lui. Va bene, grazie. E che avete cucinato, di buono?

La vigilia di Natale arriva, e occupa tutti i posti.

Maione era stato silenzioso per l'intera mattina, e Lucia era di nuovo preoccupata. Sperava con tutto il cuore che il marito avesse abbandonato quel terribile progetto di vendetta che, ne era certa, avrebbe rovinato la loro vita per sempre. Troppo aveva perso, in termini di felicit, di speranza, di futuro. Non avrebbe accettato di ripiombare in un incubo. Conosceva Raffaele, sapeva che se avesse seguito un codice che non era il suo, nella migliore delle ipotesi sarebbe stato vittima della sua coscienza per tutto il tempo che gli restava.
A un certo punto, come se avesse raggiunto una risoluzione definitiva, era uscito di casa dicendo che andava a prendere qualcosa che aveva dimenticato. Lei aveva provato a trattenerlo: uscire cos, a poche ore dalla cena che aveva preparato con tanta cura, allontanarsi dai figli. Lui le aveva sorriso, rassicurante, e se n'era andato.
Lucia si era aggrappata a quel sorriso nelle due ore in cui ne aveva atteso il ritorno, ed erano sembrati due anni. Poi aveva sentito le chiavi nella porta, e si era preparata a tutto: ma non a quello che si era ritrovata davanti.
Con Raffaele, in piedi nell'arco della porta, c'era qualcuno. Con la manina stretta nella sua, la faccia arrossata dal freddo e due trecce che spuntavano dal cappellino di lana, una bambina dall'aria smarrita.
Con gli occhi il marito le disse di non chiedergli nulla; chiamata la figlia maggiore, di un solo anno pi grande della piccola ospite, gliel'affid perch la conducesse nella sua stanza a vedere le bambole. Solo quando si fu assicurato di non essere ascoltato le parl:
- Luci', io non potevo fare Natale con questo pensiero. La bambina ha perso in pochi giorni prima tutti e due i genitori, poi la zia: non tiene pi a nessuno. Dovr rimanere in convento, per ora, poi si vedr: ma io a saperla da sola la vigilia di Natale, in mezzo alle monache, mi sono sentito male. Ho parlato con la superiora, che mi ha dato il permesso di tenerla qua fino a dopo le feste. Scusami, se non te l'ho detto.
Era questo, Raffaele Maione: l'uomo che aveva amato, che aveva sposato, che amava. Il padre dei suoi figli. Uno che era talmente padre, da sentirsi padre anche dei figli degli altri.
Gli accarezz il faccione preoccupato:
- Hai fatto bene. Benissimo. Anzi, ti dico questa cosa: noi quel posto vuoto a tavola, d'ora in poi nelle feste, Natale, Pasqua, lo occuperemo sempre. La fortuna che abbiamo, questa famiglia nostra, mica  giusto che ce la teniamo solo per noi. Vedrai che il proprietario di quel posto sar contento.

La vigilia di Natale arriva, e scombina tutto.

Quando si rese conto di essere rimasto solo in ufficio, Ricciardi decise di andarsene a casa.
Diede uno sguardo dalla finestra: la piazza era quasi deserta, ormai. Ogni tanto risuonava qualche boato, da lontano: si provavano i fuochi che avrebbero inondato l'aria a mezzanotte, per salutare la nascita di un 
Bambino al quale si chiedevano pace, salute e ricchezze. Un po' troppo, pensava il commissario, per uno cos giovane.
Si avvi camminando svelto, lungo il marciapiede finalmente sgombro di bancarelle e mendicanti: ognuno aveva trovato un posto dove passare quelle ore, magari con qualcuno da abbracciare.
Pens a Rosa, alla sua mano tremante: per la prima volta prov una stretta d'angoscia per il fantasma di una futura solitudine, pi profonda e oscura di quella attuale. Avrebbe dovuto imporle di curarsi: era compito suo proteggerla, come lei aveva fatto con lui da quand'era nato.
In strada erano rimasti solo i morti, ormai, e i loro inconsulti, dolorosi ultimi pensieri; e qualche frettoloso ritardatario, in corsa contro il tempo.
All'angolo del museo archeologico, quando la strada cominciava a salire verso Capodimonte, Ricciardi si sent chiamare da un'automobile.
- Ciao, bel poliziotto. Posso darti un passaggio a casa?

L'interno della vettura era piacevole e caldo; il profumo di Livia lo avvolse.
- Ero nei paraggi della questura, il piantone mi ha detto che eri appena uscito. Conosco la strada che fai per andare a casa, ed eccomi qui. Non ti illudere, eh? Sono uscita per conto mio, mi hanno invitata degli amici, giacch tu non ci pensi, che sono sola per il Natale.
Ricciardi cerc confusamente una scusa:
- Credevo saresti andata a Roma, o dai tuoi. Non sapevo che fossi qui.
Livia rise:
- Altrimenti che avresti fatto, mi avresti invitata a casa tua? Di, Ricciardi, non prendermi in giro.
- Livia, conosci la mia situazione: sono con la mia tata, che  anziana e non sta nemmeno tanto bene. E comunque te l'ho detto, non devi aspettarti da me i comportamenti di... degli altri, quelli consueti. Io sono sempre contento di vederti, ma ho la mia vita e le mie cose, che non  facile condividere.
La donna cambi tono e si fece dolce:
- Lo so, che pensi questo. E dentro di me so anche che sbagli, che ti basterebbe socchiudere un po' la porta e farmi entrare, per essere felice tu e fare felice me. Ho voluto vederti per due motivi, stasera.
Il breve tragitto per casa di Ricciardi era stato percorso; l'autista accost nei pressi del portone.
- E quali sarebbero, questi due motivi?
Dalle fessure delle imposte di una certa finestra, due occhi, che aspettavano, videro quello che volevano vedere.
Livia rispose:
- Innanzitutto, ti devo dire che per la prima volta nella mia vita ho perso sicurezza. Ho sempre creduto, fin da ragazzina, di poter avere dagli uomini quello che desideravo. Poi ho incontrato te, e mi sembra di continuare a dare testate contro un muro.
A Ricciardi sembrava un'altra donna: il labbro inferiore le tremava, e si capiva che faceva sforzi terribili per non piangere. Strinse a pugno le mani nei guanti di velluto nero, e riprese il normale tono di voce:
- Secondo: potevo partire, s. Ma a me basta essere anche solo nella tua stessa citt. Mi basta. Per ora, mi basta.
Nel buio, gli occhi neri, liquidi, brillavano per il velo di lacrime.
- Buon Natale, Ricciardi.
Si sporse in avanti, e lo baci.

Gli occhi che guardavano si erano spostati dalle imposte a un portone. Dalle nuvole nere che avevano continuato ad addensarsi per tutto il giorno cadde, volteggiando pigro, un fiocco di neve. Poi un altro, e un altro ancora.
Lo sportello della vettura si apr, ne scese un uomo che si avvi verso il palazzo di fronte. L'automobile ripart.

Mentre armeggiava con le chiavi, Ricciardi percep un movimento dietro di s.
Si gir, e vide con agghiacciata sorpresa Enrica venire verso di lui.
Dall'andatura di lei sembrava scomparsa qualsiasi insicurezza; non portava cappotto e cappello: sui capelli scoperti cadevano i fiocchi di una neve sempre pi intensa. Gli occhi, dietro le lenti un po' appannate per il freddo, brillavano come stelle nere.
Ricciardi comprese in un lampo che non poteva non aver visto Livia che lo salutava con un bacio. Si sent morire. Chiuse la bocca con uno scatto rumoroso e cerc, disperato, un modo per non perderla ancora una volta.
- Signorina, io... non so cosa pensate, ma mi dovete credere: quell'automobile non...
Enrica gli arriv davanti e si ferm a pochi centimetri. Gli prese il volto con le mani e gli diede un lungo bacio appassionato.
Poi si gir e torn a casa.
Ricciardi rimase sotto la neve, con le chiavi in mano e un terremoto nell'anima.
Attorno a lui, la citt era un immenso presepe.

Incontro con Enrica di Maurizio de Giovanni

Per un uomo, poter parlare da solo con una ragazza di buona famiglia e nubile non  affatto facile, di questi tempi. Si corre il rischio di fare brutta figura e, quel che  peggio, di metterla in seria difficolt. La gente chiacchiera e non cerca che un motivo, un'occasione per appiccicare sulla reputazione di una giovane un bel bollino di poca seriet: per le pettegole del quartiere una donna irreprensibile non  divertente.
Ho dovuto perci prendere contatto nell'unica maniera in cui ero certo di cautelarla dalle chiacchiere, e nel contempo di potermi spiegare sulle ragioni dell'incontro: le ho scritto una lettera.
Anche questo tuttavia non  stato facile: ho dovuto incuriosirla, facendole capire che non sono del tutto un estraneo, che sono a conoscenza di certe sue situazioni ma che non posso interferire, che avrei voluto sapere di lei e che mi sarebbe piaciuto incontrarla, per darle magari qualche consiglio. Mi sono spostato lungo una sottile linea di confine, conscio che sarebbe bastata una parola di troppo per farla scappare via e una in meno per non risvegliare il suo interesse. Infine, non potendo sollecitare una risposta, ho dovuto fornirle un appuntamento senza alcuna certezza di vederla arrivare.
Enrica, l'ho imparato scrivendo di lei,  molto pi imprevedibile di come si possa immaginare. La sua poca propensione alle manifestazioni eclatanti, il carattere silenzioso, i modi tranquilli, i gesti misurati dnno un'idea parziale e incompleta della sua natura. E istintiva e immediata, e senza alzare la voce riesce anche a essere tagliente. E come molte donne segue strane vie per esprimere s stessa, con esiti sorprendenti.
Perci sono sollevato, ma non meravigliato, quando la vedo arrivare al caff sul lungomare dove le ho chiesto di raggiungermi. So gi che tra i pochi avventori, in questo freddo pomeriggio di gennaio, nessuno la conosce; fuori il mare e il vento stanno litigando, col suono di una lugubre sinfonia. L'estate e gli scugnizzi che si tuffano nudi dagli scogli di Mergellina sembrano un'isola lontana, frutto della fantasia di un cantastorie.
Le sfioro una mano guantata, lei estrae gli spilloni per togliere il cappellino. Ha le guance arrossate, forse il freddo, forse l'emozione. Mi guarda attraverso le lenti appannate per il caldo che viene dalla stufa di maiolica, e gli occhi sono fermi, curiosi.
- Eccomi. Sono qua, vedete. Dite la verit, pensavate che non venissi.
Cerco di guardarla con obiettivit, come se non ne conoscessi alcuni pensieri, o la sua storia recente. Una ragazza che prova a contrastare l'altezza eccessiva con scarpe basse, vestita con eleganza un po' troppo sobria che la fa sembrare pi anziana di quanto sia in realt. I tratti sono regolari, magari anonimi ma sufficientemente armonici, le mani lunghe e ferme in grembo, appoggiate sulla borsetta. Il capo lievemente piegato di lato, gli occhi scuri con una lieve scintilla di curiosit. Una di quelle donne che piacciono di pi ogni volta che le si guarda, se le si guarda pi di una volta.
- Sono felice che siate venuta, signorina. Uno strano appuntamento, con una strana persona che non vi potr dire molto su di s, e su come sa di voi.
Ha un sorriso improvviso e luminoso:
- Lo so, l'ho capito. L'ho sentito, forse. Ma dalla vostra lettera emerge che di me sapete tanto, pi di quanto sappiano i miei stessi genitori; e che volete capire qualcosa di pi. E mi avete promesso che dopo quest'unica volta non vi vedr pi, anche se rimarremo in contatto in qualche modo. Questo mi incuriosisce e mi affascina. Allora, cosa volete sapere?
La scruto: accettare un incontro con uno sconosciuto, in un luogo insolito. Mi sorprende ancora una volta.
- I vostri genitori, dite. Parlate molto, con loro? Con quale avete maggiore confidenza?
- Sono due persone molto diverse fra loro, la mamma e il pap. Io credo di somigliare a mio padre, almeno cos dicono tutti, e lo dice soprattutto mia madre, quando si arrabbia e mi accusa di non dirle mai niente dei miei pensieri, dei miei sentimenti. Con pap... be', ci intendiamo con uno sguardo. Non abbiamo bisogno di parlare. E' sempre stato cos, da quando ero piccola. E' discreto, non chiede, e io so che lui c' se ne ho bisogno. E' il punto fermo della mia vita, e siamo contenti cos.
- E vostra madre?
Scuote il capo:
- Mia madre, lei... Vorrebbe che mi sistemassi, ha paura che io rimanga zitella. Mi ripete in continuazione che alla mia et lei aveva gi due figli, che mia sorella minore  sposata da anni e ha gi un figlio, che mia zia ha avuto il primo bambino a diciassette anni, che la signora che abita al terzo piano e che ha tre figli ha la mia et... Sono diventata bravissima, a far finta di ascoltarla continuando a pensare ai fatti miei. Per le voglio bene, assai, naturalmente. E mi insegna tante cose,  bravissima in cucina.
La cucina. Sorrido anch'io:
- Ma siete brava anche voi, a quanto ne so. Spesso preparate la cena, no?
Annuisce, con una punta d'orgoglio:
- Cos dicono. Mio padre, per esempio, asserisce che la mia genovese  ancora meglio di quella di mia madre; non so se sia vero, ma posso dirvi che a me cucinare piace. Un modo come un altro di abbracciare chi si ama, non credete?
Ne sono sicuro, com' vero che se avessi il tempo, un bel piatto di genovese tradizionale, come oggi non si fa pi, me lo concederei.
- Nella vostra famiglia c' anche un militante del partito, vero? Vostro cognato, il marito di vostra sorella, se non sbaglio.
Si stringe nelle spalle:
- Ognuno  libero di pensarla come vuole, credo. E' un bravo ragazzo,  molto giovane e ci crede davvero, a tutto quello che dice Mussolini. Con mio padre, che  liberale, fanno discussioni interminabili, alzano la voce, battono i pugni sul tavolo e alla fine ognuno rimane della propria idea. Mia madre e mia sorella si avviliscono, a me invece viene da ridere. Tanto, fascisti o non fascisti, non cambier mai niente. La vita andr come sempre, no? Che cosa potr mai succedere?
Non cambier mai niente. Nascondo un brivido con una domanda:
- Dite che non cambier niente, ma secondo vostra madre gli anni che passano si fanno sentire anche per voi. Come ve lo immaginate, il futuro?
Una domanda semplice, anche banale. Ma Enrica arrossisce, e distoglie gli occhi:
- Il futuro, - mormora. - Il futuro non si pu prevedere, e nemmeno pianificare. Si pu sognare, per. Se vi basta il mio sogno, vi dico che il futuro  semplice e meraviglioso come il presente, con me al posto di mia madre. Una casa, senza pretese, anche piccola, in un quartiere nuovo, come il Vomero o Posillipo, dove stanno costruendo nuovi palazzi. Figli, almeno due, o quanti ne verranno; mi piace immaginare che adesso siano angeli che volano sulla mia testa, impazienti di venire al mondo. Un uomo, che gli voglia bene. Che mi voglia bene. E poi gioie e dolori, quanti ne serviranno per poter alla fine dire di aver vissuto. E malinconie, momenti di felicit, la gioia di veder crescere i nipotini. Io sogno di vivere, sapete. Solo di vivere. Ed  il pi ambizioso dei sogni.
Il vento sottolinea il silenzio che segue, con un breve ululato che scuote le lastre.
- Un uomo che vi voglia bene, dite. Eppure, so che siete stata invitata da qualche giovane, avete ricevuto lettere, fiori; e che addirittura, qualche mese fa, i vostri genitori vi hanno presentato una persona che volevano che frequentaste: ma voi non avete voluto dar luogo a niente.
Tace, sorridendo nel vuoto. Poi:
- Anche questo sapete. E' vero, s. Qualcuno si  fatto avanti, e magari uno o due avrebbero anche meritato una possibilit. Ma io, io non mi sento... non mi sento libera, ecco. E' come se fossi sospesa, in attesa di qualcosa. Di qualcuno. Una lo capisce, quando  arrivato il momento, non credete? E forse, quando arriver il mio, lo capir.
E' il mio turno, di sorridere:
- Signorina, apprezzo il tentativo, ma, ricordate?, io conosco bene la vostra situazione. E so che quando parlate di un uomo, non vi riferite a uno qualsiasi. E che il famoso momento, per voi,  arrivato da tempo.
Mi fissa, calma. Ha occhi profondi, neri, liquidi come quelli di una cerva. Penso che certe bellezze navighino sotto la superficie, venendo fuori di tanto in tanto per poi immergersi di nuovo.
- Sapete, allora. Sapete dello sguardo che per mesi mi sono sentita addosso, quando mi mettevo a ricamare vicino alla finestra della cucina, la sera. Sapete dell'incontro con quegli occhi, della richiesta di aiuto disperata che ne viene fuori, dal venditore di frutta in strada, in questura quando fu uccisa la cartomante, al Gambrinus. Sapete del sentimento che sento sulla pelle, nei gesti, nelle espressioni. E sapete della mia inquietudine, dell'incertezza che ho. E forse sapete anche quello che non so, che non capisco.
- Vedete, signorina, io...
Alza la mano, come a fermarmi:
- Non potete dirmi niente, lo capisco. E nemmeno lo vorrei. Io voglio che lui maturi la decisione di volermi, anzi che se ne renda conto, perch io so che mi ama. Lo so, lo sento. E sento che c' qualcosa che lo ferma, che lo tiene lontano, e che questo qualcosa non dipende dalla forza di quello che prova per me. Qualcosa di oscuro, di esterno. Un ostacolo, che deve essere rimosso o superato. E sono sicura che lui lo far. Lo far per me.
La determinazione: la sento, forte e tranquilla come una marea.
- Per voi sapete aspettare. Avete il carattere giusto. Nel frattempo avete fatto la conoscenza della signora Rosa, vero? E mi pare che lei sia un'importante alleata.

Ride, con grazia:
- Un'alleata, dite? Che parola strana, come se ci fosse una guerra in corso. La signora Rosa  una persona deliziosa, che mi ha anche accolto in casa sua, naturalmente quando... quando c' solo lei, insomma. Parliamo, certo; ha molto a cuore il destino del suo "signorino", come lo chiama;  come un figlio, forse di pi, per lei. E lo vorrebbe felice, o almeno sereno, perch il benessere di lui  stato lo scopo della sua vita. Mi ha voluto conoscere, per capire se fossi io la persona giusta, e credo se ne sia convinta. Ne sono contenta. Speriamo abbia ragione.
Annuisco, convinto:
- E vero, lo pensa. E voi siete sicuramente pi vicina al suo modo di intendere una moglie e una madre. Molto pi di... Insomma, lo pensa davvero, Rosa.
Mi osserva, in silenzio. E' diventata triste, all'improvviso.
- Vi ringrazio per la cura, ma non dovete preoccuparvi: io so di... so di quell'altra. L'ho vista, in pi di un'occasione. Una donna di straordinaria bellezza, ricca, affascinante. Veste all'ultima moda, cambia vestito per ogni occasione ed  sempre elegantissima. Gira in un'auto, mobile lussuosa, con l'autista. L'ho vista, s. E ho visto i suoi occhi adoranti, quando si posano su di lui. E mi sono accorta di come la guardano gli uomini: quando entr al Gambrinus, quella volta in estate, tutti rimasero a bocca aperta. E so che non  napoletana, che ha importanti amicizie, e che  vedova, libera e senza figli.
Livia. Non l'ho ancora incontrata ma la conosco, e la descrizione corrisponde perfettamente.
- Una formidabile avversaria, da come ne parlate. Che ne pensate?
Le mani si stringono sulla borsetta:
- Sono gelosa, certo che lo sono. Sono un essere umano, sono fatta di carne e sangue anch'io. E capisco che per un uomo qualunque una donna cos costituisce tutto quello che si possa desiderare, bellezza, lusso, vita sociale. Non c' confronto, tra una donna come lei e una ragazza normale come me. Ma c' qualcosa. Qualcosa che io so, e che mi rende convinta che tutto sia perlomeno in discussione.
- Qualcosa, signorina? Che cosa, se posso chiedere?
Il vento scuote la finestra.
.- Non si guarda una donna come lui guarda me, se si prova un sentimento per un'altra. Non si rivolgono certi sguardi a una donna se si vuole ancorare la propria nave in un altro porto. Io ho visto quegli occhi verdi e disperati, signore. Li ho visti e li ho sentiti su di me, sera dopo sera, giorno dopo giorno; e so quello che c' dentro quegli occhi. E allora io devo custodire questo sentimento, lo devo coltivare. E aspettare che venga fuori, perch verr fuori. Io lo so. E so aspettare.
La voce le ha tremato, alla fine. Solo un po', ma le ha tremato. E una ragazza tenace, e sa aspettare, ma ha anche paura. Chiss che destino l'aspetta.
Di l dalla finestra, il vento urla. Come se sapesse.
...
.
...
FINE.